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“Un anno potenzialmente favorevole per le obbligazioni asiatiche”

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 aprile 2018

A cura di Clifford Lau, Head of Fixed Income, Columbia Threadneedle Investments. In contrasto con l’inasprimento monetario negli Stati Uniti e con il rallentamento del quantitative easing nell’Unione europea, le banche centrali asiatiche mantengono attualmente una politica monetaria accomodante. Da un punto di vista macro, ciò dà sostegno ai mercati obbligazionari asiatici.In questo contesto stabile, il reddito fisso asiatico offre potenzialmente ricche opportunità per il 2018. Tra i temi chiave figurano: il premio di rendimento delle obbligazioni asiatiche, il miglioramento della solidità delle aziende, il progresso dei mercati di frontiera e il vigore delle valute del continente.Tuttavia, nel 2018 sarà importante adottare un approccio più selettivo che nel 2017. I rischi d’inflazione sono in aumento in tutto il mondo a causa del rialzo dei prezzi di generi alimentari ed energia. In Asia l’inflazione appare ancora gestibile, ma anche qui si registrano rischi crescenti. La situazione è in netto contrasto con il 2017, quando le banche centrali locali hanno ridotto i tassi d’interesse a fronte dell’attenuazione delle pressioni inflazionistiche.
L’aumento dei consumi, la diffusione della tecnologia e la crescente urbanizzazione in Asia sono temi positivi per gli investitori obbligazionari. In generale, l’Asia rimane su una traiettoria di rapido sviluppo che favorisce il miglioramento degli standard di vita e l’arricchimento dei nuclei famigliari, incrementando le opzioni di spesa e modificando le preferenze dei consumatori. L’investimento in obbligazioni di società con un’esposizione a questi temi importanti può generare rendimenti interessanti per gli obbligazionisti.Il tema dei consumi è caratterizzato da un miglioramento della qualità della vita, da un aumento delle opportunità di viaggio e di svago, da maggiori acquisti di prodotti di moda e di abbigliamento, da una domanda più sostenuta di servizi finanziari e da livelli più elevati di credito al consumo. L’innovazione tecnologica coinvolge produttori di hardware e software e operatori dell’e-commerce, con un’espansione degli ecosistemi digitali e l’integrazione regionale tramite attività economiche condivise. Tra le caratteristiche della rapida urbanizzazione in corso si annoverano la conversione da carbone a gas, la nascita di una “Silicon Valley” nella Shenzhen Greater Bay Area e l’emergere di grandi società immobiliari a livello regionale.
Inoltre, vi sono importanti iniziative promosse dalle autorità che contribuiranno a definire la traiettoria economica dell’Asia e a generare opportunità per gli investitori globali. In Cina queste iniziative comprendono la Belt & Road Initiative, la riduzione dell’indebitamento aziendale e l’esportazione della capacità inutilizzata. Nel resto della regione, le più importanti sono la ricapitalizzazione delle banche indiane e le opportunità transfrontaliere per le società del Sudest asiatico nell’ambito della Comunità economica dell’ASEAN.Lo scorso anno i titoli di Stato asiatici hanno attratto gli investitori globali che erano alla ricerca di un rendimento incrementale, e le loro valutazioni, al pari dei loro fondamentali sottostanti, rimangono appetibili rispetto a quelli del reddito fisso core dei mercati sviluppati. Nello specifico, le prospettive d’inflazione favorevoli della regione sostengono le obbligazioni a duration lunga, ad esempio dell’Indonesia.
Le emissioni sovrane dei mercati di frontiera asiatici offrono attualmente un premio di rendimento ancora più elevato. Da una prospettiva macroeconomica, questi mercati includono economie con fondamentali positivi quali: l’adesione alle linee guida dell’FMI (Sri Lanka), ricadute positive del rialzo dei prezzi delle materie prime (Mongolia) e l’attenuazione del rischio politico (Pakistan).
Molte società asiatiche hanno annunciato una crescita vigorosa degli utili nel 2017 e dovrebbero fare lo stesso quest’anno. La robusta domanda interna, l’aumento dei volumi delle esportazioni (con buona pace delle tensioni commerciali tra USA e Cina), l’uso efficace dell’e-commerce per incrementare le vendite e ridurre i costi, e il supporto logistico fornito dallo sviluppo delle infrastrutture contribuiscono tutti ad accrescere la redditività. Il miglioramento della solidità aziendale dovrebbe essere sostenuto dall’ulteriore riduzione dell’indebitamento, che potenzia la copertura degli interessi e i profili di liquidità.Gli spread delle obbligazioni investment grade asiatiche rispetto alle omologhe statunitensi potrebbero subire un’ulteriore compressione (nonostante i livelli storicamente ridotti), specialmente sulla scia dell’indebolimento dei fondamentali societari negli Stati Uniti. Lo spread per unità di leva in Asia, a 146 punti base (pb), è più interessante rispetto a quello delle obbligazioni corporate investment grade dei mercati sviluppati, che offrono appena 40-50 pb, ed è indicativo del profilo di rischio-rendimento molto più favorevole della regione. Le recenti operazioni di allungamento delle scadenze hanno inoltre ridimensionato i rischi di rifinanziamento a fronte dell’aumento dei tassi d’interesse statunitensi.Le obbligazioni societarie high yield asiatiche si presentano generalmente solide, anche se i fondamentali sono più robusti al di fuori del settore immobiliare e di quello minerario, dove registrano nondimeno un miglioramento grazie all’aumento dei contratti di vendita stipulati nel primo e dei rincari delle materie prime nel secondo. Il tasso d’insolvenza è pari al 2%, contro la media del 2,4% dei mercati emergenti, e il segmento high yield asiatico resta relativamente sottovalutato con un minor rischio di duration in un contesto globale.
L’andamento dei tassi di cambio rimarrà una determinante fondamentale della performance dei mercati obbligazionari locali asiatici. Lo scorso anno molte banche centrali regionali hanno adottato politiche accomodanti in risposta all’inflazione modesta; le valute beneficiavano della vulnerabilità del dollaro USA ed erano ulteriormente sostenute dalla solidità dei saldi esterni. La situazione nel 2018 sarà probabilmente più sfumata. Gli investitori si concentreranno verosimilmente sui mercati obbligazionari locali di paesi con prospettive d’inflazione moderate e tassi d’interesse reali più elevati rispetto agli omologhi regionali, con significative riserve di valuta estera da usare come contrafforte contro la volatilità dei tassi di cambio e una crescita economica sostenibile rafforzata da sistemi politici stabili.Più in generale, la rapida crescita del PIL in quasi tutti i paesi asiatici dovrebbe sostenere le divise locali. Solo l’Indonesia è in leggero ritardo sulla base dei dati relativi all’indice PMI.
Gli investitori devono operare in chiave selettiva in tutti i segmenti dei mercati obbligazionari asiatici, individuando quelli che dovrebbero prosperare nell’attuale scenario macroeconomico. Riteniamo opportuno evitare alcuni settori, come quello delle telecomunicazioni indiano, dove la concorrenza spietata minaccia di spingere al ribasso i margini. Permangono inoltre pericoli sul fronte geopolitico, in particolare il rischio di un intervento armato nella penisola coreana e la minaccia di una guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina.Tuttavia, la crescente presenza di investitori asiatici sta rafforzando i mercati obbligazionari della regione. Le sottoscrizioni di nuove emissioni e la performance del mercato secondario sono molto meno dipendenti dagli asset manager statunitensi ed europei rispetto ad alcuni anni fa. Un ruolo importante è svolto anche dalle società di wealth management in espansione e dalle compagnie assicurative regionali. I loro specifici requisiti di portafoglio aggiungono nuove spessore ai mercati.Per ottenere rendimenti positivi e regolari dagli investimenti occorre un approccio flessibile e diversificato all’investimento in Asia che dia agli investitori la possibilità di generare alfa nell’arco del ciclo economico.

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Jackson Hole: le reticenze delle banche centrali

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 settembre 2017

mario-draghi2E’ stato un incontro molto “strano” quello di fine agosto a Jackson Hole, dove si sono confrontati Janet Yellen, presidente della Federal Reserve e Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea.
Ogni anno nella nota località del Wyoming si fa il punto della situazione monetaria, finanziaria ed economica degli Stati Uniti e del resto del mondo. Quest’anno i due massimi responsabili della politica monetaria internazionale hanno parlato di molte cose, anche interessanti, ma hanno evitato accuratamente di presentare i loro programmi monetari futuri.
I maggiori mass media economici hanno sostenuto che Yellen avrebbe difeso le riforme finanziarie e bancarie parzialmente realizzate dall’amministrazione Obama, mentre Draghi si sarebbe schierato contro il ritorno a misure protezionistiche. In sostanza entrambi avrebbero criticato le politiche di Donald Trump che, in effetti, sta smantellando la già debole riforma Dodd-Frank relativa alle banche “too big to fail” e al “sistema bancario ombra” e sta riavviando la campagna neoprotezionista “America First”.
Considerazioni condivisibili. Ma il mondo vorrebbe anche sapere se e come la Fed aumenterà i tassi d’interesse e come e fino a quando la Bce intende continuare con il Quantitative easing. In questo momento le banche centrali perseguono politiche molto differenti ma con effetti globali rilevanti.
In occasione del decennale della Grande Crisi, Yellen ha evidenziato che quanto fatto negli ultimi dieci anni avrebbe reso l’intero sistema più stabile e più sicuro.
Importante è stata la sua ammissione che i responsabili della politica economica e monetaria americana avevano negato l’evidenza del collasso persino mentre avveniva. In merito ha detto:” Dieci anni fa il sistema finanziario americano e quello globale erano in una situazione di pericolo. I prezzi delle case nel 2006 avevano toccato il massimo e le difficoltà del mercato ipotecario erano diventate acute nella prima metà del 2007. In agosto la liquidità nei mercati monetari era deteriorata a tal punto da richiedere degli interventi da parte della Fed. Nonostante ciò, la discussione a Jackson Hole nell’agosto 2007, con poche eccezioni, era stata molto ottimista rispetto alle possibili ricadute economiche negative derivanti dalle tensioni che scuotevano il sistema finanziario”.
Il problema per i mercati, e non solo, è che la presidente della Fed ha attentamente evitato di confrontare la situazione del 2007 con quella di oggi. Eppure la situazione globale non è migliorata, anzi.
Uno studio del Fondo Monetario Internazionale ha evidenziato che a fine 2015 il debito aggregato globale (pubblico, privato e corporate, senza il settore finanziario) ha toccato il livello di 152 trilioni di dollari, pari al 225% del Pil mondiale. La percentuale era di circa 190% nel 2007. E si stima che dal 2015 il debito sia cresciuto almeno di un trilione il mese.
Intanto il debito pubblico mondiale è raddoppiato, passando da 29,5 trilioni del 2007 a circa 60 trilioni di dollari attuali.
Lo stesso è accaduto per il “debito corporate”, cioè quello delle imprese private. E’ di circa 50 trilioni di dollari, di cui la metà nelle economie emergenti, in primis la Cina. Nei paesi emergenti si è passati dai 7 trilioni del 2007 ai 25 trilioni di dollari di oggi.
Anche il commercio mondiale non ha recuperato dopo il crollo post crisi. Secondo l’UNCTAD, l’agenzia dell’Onu che studia il commercio, definito 100 il valore del commercio mondiale delle merci nel 2000, esso era 250 nel 2008, 194 nel 2009 e 247 alla fine del 2016.
Le borse internazionali hanno invece avuto un andamento molto differente e anche poco comprensibile. L’indice della borsa italiana è circa la metà di quello del 2007 e l’Euro Stoxx 50 Stock Market (l’indice delle 50 principali aziende dell’Eurozona, che dà una rappresentazione dei principali settori dell’area) è di 3500 punti contro i 4500 del 2007. Invece, è il Dow Jones americano a sbalordire: dal livello di 14.000 del 2007 era sceso a 6600 nel marzo del 2008 per arrivare oggi alla stratosferica vetta di 22.000 punti. Una crescita inflazionata senza precedenti!
Non è un caso, quindi, che siano sempre più numerosi e autorevoli gli ammonimenti sul rischio di una nuova crisi finanziaria globale. Lo è sicuramente quello dell’ex presidente della Federal Reserve americana, Alan Greenspan, che, in una recente intervista all’agenzia stampa Bloomberg, ha detto che «siamo nel mezzo di una bolla relativa ai prezzi delle obbligazioni delle imprese».
«Stiamo entrando in una nuova fase dell’economia, una stagflation mai vista dal 1970», ha detto Greenspan. Si tratta, com’è noto, della micidiale combinazione tra la stagnazione dell’economia e l’inflazione sui prezzi.
Jacques Attali, il più noto uomo dell’establishment francese, dalle pagine dell’Express ha sostenuto che «prima o poi, le banche centrali cesseranno di comportarsi come dei Madoff legalizzati. Dovranno ridurre il flusso di denaro gratuito che stanno dando alle banche. Ciò farà salire i tassi d’interesse e i governi e le imprese dovranno tagliare le spese o finiranno in bancarotta». Si ricordi che Bernard Madoff è lo speculatore americano condannato a 150 anni di carcere per aver truffato 65 miliardi di dollari.
Attali ha concluso che «sarebbe il momento di pensare collettivamente, con calma, a ridurre l’indebitamento e a mettere in atto delle vere riforme finanziarie da applicare a livello internazionale. Questo è il compito del G20. I governi dovrebbero occuparsi di questo, se hanno veramente a cuore l’interesse delle generazioni future. Naturalmente non si farà. Soltanto degli ottimisti lucidi potranno riuscirci». Un’amara conclusione, ma purtroppo realistica. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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“Gli interventi delle Banche Centrali”

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 aprile 2016

Banca europea per gli investimentiA cura di Yuchen Xia, Portfolio Manager in MoneyFarm. Dopo circa 10 anni durate i quali le banche centrali hanno operato per rimediare alla crisi finanziari che ha colpito l’economia globale, la fede degli investitori nell’efficace dei loro interventi ha iniziato a svanire negli ultimi anni. Il QE, i bassi tassi d’interesse, la strategia di comunicazione pubblica etc non sono stati risolutivi e gli investitori temono che banche centrali abbiano giocato tutte le carte in loro possesso per aiutare la crescita globale e generare inflazione. Inoltre, la lenta crescita economica, la mancata spinta inflazionista e i fattori di rischio esterni hanno portato i policymakers a rimanere sulla difensiva, come dimostrato in particolare nei primi mesi del 2016. Nell’ultimo periodo, come sintetizzato nella tabella sottostante, abbiamo assistito a diverse operazioni da parte delle banche centrali. Prime fra tutte, la Banca Centrale Europea (BCE) e la Bank of Japan (BoJ) si sono mostrate le più determinate nella lotta contro la deflazione e la stagnazione economica.
Il pacchetto di misure previste dalla BCE include un ulteriore taglio dei tassi d’interesse, una estensione del QE non solo nell’ammontare di titoli comprati ma anche nella tipologia di titoli comprati (oltre a titoli governativi, ora anche alcuni titoli obbligazionari societari potranno essere comprati) e di conseguenza un incoraggiamento verso la maggiore circolazione di denaro, spingendo le banche all’erogazione di nuovi prestiti.
Anche negli Stati Uniti, dove la situazione economica appare più solida, non mancano le preoccupazioni per una crescita globale lenta, come dimostrato della FED e della sua decisione di tenere invariati i tassi di interesse.
Emergono quindi temi comuni alle banche centrali globali accomunate dalla risoluzione delle medesime problematiche.
L’intervento delle banche centrali, nonostante sia la dimostrazione di un sostegno necessario ad un’economia che fatica a crescere, ha rinvigorito la fiducia degli investitori e influenzato i mercati. La volatilità sui mercati azionari e di credito negli ultimi anni è stata molto correlata con il tono usato dalle banche centrali. Un esempio recente è l’intervento a marzo della BCE, che annunciando l’espansione del suo piano di acquisto ha avuto un impatto enorme sul mercato delle obbligazioni societarie.
È importante sottolineare come anche la cosiddetta forward guidance (la strategia di comunicazione pubblica) sia a tutti gli effetti uno strumento di politica monetaria, tramite la quale una banca centrale regole le attese degli operatori economici. L’annuncio della BCE di nuove politiche hanno fatto, come è normale aspettarsi, indebolire l’Euro, che poi si è rafforzato in seguito alle parole di Draghi sul fatto che ulteriori tagli non saranno necessari. Le aspettative di tassi non in diminuzione hanno pesato più delle effettive politiche dispiegate.Si era osservata una reazione simile alle scelte della Boj di implementare tassi di interesse negativi, che contrariamente alle attese ha portato a un rafforzamento dello Yen.
Una chiara evidenza dei limiti delle politiche monetarie in atto che tuttavia, stanno sostenendo i mercati e la loro ripresa, dopo un inizio anno difficile.
Alcuni economisti non mancano di rimarcare il fatto che in fondo l’intervento della Bce è solo un palliativo, un modo per temporeggiare in mancanza di riforme strutturali efficaci. La ripresa economica non potrà che passare per i governi e il loro operato, meglio ancora se prima che l’effetto “palliativo” possa svanire.

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Cinque motivazioni per cogliere le opportunità rappresentate dall’obbligazionario high yield, secondo Western Asset

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 novembre 2014

London.bankofengland.arpLondra. Le preoccupazioni riguardo alla crescita globale, l’inizio di una politica monetaria restrittiva da parte delle Banche Centrali e la mancanza di liquidità sono tutti fattori che, negli ultimi tre mesi, hanno contribuito al deprezzamento dei titoli high yield. Secondo Western Asset, affiliata di Legg Mason, il settore ha attraversato il terzo trimestre peggiore degli ultimi tre anni, poiché gli investitori hanno preferito concentrare i propri risparmi nei Treasury USA ed altri titoli governativi.Come conseguenza, questa manovra di sell-off ha implicato un rimbalzo degli spread del segmento high yield statunitense, rispetto ai Treasury, da circa 340bp nel mese di Giugno fino a 500bp in Settembre. Michael Buchanan, Head of Global Credit presso Western Asset, ritiene che un movimento di tale ampiezza in un lasso temporale così ridotto abbia reso l’area dei titoli high yield una delle più interessanti nell’attuale panorama obbligazionario.Di seguito, illustriamo le cinque motivazioni che, secondo Buchanan dovrebbero indurre gli investitori oggi a considerare con interesse questa asset class: “In un contesto in cui i tassi d’interesse si attestano complessivamente su livelli molto bassi, i rendimenti intorno al 6%, o più elevati, offerti da alcuni titoli obbligazionari high yield hanno catturato l’attenzione degli investitori. A nostro avviso, in questo momento gli spread sono molto allettanti; se a ciò si aggiungono i rendimenti elevati e le cedole offerte dai titoli high yield, siamo di fronte ad un asset class che può veramente offrire forti opportunità, interessanti rispetto ad altre dell’universo fixed income”.“Anche se ci si aspetta che la Federal Reserve interverrà al rialzo dei tassi, presto o tardi, noi riteniamo che questi eventuali aumenti saranno quasi certamente marginali, ossia che il quadro monetario rimarrà sostanzialmente accomodante. Abbiamo goduto in questi anni di un enorme supporto da parte della Fed, che intende ora procedere con grande cautela ed infatti, a nostro avviso, la Fed continuerà a svolgere un ruolo importante a sostegno dell’economia, pur abbandonando la recente linea estremamente accomodante. Questo fattore rappresenta sicuramente un elemento positivo per gli investitori, poiché quando il movimento dei tassi non rappresenta una grande minaccia, l’obbligazionario in generale ed il settore del credito in particolare ne traggono sicuramente beneficio”.
“I rischi di default nel segmento high yield rimangono vicini ai minimi storici, proseguendo con un trend iniziato nel 2010. Nonostante un lieve rialzo rispetto al 2013, a nostro avviso il tasso d’insolvenza continuerà probabilmente a mantenersi sugli attuali livelli molto bassi o comunque varierà di poco, visto l’orientamento delle Banche Centrali”.I recenti sell-off hanno allontanato i timori legati alla possibilità del manifestarsi di una bolla “Conosco le caratteristiche di una bolla nel segmento high-yield ed il mercato attualmente non presenta i sintomi di nessuna di queste . Gli investitori devono quindi confrontare i rendimenti di questa asset class con quelli di altri prodotti obbligazionari ed a seguito della recente ondata di vendite, questi spread sono favorevoli”.“Nonostante siano leggermente peggiorati negli ultimi anni, i fondamentali dei titoli high-yield statunitensi appaiono ancora alquanto solidi. Sia che si parli di interest rate coverage, di leva finanziaria, di rischio di default, di capacità di generare free cash flow, tutti questi elementi sono ampiamente a favore del segmento dei titoli high-yield e ciò non è affatto cambiato”.
Legg Mason, Inc. è una società di gestione patrimoniale che opera a livello globale, con un patrimonio gestito pari a 707,8 miliardi di USD al 30 Settembre 2014. Legg Mason offre strategie d’investimento a gestione attiva attraverso i suoi numerosi centri d’investimento presenti in tutto il mondo. La sede ufficiale si trova a Baltimora, Maryland, e le azioni ordinarie della società sono quotate alla borsa di New York (simbolo: LM).

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Debiti d’impresa e signoraggio bancario

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 agosto 2009

E’ molto bello sapere che c’è un accordo con le banche per i debiti d’impresa. E’ molto strano non sentire la protesta dell’associazione bancaria. Qualcosa non funziona. Alla ripresa dell’attività postferiale, La Destra dovrà puntare molto sulla lotta a dottor usura, il sistema che si cela dietro le banche e che nessuno sanziona mai. Ho intenzione di parlarne con Alberto Arrighi, che avrà la responsabilità dell’economia nel nuovo organigramma del partito. Sulle banche occorre una battaglia politica senza riguardi. A partire dallo scandalo di cui nessuno parla e che si chiama signoraggio. E’ il potere imponente delle banche centrali, ormai associazioni fra ricchi privati alle spalle di tutti i popoli, ma nessuno ne parla. Rende schiave le persone, ma non c’è nessuno che incita alla ribellione. Ufficialmente non esiste. Eppure il signoraggio bancario sta facendo sprofondare il mondo intero nel debito, giorno dopo giorno, inesorabilmente…. Ma debito (pubblico) nei confronti di chi? A chi dobbiamo dare tutti questi miliardi? Cosa lo provoca? E soprattutto: cos’è questo signoraggio? La moneta, come ogni bene, ha un suo costo di produzione: per le banconote si pensi al costo di carta e inchiostro; per le monete al costo delle leghe di metallo. L’emissione di moneta costa pochissimo, anche perché dal 1971, Nixon eliminò la convertibilità delle monete in oro. Quindi l’emissione di moneta da quasi quarant’anni non ha più bisogno di un controvalore in metallo prezioso (oro, argento o rame). Facciamo un esempio numerico: stampare un biglietto da 100 euro costa, più o meno, 30 centesimi di euro (tra carta e inchiostro). Una sciocchezza, vero? Ebbene questa banconota, che costa solamente 0,30 euro, viene “affittata” allo Stato al valore nominale, cioè a 100 euro più gli interessi. Questa differenza è il signoraggio. La società privata che stampa ed emette la moneta in pratica “guadagna” per ogni banconota emessa la bellezza di 99,70 euro mentre lo Stato, sempre per ogni banconota, s’indebita di 100 euro più gli interessi. Siamo o non siamo alla follia pura? Noi paghiamo questo debito con le tasse. E se fosse lo Stato a stamparsi la moneta e a tenersi il signoraggio? Di quanto diminuirebbe il carico fiscale? Si chiama sovranità monetaria, è lo Stato che deve emettere moneta.I motivi per cui sono invece le Banche Centrali che producono la nostra moneta per poi affittarcela, guadagnandoci l’intero valore nominale più gli interessi, e i motivi per cui tutti noi, per far fronte a questo debito, dobbiamo pagare tasse sempre più alte, non sono ben chiari e forse nessuno ce li spiegherà mai. (Francesco Storace)

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