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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 275

Posts Tagged ‘alfredo cestari’

Sudan: imprese italiane pronte ad internazionalizzare

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 luglio 2011

“La proclamazione dell’indipendenza della regione meridionale del Sudan è accolta positivamente dal mondo delle imprese italiane. L’auspicato processo di stabilità potrebbe permettere, nel medio e lungo termine, a molte nostre aziende di internazionalizzare le proprie attività in quella parte d’Africa ricca di materie prime e dalle grandi potenzialità inespresse” afferma l’ing. Alfredo Cestari, presidente della Camera di Commercio ItalAfrica Centrale. “La nascita di un nuovo Stato laddove ci sono stati 22 anni di una fratricida guerra civile è punto di partenza per la creazione delle indispensabili condizioni di sicurezza per gli investimenti, per gli scambi commerciali e le transazioni economico-finanziarie, per la comunità di imprenditori e tecnici italiani la cui presenza in loco sarebbe necessaria in caso di internazionalizzazione di attività. ItalAfrica Centrale e le 300
grandi e PMI associate guardano con grande attenzione alla evoluzione democratica della comunità sudanese avviatasi sulla strada di un reale sviluppo e finalmente pacificatasi. Realizzate le condizioni sopra descritte, ItalAfrica Centrale sarà pronta ad organizzare missioni
imprenditoriali con la partecipazione delle aziende italiane interessate ad esplorare quel nuovo mercato”. La macro regione del Sudan è ricca di materie prime, minerali, petrolio. Potenzialmente molto interessanti le possibilità di produzione e commercializzazione di cotone e caffè. Nel campo delle estrazioni petrolifere si registrano le attive presenze di compagnie francesi, inglesi e statunitensi. La Camera di Commercio ItalAfrica Centrale-Unioncamere è Ente senza scopi di lucro. Fondata del 2004, iscritta registro delle Camere di Commercio italo-estere del Min. degli Affari Esteri. La Camera di Commercio ItalAfrica Centrale associa oltre 300 tra grandi e PMI nazionali interessate alla internazionalizzazione delle attività nei Paesi della fascia sub sahariana

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Crisi Libica: i passi falsi dell’Italia

Posted by fidest press agency su lunedì, 13 giugno 2011

“Il sistema imprenditoriale italiano apprezza le parole di chiarezza del Ministro Maroni, improntate ad una soluzione finalmente diplomatica della crisi in Libia. Attende però che altri membri del Governo, come il Ministro allo sviluppo Economico Romani ed il Presidente del Consiglio Berlusconi, inizino concretamente a tutelare le centinaia di imprese italiane enormemente danneggiate da questa guerra attraverso dichiarazioni ma soprattutto azioni risolutive”, dice l’ing. Alfredo Cestari, presidente della Camera di Commercio ItalAfrica Centrale-Unioncamere. “Il dato certo è che oggi, a quattro mesi dall’inizio della rivolta, il prezzo della scelta interventista italiana lo continuano a pagare gli abitanti di Lampedusa e della Sicilia per il grave danno all’economia turistica ed alla qualità della loro vita (con gli spot governativi non si maschera certo la drammaticità di una realtà che è sotto gli occhi di tutti) e gli imprenditori italiani, fino allo scorso anno molto ben voluti in Libia, costretti ad abbandonare insediamenti, lavori avviati e radicati senza che il nostro Governo avesse intanto preparato soluzioni e percorsi che attutissero gli effetti della grave crisi conseguente. Da allora migliaia di posti di lavoro sono stati persi, migliaia di professionisti hanno visto interrotte bruscamente le collaborazioni, molte imprese di import-export o che avevano nella Libia e nel Maghreb i loro mercati di riferimento sono finite sull’orlo del fallimento e, nel suo complesso, il sistema-Italia ha perso miliardi di euro”. Continua: “A tre mesi dall’inizio delle ostilità è chiaro che è fallito l’obiettivo guerra-lampo. Uno degli otto Paesi impegnati militarmente, la Norvegia, ha annunciato il ritiro dalla missione; un grande Paese come la Germania continua a tenersi fuori, altri come la Turchia e la Russia si sono offerti come mediatori (ruolo che invece fin dall’inizio avrebbe dovuto svolgere l’Italia), il Brics e l’Unione Africana, compatti, condannano l’intervento militare mentre gli Usa, attraverso il segretario di Stato alla Difesa Gates, affermano che ‘è dolorosamente evidente che le lacune di investimenti e di largo consenso politico hanno il potenziale di compromettere le possibilità di condurre una campagna militare integrata, efficace e duratura’ e che ‘alcuni Paesi attraverso questa guerra vogliono investire politicamente ed economicamente a favore dei vitali interessi dell’Europa ed altri preferiscono sostenere solo operazioni umanitarie’. Tutto mentre la protesta anti italiana si allarga nel resto d’Africa attraverso la Nigeria”. “Alla luce di tali accadimenti alle imprese italiane ancora oggi sfugge la strategia governativa alla base di una scelta interventista tanto radicale in un Paese con cui l’Italia intratteneva intensi rapporti di natura economica, finanziaria, imprenditoriale ed industriale. Sono però tremendamente chiari gli effetti immediati e quelli futuri: altri Governi interventisti hanno già firmato pre-accordi per il prossimo utilizzo delle risorse naturali e per l’acquisizione di quelle enormi fette di mercato fino a quattro mesi fa appannaggio delle imprese italiane. Il Governo pensi alle sue imprese, cessi le ostilità militari ed inizi un serio percorso diplomatico di ricostruzione dei rapporti tra Italia e popolo libico”.

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Crisi Libia e minacce imprese italiane

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 giugno 2011

“La minaccia di attacco all’Eni ed agli investimenti collegati conferma la gravità delle conseguenze della avventata scelta interventista italiana in Libia”, dice l’ing. Alfredo Cestari, presidente della Camera di Commercio ItalAfrica Centrale-Unioncamere. “In pochi mesi per le imprese italiane, dopo il nord Africa, è diventato difficile e rischioso lavorare anche in Nigeria. La minaccia subita dall’Eni è concreta: attaccando l’azienda capofila si intende attaccare tutto il sistema imprenditoriale ed industriale italiano impegnato in Africa. L’appello alle popolazioni degli altri Paesi africani affinché distruggano gli investimenti italiani è il sintomo di quanto in una vasta area di quel continente l’Italia sia oramai percepito come Paese ostile e belligerante e di un rapporto diplomatico-istituzionale complessivamente incrinatosi. Per i Governi è arduo domare il malcontento perché, alle bombe ed alle immagini di morte che provengono dalla Libia, non è più sufficiente opporre la pur significativa condanna formale espressa attraverso l’Unione Africana. La protesta nei confronti dell’Italia si sta allargando a macchia d’olio anche in quei Paesi che finora hanno sperato in una rapida soluzione della guerra in Libia confidando nell’accettazione, da parte dell’Europa, della strategia morbida e diplomatica proposta dall’UA”. Continua: “Invece in Libia aumentano i bombardamenti della Nato, è stato distrutto il Parlamento e si è passati all’utilizzo degli elicotteri mitragliatori. Siamo in una fase molto delicata: l’Eni, che non sottovaluta la minaccia, chiederà immediatamente protezione ma nel breve termine potrebbe però trovarsi a dover assumere decisioni importanti. Senza le necessarie condizioni di sicurezza sarebbe costretta ad abbandonare anche la Nigeria dopo la Libia: a perdere il lavoro sarebbero ulteriori decine di migliaia di addetti tra occupazioni dirette ed indotte. L’insediamento Eni garantisce commesse e lavoro nei settori dei trasporti, progettazione, forniture, ristorazione. A rischio sarebbero anche saldatori, tecnici di vario livello, ingegneri. Infine verrebbero meno le commesse agli armatori per i trasporti verso gli impianti off shore e quelle per gli spostamenti aerei come alla nostra associata Emeraude, società italiana specializzata in trasporto aereo executive, di cui l’Eni si serve per le tratte interne alla Nigeria ed al centro Africa”.

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Libia e ricadute lavorative

Posted by fidest press agency su domenica, 8 maggio 2011

A tre mesi dall’inizio delle ostilità “ammonta a diverse migliaia il numero di lavoratori licenziati o posti in cassa integrazione” dice l’ing. Alfredo Cestari, presidente della Camera di Commercio ItalAfrica Centrale-Unioncamere. “Tra le conseguenze della guerra non va dimenticata la drammatica crisi che sta indebolendo, con qualche grande azienda, anche la quasi totalità di PMI italiane che fino al 2010 erano stabilmente impegnate con la Libia, direttamente o nell’indotto. In molti casi l’acquisizione di commesse in Libia permetteva di mantenere viva l’azienda in Italia. Esistono poi casi di imprenditori che avevano spostato in quella Nazione il core business delle proprie aziende portando a Tripoli anche un gran numero di ingegneri e di personale qualificato. Posti di lavoro persi che non si recupereranno. Le ultime stime mensili della Camera di Commercio ItalAfrica Centrale confermano che, in totale, appena il 30% dei posti di lavoro è stato salvato attraverso la riconversione ed il riutilizzo del personale in altri ambiti aziendali. Nel 70% si è proceduto con la cassa integrazione mentre, sin dall’inizio della crisi e dell’abbandono del mercato da parte delle imprese italiane, si sono registrati i casi di licenziamento del personale di aziende impegnate nell’indotto”. Cifre destinate a crescere: “Con il bombardamento dei siti di estrazione di petrolio da parte degli arei di Gheddafi sarà quasi impossibile, per l’ENI, riprendere la fornitura a guerra finita (ed a contratti eventualmente rispettati)”. Commesse e posti di lavoro persi. Cestari ha pochi dubbi: “Chi conosce l’Africa sa che, con i bombardieri, la Francia fa volare gli aerei diplomatici. Non mi stupisce quindi che, mentre a Roma il nostro Governo si commuoveva davanti ai racconti dei rappresentanti del CNT, con i ribelli a Bengasi i ministri francesi siglavano accordi quadro per garantirsi nel dopo-Gheddafi la prosecuzione dei contratti per le grandi commesse in essere (es. con Alcatel da 60 milioni di dollari e Airbus da circa tre miliardi) e per garantire le imprese del proprio tessuto pubblico e privato nella fase di futura ricostruzione. Analogamente agli imprenditori italiani piacerebbe pensare che, a fronte dei 250milioni di dollari garantiti ai ribelli, durante i tanti contatti tra Presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri e rappresentanti del Governo libico di transizione sia stato firmato qualche simile documento a garanzia dei nostri investimenti (pubblici e privati) nazionali. Se così fosse stato, perché il Governo non si è sentito in dovere di comunicarlo, tranquillizzando i mercati? Ad oggi i nostri imprenditori hanno solo capito che dovranno lasciare il posto ad altri”. Rapporto ICE alla mano, Cestari ricorda: “Le grandi imprese italiane presenti in Libia operavano soprattutto nei settori del petrolio e gas (Eni, Snam Progetti, Edison, Tecnimont, Saipem), delle costruzioni ed opere civili (Impregilo e Bonatti, poi Garboli-Conicos, Maltauro, Enterprise), della ingegneria (Techint e Technip), dei trasporti (Iveco, Calabrese, Tarros, gruppo Messina, Grimaldi, Alitalia), delle telecomunicazioni (Sirti e Telecom Italia), dei mangimi (Martini Silos e Mangimi); della meccanica industriale (Technofrigo – impianti refrigerazione e OCRIM – mulini); delle centrali termiche (Enel Power); dell’impiantistica (Tecnimont, Techint, Snam Progetti, Edison, Ava, Cosmi, Chimec, Technip, Gemmo). Sono presenti inoltre Telecom, Prismian Cables (ex Pirelli Cavi). A queste va aggiunto un centinaio di PMI che ‘in’ e ‘con’ la Libia lavoravano in maniera stabile e principale. In assoluto il volume d’affari che si è interrotto ha abbondantemente sfondato il tetto dei 100 miliardi di euro. Un danno per tutto il sistema-Italia”. La Camera di Commercio ItalAfrica Centrale-Unioncamere è Ente senza scopi di lucro. Fondata del 2004, iscritta registro delle Camere di Commercio italo-estere del Min. degli Affari Esteri. La Camera di Commercio ItalAfrica Centrale associa oltre 150 tra grandi e PMI nazionali interessate alla internazionalizzazione delle attività nei Paesi della fascia sub sahariana.

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La guerra in Libia: ricadute economiche

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 aprile 2011

Potrebbe determinare serie conseguenze per due progetti italiani di rilievo internazionale. Alanciare l’allarme è l’ing. Alfredo Cestari, presidente della Camera di Commercio ItalAfrica Centrale-Unioncamere (e Console in Italia della Rep. Dem. del Congo): “Il conseguente raffreddamento delle relazioni diplomatiche tra molti Paesi dell’Africa sub sahariana ed Italia – dice – potrebbe determinare defezioni delle capitali africane al Forum delle Culture di Napoli (2013) e di gran parte di quegli Stati all’Expo 2015, evento che Milano ottenne proprio grazie ai loro voti”. Spiega: “Ogni investimento fatto dai governi africani per la partecipazione ad eventi culturali è anche finalizzato all’apertura di nuovi mercati in aree ritenute non ostili. A seguito delle scelteinterventiste sulla Libia del nostro Governo, oggi l’Italia dall’Unione Africana (ma anche la Lega Araba è sulle stesse posizioni) è percepito come una Paese conflittuale con l’Africa, sostanzialmente parificato alla Francia (nazione di cui i Paesi francofoni soffrono una asfissiante pressione), agli Usa ed all’Inghilterra. Quando lo hanno capito, il Presidente Berlusconi ed il Ministro Frattini hanno cercato di prendere le distanze dalla Francia ma non è bastato. Fino aquel momento in Africa l’Italia era visto come un Paese super partes, senza grossi problemi coloniali alle spalle che, anche grazie alla presenza del Vaticano, godeva di un alto indice di gradimento; un Paese sostanzialmente amico. Oggi non più. L’Africa si regolerà di conseguenza: scelte discutibili ed una operazione così maldestramente condotta potrebbero far propenderemolti di quei Governi per l’annullamento delle previste partecipazioni in Italia spingendoli, contestualmente, a scegliere di spostare i loro investimenti in Cina o Turchia, ad esempio. L’assenza dell’Africa avrebbe però l’amaro sapore di un mezzo fallimento sia per il Forum che per l’Expo, il cui motto è ‘Nutrire il Pianeta’”. L’intervento in Libia potrebbe aver quindi cambiato equilibri faticosamente costruiti negli anni. Cestari parla a ragion veduta: su invito del Governo italiano e del sindaco di Milano On. Letizia Moratti ItalAfrica Centrale svolse un ruolo cruciale nella delicata fase di attribuzione dei consensi a favore di Milano in competizione con Smirne per l’organizzazione dell’Expo 2015. Parlando della situazione libica, infine, Cestari svela: “L’unicoStato africano che potrebbe realmente accogliere un Gheddafi (eventualmente) in esilio è lo Zimbawe. Il Colonnello ha una lunga tradizione di solidarietà con Mugabe: se decidesse di lasciare la Libia è da lui che andrebbe”. La Camera di Commercio ItalAfrica Centrale-Unioncamere è Ente senza scopi di lucro Fondata del 2004 è iscritta al registro delle Camere di Commercio italo-estere del Min. degli Affari Esteri.

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