Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 312

Posts Tagged ‘obbligo’

“La richiesta di reintroduzione dell’obbligo del certificato medico per il rientro a scuola è priva di fondamento scientifico”

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 settembre 2020

“E contraddice le raccomandazioni sin qui promosse per contenere l’epidemia. Il mondo della scuola dovrebbe volere insieme a noi le misure che consentano a bambini e ragazzi di frequentare le lezioni in sicurezza. E la reintroduzione del certificato, che si basa solo sulla valutazione delle condizioni cliniche, offrirebbe invece una falsa sicurezza sulle condizioni di contagiosità degli alunni. Restiamo alle norme dell’ultimo DPCM e seguiamo il percorso assistenziale indicato che prevede l’esecuzione del tampone naso-faringeo in tutte le principali e più frequenti condizioni che causano l’assenza dalle comunità scolastiche. Piuttosto cerchiamo di migliorarne la gestione degli aspetti organizzativi, per la quale durante gli ultimi mesi si è fatto ben poco”. Questa la replica del Presidente della Federazione Italiana Medici Pediatri, Paolo Biasci alla richiesta dell’Associazione Nazionale Presidi di rendere obbligatoria, dopo un’assenza superiore a 5 giorni, la presentazione del certificato medico per la riammissione a scuola. “Abbiamo ormai un collaudato sistema di triage telefonico, eventualmente associato al videoconsulto – afferma Biasci – che ci permette di individuare tutti i casi sospetti di infezione da COVID-19. Per una frequenza scolastica in sicurezza abbiamo la necessità del referto di un tampone in tempi più rapidi possibili, per poter redigere un attestato che permetterà il rientro a scuola. Vogliamo tornare ad affollare gli studi dei pediatri di famiglia con accessi non necessari per un adempimento burocratico cancellato tempo fa, proprio perché privo di valore scientifico e che non permette di escludere la contagiosità? Come possiamo infatti certificare con certezza la non contagiosità di un paziente senza prima aver effettuato l’unico test ad oggi validato per risolvere la diagnosi?”. “Piuttosto – conclude Biasci – concentriamoci sugli aspetti organizzativi della gestione dell’epidemia. Noi stiamo facendo la nostra parte, ma non è possibile dover attendere 4-5 giorni ed anche più l’esito del tampone naso-faringeo per il Covid-19 quando, se lo stesso paziente va in Pronto Soccorso, la risposta arriva in 4 ore. Cerchiamo di ridurre la disparità tra tempi dell’ospedale e del territorio. I primi a beneficiarne saranno i bambini e le loro famiglie».

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Obbligo mascherine nelle scuole italiane

Posted by fidest press agency su sabato, 16 maggio 2020

Interviene l’Unione Nazionale Consumatori sull’ipotesi di rendere obbligatorie le mascherine in tutte le scuole italiane.”In tal caso le mascherine vanno distribuite gratuitamente dallo Stato, tramite le scuole. Non è accettabile che sulle famiglie gravi una spesa ulteriore, che andrebbe ad aggiungersi alla stangata che già devono sostenere per mandare i figli a scuola, tra libri, corredo, trasporto, mensa” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Considerando 200 giorni minimi di calendario scolastico ed una mascherina chirurgica al giorno, si tratta di una batosta da 100 euro a studente, sempre se l’Iva sarà esclusa ed il prezzo resterà a 0,50 cent. Certo, le famiglie potranno anche optare per le mascherine di comunità lavabili o auto-prodotte, ma, per usare le parole dell’ISS, le prime funzionano impedendo la trasmissione, le seconde sono solo utili a ridurre la diffusione del virus” conclude Dona. (Mauro Antonelli)

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Obbligo della mascherina nel Lazio?

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 aprile 2020

“Per quanto riguarda l’obbligo di indossare la mascherina anche nella regione Lazio, si tratta di un tema che affronteremo nella fase 2, per ora c’e’ l’obbligo di stare a casa. Per il momento utilizziamole e continuiamo a mantenere le distanze di sicurezza. Cosi’ in una intervista all’agenzia Dire Pier Luigi Bartoletti, vicepresidente dell’Ordine dei Medici di Roma e segretario romano della Federazione italiana Medici di Medicina Generale. Bartoletti, spiegando come vengono effettuati i test per rilevare la positivita’ al coronavirus tramite il sangue, ha detto: “Questo ti dice se hai avuto il Covid-19 e non te ne sei accorto, se ce l’hai in corso. Ma se risulta negativo, senza tampone e’ un test a meta’. Sono tutti cosi’: un pezzo di plastica con una spugnetta, si mette il sangue e delle gocce di un liquido chiamato ‘buffer’ che serve a far correre il sangue dentro il test. Se il risultato e’ ‘C’ il test e’ negativo, se e’ ‘T’ e’ positivo. Per il risultato definitivo ci vogliono 10 minuti, ma già intorno ai 3-4 minuti si ottiene un responso”.
Ma c’e’ un aspetto che il dottor Bartoletti tiene a sottolineare: “Se una persona e’ stata contagiata ieri il test non lo mostra, per questo dobbiamo riuscire a combinare due metodi: ovvero il tampone possibilmente rapido. Il tampone tradizionale – ha spiegato Bartoletti – e’ in primo luogo ‘operatore dipendente’, produce ancora dei falsi negativi e poi e’ un test lento, se faccio migliaia di tamponi mi servono giorni e giorni di laboratorio e la diagnosi arriva tardi. Con il tampone rapido il risultato e’ immediato, come quello biomolecolare”. Su questa tipologia di tampone, ha spiegato Bartoletti, “stanno lavorando gli Stati Uniti, noi non ce l’abbiamo”. E prosegue: “D’accordo con la sanità regionale e l’ospedale Spallanzani “effettuiamo il test rapido e il tampone perché’ questo ha la possibilità’ di determinare se c’è Rna virale nell’atto respiratorio, mentre invece il test rapido ‘vede’ la sierologia nel sangue. I due metodi accoppiati sono la metodologia migliore rispetto a uno solo. Per fare il test sul sangue serve qualche giorno più, mentre il tampone, se una persona ha avuto un contatto con il virus ieri, già possiamo trovare la carica virale. Fare soltanto il test rapido- ha spiegato Bartoletti all’agenzia Dire- al momento non permette di coprire i primi giorni. Se una persona e’ stata contagiata ieri, il tampone trova la carica virale e potrebbe risultare positivo, mentre la sierologia potrebbe essere negativa perché al corpo servono dei giorni per produrre anticorpi”. “Bisogna cominciare già da adesso a pensare ai provvedimenti da prendere per l’autunno, come la vaccinazione antinfluenzale che dovrebbe essere resa obbligatoria per tutti perché è chiaro che chi è vaccinato ha meno possibilità di prendere l’influenza, i cui sintomi sono indistinguibili con quelli del coronavirus. Quindi è chiaro che più vacciniamo per l’influenza e con più facilita’ possiamo ottenere una diagnosi differenziata e se a questo aggiungiamo sia il tampone rapido e sia la sierologia rapida – se dovesse dimostrarsi affidabile – rispetto ad oggi, avremo un livello di sicurezza maggiore”. Così in una intervista all’agenzia Dire Pier Luigi Bartoletti, vicepresidente dell’Ordine dei Medici di Roma e segretario romano della Federazione italiana Medici di Medicina Generale. (fonte Agenzia Dire)

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Coronavirus e scuola dell’obbligo. Una soluzione alla francese?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 aprile 2020

Il ministro francese dell’Educazione Nazionale, Jean-Michel Blanquer, ha reso note ieri 3 aprile le modalità per il rilascio dei diplomi di Baccalauréat e Brevet (Maturità, un anno prima di quella italiana; e esame di terza media -un anno dopo rispetto a quello italiano):
– Risultati della valutazione continua dell’anno: 1°-2°-3° trimestre (punteggi ottenuti al di fuori del
periodo di contenimento);
– Partecipazione degli alunni durante i periodi di confinamento.
Questi elementi saranno inseriti nella relazione scolastica degli alunni, che sarà esaminata dalle giurie
di delibera all’inizio di luglio, in vista del rilascio del diploma. Nel nostro Paese (e non solo) uno dei maggiori problemi riscontrati nelle lezioni a distanza (dove si fanno, ma questo è un altro problema) è stato e continua ad essere quello delle interrogazioni e dei “compiti in classe”. Chi garantisce che l’alunno stia rispondendo o scrivendo senza nessun altro supporto che non quelli consentiti abitualmente? Impossibile saperlo. Aggiungiamo che “copiare” o altri meccanismi di “supporto non consentito” sono secolarmente utilizzati da gran parte degli studenti, e fior fiore di letteratura ce lo ricorda, ci “conforta” e ci fa spesso sorridere (oggi in Rete, proprio in merito, girano ovunque battute, foto e video talvolta anche esilaranti). Ecco quindi la soluzione francese, che premia il profitto in tempi normali e la presenza/attenzione in questo periodo eccezionale. A noi sembra interessante, e non solo per Maturità ed esame di terza media, ma per tutti gli anni di didattica. Non è il massimo, certo. Ma, oltre a sentire i nostri ministri (anche specifici) dire che decideranno quando si saprà quando e come gli studenti torneranno in classe, o qualche bislacca proposta di scuole aperte quando, d’estate, dovrebbero stare chiuse (come se oggi, al confino, gli studenti non avessero dedicato il loro tempo alla scuola… e la scuola oltre che didattica è anche tempo, perché crediamo sia bene che gli studenti nella loro quotidianità non siano solo tali)… oltre questo, al momento non abbiamo sentito nulla. E quand’anche gli studenti dovessero tornare in classe, rimane il problema del periodo di confino, che valutarlo “solo” come presenza e attenzione (condotta, in gergo “tecnico”) ci sembra appropriato. Rimane il problema di cosa accadrà in seguito per l’istruzione di questi studenti, ché comunque sarà un po’ compromessa. Ma questo nessuno può dirlo oggi, francese o italiano o americano o cinese che sia. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Obbligo di copertura RCA dei veicoli

Posted by fidest press agency su domenica, 8 dicembre 2019

Desta forte preoccupazione l’orientamento assunto dalla Corte di Giustizia Europea che negli ultimi anni, attraverso diverse sentenze, ha sancito l’obbligo di copertura per la responsabilità civile auto (RCA) per tutti i veicoli che si trovano nelle condizioni di poter circolare.
Una norma che, se interpretata in questa direzione, comprenderebbe anche tutti quei veicoli inutilizzati, ad esempio custoditi in aree private, in box, garage, terreni, rimessaggi.In questo modo verrebbe meno la possibilità, per molti utenti, di usufruire della sospensione della polizza oppure di stipulare polizze assicurative di carattere temporaneo. Il danno, per le tasche dei cittadini, sarebbe enorme. Ma non solo per i cittadini, anche ad esempio per le amministrazioni pubbliche che posseggono veicoli, pullmini e scuolabus che rimangono per lunghi tempi nelle rimesse. Per non parlare delle concessionarie di autoveicoli. Un orientamento inspiegabile, che deve essere superato attraverso un’interpretazione consona del concetto di “circolazione”, in senso non eccessivamente restrittivo. Condividiamo la necessità di adottare tutte le misure utili a contrastare le truffe e l’evasione in questo ambito, purtroppo ancor ampiamente diffuse, ma riteniamo prioritario che tale azione di contrasto non incida negativamente sui cittadini, penalizzandoli.

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Etichette cibi, scatta obbligo indicazione stabilimento

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 aprile 2018

Da domani scatta l’obbligo di indicare nell’etichetta degli alimenti la sede e l’indirizzo dello stabilimento di produzione o di confezionamento.”Un passo avanti molto importante per la sicurezza alimentare, che dipende anche dagli stabilimenti” afferma Agostino Macrì, responsabile dell’Area sicurezza alimentare dell’Unione Nazionale Consumatori.
“Ogni industria, infatti, è tenuta a controllare la qualità delle materie prime che utilizza, indipendentemente dalla loro origine, e la filiera di produzione. E’ quindi responsabile della qualità e della sicurezza dei suoi prodotti” prosegue Macrì.”Per questo è fondamentale sapere dove sono questi stabilimenti e se seguono le regole previste dall’Unione Europea. Un fatto di trasparenza che garantisce il consumatore” conclude Macrì.

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Vaccini: Roma rinvia obbligo in assenza di monodose

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 settembre 2017

vaccini«Mi sembra un provvedimento capace potenzialmente di annullare gli effetti della legge sull’obbligo vaccinale». Il commento di Alessandro Rossi, responsabile dell’Ufficio di presidenza della Società Italiana di Medicina Generale ed esperto di temi vaccinali si riferisce alla possibilità, contemplata in una lettera del sindaco di Roma Virginia Raggi alle famiglie, di chiedere il rinvio della vaccinazione se il minore, immunizzato naturalmente contro la malattia, dovesse ripetere il vaccino anche contro quella malattia visto che le formulazioni in commercio lo contengono.
La lettera è di cinque giorni fa ma l’allarme nasce ieri, il primo giorno di frequenza nelle scuole dell’infanzia, istituti ai quali le famiglie dovevano produrre entro il 10 settembre ai sensi del decreto legge 73 l’autocertificazione sullo stato vaccinale dei figli. Nella lettera di Raggi – disponibile sul sito Roma Capitale (http://www.comune.roma.it/pcr/it/newsview.page?contentId=NEW1700978) – si ribadisce la possibilità di dichiarare alcune ipotesi di autoimmunizzazione o di esonero dai vaccini, “mentre per i casi dubbi sarà possibile dichiarare di avere richiesto le analisi sierologiche”. Inoltre “sarà possibile dichiarare di essere in attesa del rilascio di vaccini monocomponenti o combinati in modo tale da tenere conto delle immunizzazioni esistenti”. «I vaccini monodose sono introvabili», dice Maria Corongiu segretario dei medici di famiglia Fimmg laziali. «La non esistenza di quelli o di combinazioni che esentino il bambino dal vaccinarsi contro malattie infettive che lo abbiano già colpito diventa, nella lettera, motivo per rinviare l’immunizzazione. C’è il rischio di creare molte defezioni e dare l’illusione di poter scappare da un obbligo ormai divenuto necessità rispetto a patologie come il morbillo che stanno dilagando, con 4500 casi e 3 decessi in un anno».
«Ormai tutti i vaccini in commercio sono in formulazioni polivalenti, risulta difficile ricomprendere nell’offerta sia i vaccini monocomponenti sia quelli che escludano una singola patologia», conferma Rossi (Simg). «Siamo di fronte ad una misura che rischia di vanificare davvero lo spirito della normativa, molte famiglie la utilizzeranno per attenuare o annullare l’effetto della legge, tutto questo mi sembra inappropriato». Emerge come il “rito romano” sia più difficile per il governo da smontare delle proroghe decise e poi ritirate in Veneto e Lombardia, regioni contrarie allo spirito “coercitivo” del decreto. «Sì, perché è la stessa legge ad innescare delle potenziali vie di uscita», ricorda Corongiu. Ripercorriamola: all’articolo 1 comma 2 è ammesso che chi è immunizzato a seguito di malattia naturale adempia all’obbligo vaccinale con vaccini in formulazione monocomponente entro l’offerta resa disponibile dal servizio sanitario. E l’Agenzia del Farmaco deve monitorare l’offerta di vaccini in formulazione monocomponente o combinata priva dell’antigene per la malattia infettiva per la quale c’è stata immunizzazione. «Come medico di famiglia ricorderei che ove un ragazzo sia immunizzato naturalmente contro una patologia, poniamo il morbillo, vaccinarsi “di nuovo” non comporta alcun problema, semmai potenzia l’immunizzazione». Un argomento che forse aveva fatto presa in senato quando non si tradusse nero su bianco il consenso trasversale di minoranza sulla proposta di far produrre in Italia i vaccini mono componenti mancanti nello scaffale del farmacista. «Anche se non un emendamento -ricorda Corongiu- è stato però approvato in fase di conversione un ordine del giorno che impegna il governo ad affidare allo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze la produzione di vaccini monocomponente. Non vorrei che quell’ordine del giorno si sia trasformato in boomerang per la legge». (Mauro Miserendino) (fonte Doctor33)

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Vaccini: Scatta l’obbligo per 6 milioni di alunni

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 settembre 2017

vacciniScatta l’obbligo per 6 milioni di alunni, ma mancano 100mila docenti, 15mila Ata, 2mila presidi e Dsga: così il diritto alla salute prevarica quello allo studio, Anief fa ricorso. Ad essere esentati sono quindi solo gli studenti dell’ultimo triennio della scuola secondaria di secondo grado. La disposizione arriva nell’anno in cui la popolazione studentesca nella scuola statale perde 33mila unità rispetto all’anno scolastico precedente. Il numero di iscritti in flessione, che secondo l’Istat è destinato a continuare nei prossimi anni, si deve principalmente alla denatalità che ora coinvolge anche le famiglie di alunni stranieri. Ma una quota va ascritta anche all’alto numero di alunni che lasciano ancora gli studi senza un titolo di studio e che poi diventano Neet: tendenze che prevalgono al Sud, dove trovano il loro habitat migliore perché è più forte la crisi economica e i servizi degli enti locali sono ridotti ai minimi termini. Ecco perché pesa tanto, sulla qualità dell’offerta formativa, l’altissima percentuale di posti scoperti e precari ancora da stabilizzare in tutti i ruoli. Marcello Pacifico (Anief-Cisal): Il balletto di posti d’inizio anno andava cancellato. Inoltre, per vincere gli abbandoni servono organici differenziati e l’innalzamento dell’obbligo scolastico a 18 anni, con avvio della primaria a 5 anziché a 6 anni. Mancano all’appello almeno 40mila docenti specializzati su sostegno, ancora assunti nei posti in deroga da precari, a fronte dei 235mila alunni con disabilità certificata e dei 100mila in ruolo. È in questo quadro che il decreto vaccini si va quindi a collocare: in un contesto scolastico dove i problemi aumentano, con gli organici abbattuti e stracolmi di precari, si vanno a caricare di ulteriori impegni le segreterie scolastiche già ridotte all’osso. Premesso che in tal modo lo Stato è andato oltre le proprie competenze, lo studio legale Anief, dopo un’analisi del decreto, e le circolari che ne sono seguite, ha appurato che vi sono i presupposti giuridici per bloccarlo: in settimana depositeremo il ricorso.

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Scuola: Obbligo a 18 anni, siamo all’improvvisazione

Posted by fidest press agency su sabato, 2 settembre 2017

valeria-fedeliQualche settimana fa, la Ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli, aveva caldeggiato “una rivisitazione complessiva dei cicli scolastici” premiando “la qualità dei percorsi didattici interni” e facendo presupporre l’intenzione di volere portare da 5 a 4 anni il percorso della scuola secondaria superiore. Alcune dichiarazioni, delle ultime ore, rilasciate dalla sottosegretaria Angela d’Onghia, cambiano tutta la prospettiva perché riportano di voler modificare “il ciclo di studi delle scuole medie da tre a due anni”.Per il sindacato Anief un Esecutivo che mette continuamente in dubbio gli assi portanti della nostra scuola, proponendo, a turno, soluzioni diverse non può essere preso in considerazione. Anche l’accostamento con l’Europa appare forzato: perché l’UE viene ignorata quando dice che non bisogna discriminare i precari rispetto al personale di ruolo? Perché non si guarda agli stipendi dei docenti europei? Perché non si vede l’istruzione europea anche per le ore di lavoro settimanali di lezione dei loro docenti, decisamente più basse di quelle dei nostri insegnanti?Sulla riforma dei cicli scolastici, Anief ha da anni presentato una proposta ragionata e supportata da studi scientifici: portare, sì, l’obbligo scolastico fino a 18 anni, riprendendo il progetto avviato quasi vent’anni fa dall’allora Ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer, ma non andando ad intaccare la durata del percorso formativo. La condizione che pone il sindacato, infatti, è quella di anticipare la scuola primaria a cinque anni, prevedendo in quella delicata annualità ludico-formativa la compresenza dei maestri d’infanzia. In caso contrario, si tratterebbe solo di un’operazione risparmio, finalizzata a far sparire a regime 35mila cattedre.Marcello Pacifico (presidente Anief): È chiara la differenza tra chi cambia prospettiva in continuazione, anche dentro lo stesso Governo, e chi, come noi, crede nell’obbligo formativo sino alla maggiore età da raggiungere attraverso un progetto ragionato. Bisogna guardare alle necessità pedagogiche e a quelle del personale. La riforma dei cicli è un terreno troppo importante, sul quale non si possono commettere errori, perché a pagare dazio sarebbero gli studenti, già penalizzati dai troppi tagli del tempo scuola e di organici dell’ultimo decennio: basta con le proposte improvvisate, utili più alla visibilità personale che a migliorare il sistema.Sulla riforma dei cicli scolastici il Governo naviga a vista. Nelle passate settimane, la Ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli, aveva caldeggiato “una rivisitazione complessiva dei cicli scolastici” premiando “la qualità dei percorsi didattici interni”: il contemporaneo allargamento della sperimentazione del liceo breve a 100 istituti, faceva presupporre l’intenzione di volere portare da 5 a 4 anni il percorso della scuola secondaria superiore. Alcune dichiarazioni, delle ultime ore, rilasciate da un alto rappresentante del Miur e del Governo, la sottosegretaria Angela d’Onghia, cambiano tutta la prospettiva.“La sperimentazione del diploma delle scuole superiori in 4 anni può aiutare gli studenti ad affrontare meglio le sfide del mercato del lavoro sempre più dinamico e specializzato. Ma perché non esaminare l’intero percorso scolastico degli otto anni rimodulandolo nella sua interezza e semmai modificando il ciclo di studi delle scuole medie da tre a due anni?”, si chiede la senatrice pugliese. La quale chiede pubblicamente, dunque, di mettere mano non alle superiori, ma al ciclo precedente. La motivazione del taglio di un anno di scuola, comunque, è sempre la stessa: “consentirebbe alle nuove generazioni di accelerare l’ingresso nel mondo del lavoro come accade già in numerosi paesi europei uscendo dalla scuola a 18 anni. Dopotutto ce lo chiede già l’Europa di realizzare un unico segmento di scuola secondaria di 7 anni. Non si tratta solo di risparmiare – mette le mani avanti la d’Onghia – ma piuttosto di un investimento serio e innovativo”.Il sindacato ritiene che questo modo di procedere non conduca versa nulla di costruttivo: un Esecutivo che mette continuamente in dubbio gli assi portanti della nostra scuola, proponendo, a turno, soluzioni diverse, addirittura contrapposte, non può essere nemmeno presa in considerazione. Anche il continuo accostamento con l’Europa appare quantomeno forzato: perché l’Unione Europea non viene presa in considerazione, anzi viene totalmente ignorata, quando dice che non bisogna discriminare i precari rispetto al personale di ruolo e ci sono sentenze che ribadiscono la tesi dell’equiparazione? Perché non si guarda agli stipendi dei docenti europei, molto più alti dei nostri? Perché non si vede l’istruzione europea anche per le ore di lavoro settimanali di lezione dei loro docenti, decisamente più basse di quelle dei nostri insegnanti?

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Scuola – Obbligo a 18 anni

Posted by fidest press agency su sabato, 26 agosto 2017

ministero-pubblica-istruzioneAltrimenti si tratterebbe solo di un’operazione risparmio, finalizzata a far sparire a regime 35mila cattedre della scuola superiore. A sostenerlo è l’Anief: se l’operazione ha come scopo primario quello di cancellare altro tempo scuola oltre quello divorato nell’ultimo decennio a partire della Legge 133/08, il giovane sindacato annuncia sin d’ora che si opporrà con tutte le sue forze. Sia a livello organizzativo-politico che in ambito giuridico-legale. L’anticipo dell’uscita da scuola a 18 anni, già tentato a inizio 2000 dall’allora Ministro Luigi Berlinguer, è un programma di revisione ripreso da diversi governi. Anche di recente, dall’ex Ministra Stefania Giannini. Se nessuno c’è riuscito è perché è sempre mancato un percorso ragionato e condiviso.Marcello Pacifico (presidente Anief): Con la scuola primaria anticipata di un anno, durante il quale attivare delle classi ‘ponte’, affidate a maestri in compresenza della scuola dell’infanzia e della stessa primaria, si migliorerebbe il delicato passaggio tra la scuola materna e l’ex elementare. Lo abbiamo detto, qualche mese fa, sia a Montecitorio che a Palazzo: è scientificamente provato che a cinque anni i bambini hanno bisogno di una formazione di tipo essenzialmente ludico e, nello stesso tempo, di avvicinamento all’alfabetizzazione e al far di conto. L’operazione permetterebbe anche di svuotare le graduatorie di merito e le GaE dei maestri d’infanzia dimenticati dalla riforma e con pessime prospettive di stabilizzazione. Come si darebbe una bella spallata alla dispersione e all’abbandono scolastico: perché mantenendo il tempo scuola immutato e innalzando l’obbligo a 18 anni, gli studenti sarebbero più coinvolti nei progetti formativi. Certo, servirebbe anche rivedere i contenuti dei cicli scolastici, rendendoli anche più stimolanti per le nuove generazioni.

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Zaia in Veneto: No all’obbligo vaccinale

Posted by fidest press agency su giovedì, 15 giugno 2017

zaia“Il Veneto non ha l’obbligo vaccinale e io governo questa ragione da sette anni, senza obbligo vaccinale. Abbiamo scelto di proporre una nuova formula, togliere l’obbligo e parlare con i genitori. Siamo gli unici ad avere un’anagrafe vaccinale digitale, quindi in tempo reale conosciamo bene i nostri dati. Abbiamo un buon rapporto con il Ministero della Sanità e guarda caso nonostante non ci sia l’obbligo vaccinale, come accade peraltro in 15 Paesi europei, tipo Germania, Gran Bretagna eccetera, da noi il 92,6% dei bimbi sono vaccinati, è il dato di quest’ultimo semestre della nostra anagrafe vaccinale, quindi non sono contro il vaccino, ma sono per porre una questione. La questione è che non è più l’era degli obblighi, ma l’era dei dialoghi, dobbiamo parlare con questi genitori”. Così Michele Zaia, governatore del Veneto, intervenuto sui vaccini a Effetto Giorno su Radio 24. Al conduttore che, evidenziando come in altre regioni la copertura sia sotto al 90%, domanda se vi sia la necessità di imporre l’obbligo, Zaia a Radio 24 risponde: “I dati sono sufficientemente alti per non essere nell’ambito della soglia pericolosa sostanzialmente in tutte le regioni. Il vero tema è un altro, i genitori pongono le questioni. Io penso che il dialogo sia fondamentale. Sa qual è la preoccupazione? Che questa azione, che è un’azione coercitiva importante, incentivi l’abbandono ai vaccini. Quindi otterranno l’effetto opposto e questa non è una condizione da poco per una regione come il Veneto del non obbligo ne ha fatto una bandiera”. Alla domanda diretta del giornalista che chiede di chiarire la sua posizione in merito ai vaccini Zaia a Radio 24 risponde: “Se avessi un figlio lo vaccinerei, punto. Il vero problema, le ripeto, è che una regione modello come il Veneto, che non ha l’obbligo vaccinale, come altri 15 paesi in Europa, dimostra che si possono avere gli stessi vaccini, con percentuali molto alte senza avere l’obbligo vaccinale”. Alla replica del giornalista che sostiene che in Italia questo non avviene senza obbligo Zaia sottolinea: “Beh allora chiediamoci perché non avviene, perché non c’è informazione, perché non ci sono i servizi ai genitori e alle famiglie degni di questo nome, perché ci sputtaniamo un sacco di soldi per finanziare regioni che nella sanità l’unica cosa che san fare è fare buchi. Abbiamo tre regioni, quattro regioni che han 5 miliardi di buco nella sanità e che esportano ammalati, questi sono i veri problemi e non quello di mettere le multe ai genitori”.

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Vaccini: Ottocentomila ragazzi da vaccinare, i dubbi della scuola

Posted by fidest press agency su martedì, 23 maggio 2017

vaccinazione-antinfluenzale-2012-2013Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal, commenta le stime fornite oggi dalla stampa nazionale sui giovanissimi da vaccinare in tempi ristretti, con ‘Scuole, Asl e forse anche Tribunali minorili investiti da una pioggia di casi da risolvere rapidamente per rendere operativo il decreto legge approvato venerdì, che produrrà i suoi effetti già dall’anno scolastico 2017-2018’: si vuole obbligare la famiglia del bambino a procedere con la vaccinazione in tenera età; poi però il richiamo vaccinale, che i medici reputano altrettanto indispensabile, non è più cogente. Per noi è una palese contraddizione. Inoltre, perché si assegna alla scuola una competenza di carattere sanitario? E come si fa con i tanti alunni che per vari motivi, quasi sempre di salute, sono costretti a stare a casa o in ospedale?“Ci sono ottocentomila ragazzi da vaccinare subito, ma non si comprende perché debba essere la scuola ad assolvere a un compito di verifica che attiene all’ambiente sanitario”: a dirlo è Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal, commentando le stime fornite oggi dalla stampa nazionale sui giovanissimi da vaccinare in tempi ristretti, con “Scuole, Asl e forse anche Tribunali minorili investiti da una pioggia di casi da risolvere rapidamente per rendere operativo il decreto legge approvato venerdì, che produrrà i suoi effetti già dall’anno scolastico 2017-2018”. “Si stanno riversando sulla scuola tutte le incertezze e ambiguità del decreto su cui un paio di giorni fa è arrivato il via libera del Governo: la norma dice che la scuola avrà l’obbligo di riferire alla Asl la mancata vaccinazione, successivamente l’Asl avrà l’obbligo di chiamare la famiglia e dare dei giorni per vaccinarli. Ora, però, mi chiedo: l’obbligo vale per tutte le scuole? Lo sanno al Governo che solo il 25 per cento degli alunni fino a 6 anni frequenta le scuole statali? Sono coscienti del fatto che anche quando l’ultima riforma Renzi-Giannini del percorso fino alla primaria andrà a regime, previsto dalla Legge 107/15, solo un bambino su tre frequenterà la scuola pubblica statale?”.I dubbi del presidente Anief sono su più fronti: “sarebbe interessante sapere anche per quale motivo sono stati tagliati fuori dall’obbligo i giovani dopo i 6 anni di età, visto che fino a 16 anni si rientra nell’obbligo formativo. In questo modo, con la nuova legge, si vuole obbligare la famiglia del bambino a procedere con la vaccinazione in tenera età; poi però il richiamo vaccinale, che i medici reputano altrettanto indispensabile, non è più cogente. Per noi è una palese contraddizione”. Pacifico ritiene anche illogico assegnare alla scuola il ruolo di garante dall’avvenuta vaccinazione: “si è assegnata all’istituzione scolastica una competenza di carattere prioritariamente sanitario. Andando a incrementare i già tanti oneri dei dirigenti scolastici e che, inevitabilmente, andranno a coinvolgere pure docenti e personale Ata, i quali potrebbero essere incaricati di fare da tramite con le famiglie. Si dà poi per scontato che tutti i bambini frequentino la scuola: ci sono, a esempio, casi di alunni che per vari motivi, quasi sempre di salute, sono costretti a stare a casa o in ospedale. Cosa si fa in questi casi, che non sono nemmeno così rari come si può pensare?”, si chiede ancora il sindacalista.

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“Obbligo di lingua francese viola il principio di non discriminazione e mette a rischio posti di lavoro nel ponente ligure”

Posted by fidest press agency su sabato, 15 aprile 2017

ParigiNel tentativo di ridurre il numero di lavoratori distaccati in Francia, alcuni enti regionali d’Oltralpe hanno reso obbligatorio l’uso della lingua francese sui cantieri pubblici. Si tratta della cosiddetta “Clausola Molière”, che era stata presentata come un emendamento alla normativa sul lavoro, ma rigettata dal parlamento francese nel 2016. La clausola è stata ora riproposta a livello locale dai presidenti di quattro regioni governate dalla destra: Île-de-France, Hauts-de-France, Normandie e Auvergne-Rhône-Alpes, e, solo pochi giorni fa, Alpes-Maritimes. A queste, si sono aggiunti anche molti Comuni.
Il provvedimento preoccupa molto Bruxelles: la Commissaria per l’Occupazione e gli Affari Sociali, Marianne Thyssen, ha rilasciato già il mese scorso un’intervista a “Le Parisien”, in cui ha dichiarato che nessuno Stato membro dell’Unione europea può decidere unilateralmente di non applicare la legislazione comunitaria in materia di libera circolazione dei lavoratori senza incorrere in una procedura di infrazione, chiarendo che considera la clausola una vera e propria violazione del principio di non-discriminazione.
All’Europarlamento, gli stessi deputati francesi dei Popolari hanno sollevato molti dubbi sull’introduzione di questa misura, che rischia di vanificare l’enorme lavoro in corso proprio in Parlamento sulla revisione della Direttiva sui lavoratori distaccati, che dovrebbe arrivare a compimento entro l’estate.“Siamo di fronte a una chiara violazione del principio di non discriminazione e della libertà di circolazione – sostiene Brando Benifei, eurodeputato ligure del Partito Democratico – “Una violazione che, peraltro, costituisce una grave minaccia per i posti di lavoro nel ponente ligure, con tanti nostri lavoratori frontalieri che da un giorno all’altro potrebbero non poter più accedere ai cantieri in cui hanno operato finora”.
Benifei ha depositato una interrogazione urgente alla Commissione europea, affinché questa chiarisca quali azioni intende intraprendere per arginare la spiacevole situazione. “Dopo anni di nostre insistenze – prosegue Benifei – finalmente abbiamo iniziato a rivedere la normativa europea, per garantire una migliore tutela dei lavoratori distaccati e abbattere il dumping sociale, e ora ci troviamo di fronte a un clamoroso e pericoloso passo indietro unilaterale. Bisogna monitorare con attenzione – conclude – gli sviluppi della questione in Francia e mi auguro che anche i candidati alle elezioni politiche francesi prendano una posizione pubblica chiara su questo tema, per evitare derive sovraniste e discriminatorie alla vigilia delle elezioni”.

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Ap, Binetti: “Su nuova posizione Udc qualche chiarimento è d’obbligo”

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 dicembre 2016

Paola-Binetti“E’ stato rapidamente raccolto da tutte le agenzie di stampa il comunicato dell’Udc con cui si faceva presente che l’avventura di Area popolare aveva concluso, almeno per ora, il suo iter. Dopo l’appello di ieri sera con cui Angelino Alfano si diceva pronto ad andare velocemente al voto insieme a Matteo Renzi, qualcosa è scattato nella nostra sensibilità politica, a cominciare dal senso di responsabilità. Il No al quesito referendario significava sostanzialmente tre cose: il rifiuto di una riforma confusa e pasticciata; il bisogno di onestà intellettuale, per cui diciamo no al marketing politico che promette senza mantenere; e infine la strana sensazione di essere su di un treno in corsa in cui solo il macchinista sa qual è la direzione, mentre agli altri si chiede solo di votare la fiducia a processi compositi, ma ridotti a pura digitalizzazione: si o no, per contenuti spesso scarsamente definiti nelle loro implicazioni. Quando Ap è nata, qualche anno fa, avremmo voluto dar vita ad un soggetto politico nuovo, inclusivo, aperto ad un dialogo efficace con le forze politiche più sensibili ai valori del lavoro e del merito; della vita, della famiglia; ai giovani, alle piccole e medie imprese, che caratterizzano il tessuto economico nazionale. Deciso a lottare contro le disuguaglianze e contro la povertà, a difendere il risparmio delle famiglie e la libertà di scelta dei genitori in merito all’educazione dei figli. Niente di speciale, solo la difesa delle piccole cose che costituiscono l’intelaiatura della nostra vita e scandiscono il ritmo delle nostre giornate”. Lo afferma “con convinzione e con rammarico” l’onorevole Paola Binetti dell’Udc.
“Moltissime le battaglie fatte insieme a Ncd. Alcune con ottimi risultati, qualche altra meno, per oggettive divergenze di idee su punti in cui Ncd si rivelava più affine al Pd con le sue posizioni storicamente diverse dalle nostre. Anche in merito all’attuale referendum la posizione di Lorenzo Cesa, segretario del Partito, si è rivelata nettamente diversa da quella del governo e alla fin fine vincente, nella capacità di percepire lo stato d’animo del Paese. Ma è sul punto delle elezioni anticipate che il dissenso attuale dell’Udc è chiaro e determinato. Il popolo Udc ha bisogno di tempo per capire cosa stia accadendo sullo scenario politico, a prescindere dalle rappresentazioni narrative così ottimistiche che tanto piacciono a Renzi, e di cui la gente a volte non trova il riscontro nella pratica. Come Udc – prosegue Binetti – fedeli al principio dei valori al centro e della chiamata alla responsabilità personale, vogliamo stimolare una partecipazione politica efficace, confermata dallo stesso spirito di iniziativa che ha caratterizzato questa campagna referendaria. Davanti ai potenti mezzi messi in pista dal Governo: Rai, Tv, giornali, onnipresenza televisiva, bulimia da dichiarazioni quotidiane, noi Udc del No eravamo davvero schiacciati non solo dal SI, ma anche dai pentastellati, non meno bulimici del premier nell’occupare tutti gli spazi disponibili, il revival di Berlusconi e un Matteo Salvini in gran forma, con il suo ‘trumpismo’ all’italiana. Eppure sui territori, nel rapporto personale, nei salotti familiari, al bar con gli amici, gli iscritti Udc hanno saputo dare la loro testimonianza, spiegando, raccontando, confrontandosi umilmente. E il risultato ha premiato questo stile low profile, che però richiede tempo, pazienza, rispetto per l’altro perché non si senta schiacciato dall’avversario più veloce, più brillante, più ironico, più accattivante, ma non per questo più vero e più credibile. Ora per l’Udc – conclude Binetti – comincia una nuova fase della sua vita! Con Ncd abbiamo lavorato bene, salvo queste ultime battute… speriamo…”.

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Per i medici scatta l’obbligo di indicare il generico in ricetta

Posted by fidest press agency su martedì, 24 gennaio 2012

È confermata nel decreto sulla Liberalizzazione uscito dal Consiglio dei Ministri la norma che obbliga il medico a indicare in ricetta, accanto alla prescrizione, la dicitura «o farmaco equivalente se di minor prezzo», con l’unica eccezione per la presenza «di ragioni terapeutiche contrarie nel caso specifico». L’obbligo è previsto dal momento in cui è immesso in commercio un farmaco generico e si estende anche alla specificazione dell’inesistenza del farmaco equivalente. La norma aveva fatto infuriare i medici già nel momento in cui è circolata in bozza. Secondo i sindacati della medicina generale in particolare si tratterebbe di un provvedimento che mina la loro autonomia e libertà prescrittiva.(fonte farmacista33)

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Il vestito che fa il prete

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 agosto 2010

Lettera al direttore. Vincenzo Cerami, su l’Unità del 15 agosto, auspica che “a tutti i preti del mondo sia vietato di indossare altro che la tonaca. Non servirà certo a scoraggiare i duri e puri indemoniati dell’eros, ma farà da margine all’espansione delle mille, piccole depravazioni quotidiane”. A me pare un’ingenuità. L’obbligo della tonaca nel passato ha forse impedito a preti, vescovi cardinali ed anche a papi di combinarne di tutti i colori? Ed aggiunge: “Il cattolicesimo, come altre religioni, vive di simboli, di riti, di castità, di valori fondanti e irrinunciabili, di fedeltà alla dottrina, di rigorosa obbedienza alle regole sacerdotali”. Ed è proprio questo il guaio: le regole. Dare eccessiva importanza ai riti, ai simboli, alle regole, è un errore: “Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!” (Cf Mc 2, 23 – 28). Il simpatico scrittore continua: “La tonaca, alla semplice vista, ci trasmette tutto questo: molto spirito e poca carne”.  E’ proprio qui sta il diabolico inganno: vedere lo spirito nella tonaca, anziché negli occhi, nel modo di parlare, nel modo di agire. E conclude: “Un prete che sostituisce la tonaca con un abito comune è come se rinunciasse allo spirito”. Esagerazione!  Abiti comuni vestivano i primi sacerdoti di Gesù, gli apostoli, e lo stesso loro Maestro vestiva come tutti: tunica e mantello. Per imitare gli apostoli, non va bene la tonaca (tunica), giacché non è oggi vestito comune. (Renato Pierri)

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Alemanno: obbligo di chiarezza

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 luglio 2010

“Spiace che al termine di questa giornata non sia arrivata nessuna pubblica smentita del sindaco Alemanno sulle dichiarazioni rese oggi a ‘Il Fatto’ da Pasquale Lombardi”. Lo dichiara il senatore del Pd Raffaele Ranucci in merito che così continua: “Le indagini della Magistratura faranno piena luce sugli aspetti penali dell’intera vicenda che vedrebbe coinvolti politici, amministratori e i più alti livelli delle istituzioni democratiche. Ma credo che il sindaco della Capitale abbia un obbligo immediato di chiarezza nei confronti dei suoi cittadini”.

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Comunità per anziani e legge regionale

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 gennaio 2010

E’ stata costituita l’Associazione CO.AL.A. (Comunità Alloggio Anziani) presieduta da Giuseppina De Santis che riunisce i Titolari di Case Famiglia e Comunità Alloggio per anziani, con il fine di tutelare gli interessi della categoria, ponendosi quale interlocutore con le istituzioni Comunali, Regionali e Nazionali. Il primo aspetto che l’associazione dovrà affrontare sarà, dal prossimo 10 febbraio, l’entrata in vigore della nuova disciplina regionale (vedi Legge Regionale 41/2003 e Deliberazione della Giunta Regionale del n.1305/2004) che comporterà pesanti e gravose ripercussioni economiche ed organizzative alle rispettive comunità. In particolare, la norma impone l’obbligo per le case famiglia e per le comunità alloggio per anziani di avere un operatore socio-sanitario (O.S.S.) ogni 6 ospiti per ciascun turno di lavoro; tale adempimento è spropositato rispetto all’attività che si svolge a causa dei costi elevati e della difficoltà di riqualificare il personale già operante nelle strutture in  quanto: – i compensi degli O.S.S. sono ricompresi tra i € 2.200 e i €  2.800 mensili;  il costo dei corsi di qualificazione si aggira intorno ai € 4000; è previsto l’obbligo di frequenza per i corsi; i corsi sono a numero chiuso e non vengono tenute in adeguata considerazione, ai fini dell’ammissione, le esperienze lavorative pregresse. Allo stato attuale, quindi, non appare possibile che tali comunità si possano adeguare alla normativa entro il termine del 10 febbraio 2010, prospettandosi così l’eventualità della revoca amministrativa dell’autorizzazione con conseguente chiusura della struttura, senza contare che la violazione della normativa in questione potrà comportare anche conseguenze di carattere penale per i titolari delle Case Famiglia e delle Comunità Alloggio per Anziani. Per questo motivo la neo-associazione si è subito attivata con riunioni in ambito locale, con un intervento  nell’Assemblea del PD sulla Sanità nel Lazio tenutasi in data 14 dicembre 2009 dove erano presenti i massimi esponenti politici Nazionali e della Regione Lazio per la Sanità e nel corso di colloqui con Consiglieri Regionali, al fine di portare a conoscenza delle Istituzioni le problematiche legate all’entrata in vigore di detta normativa. Dai colloqui intercorsi, è emersa la disponibilità delle istituzioni a discutere una proroga per l’entrata in vigore della normativa e, nelle more del rinvio, a ridiscutere la normativa stessa. Ma la strada che è stata imboccata è ancora irta d’incognite. Proprio per questo motivo l’associazione rivolge un appello pubblico per aumentare la consistenza degli associati, per avere più forza contrattuale, e per coinvolgere l’opinione pubblica su questo delicato problema che è fortemente sentito in tutto il Lazio e, in special modo, a Roma.

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Il Corano e la guerra santa

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 gennaio 2010

Se scorriamo le varie sure del Corano ci accorgiamo che sono ben 75 i versetti che qua e là parlano ed incitano alla guerra santa, alla Jihad detta nella lingua dell’Islam e che vuol significare letteralmente “sforzo”. E’ stato papa Giovanni VIII nel medioevo a tradurre il termine in “guerra santa”. Uno dei brani più famoso del Corano dice in merito: “combattete sulla via di Iddio coloro che vi combattono ma non oltrepassate i limiti, che Dio non ama gli eccessivi.” Si vuole che l’espressione Jihad nel senso di “guerra guerreggiata” fosse stata corretta dallo stesso Maometto per distinguerla tra “grande guerra” contro gli istinti deteriori dell’essere umano e “piccola guerra” in armi. Gli estremisti non accettano tale distinzione in quanto sostengono l’obbligo per ciascun fedele di respingere l’ostilità dei miscredenti con ogni mezzo e ovunque.

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Benzina: Andare oltre gli appelli

Posted by fidest press agency su sabato, 8 agosto 2009

Giusto l’invito del ministro Scajola a verificare il prezzo prima di fare il pieno, ma vorremmo ricordare al ministro che la stragrande maggioranza dei distributori non espone il prezzo sui totem. L’automobilista, pertanto, è costretto a fare il “giro delle 7 chiese” per verificare il distributore più conveniente.  Una norma dell’allora ministro Marzano aveva obbligato i petrolieri ad esporre il prezzo sui totem: tale norma è stata ritirata. Adiconsum chiede che sia ripristinata.Il prezzo esposto è un obbligo generalizzato: ancora una volta i petrolieri fanno eccezione. Apprezziamo l’invito del ministro a verificare comportamenti di cartello, ma ciò non è sufficiente.  Occorre che il Governo adotti delle decisioni assumendosi una volta tanto le proprie responsabilità. Decisioni che riguardano il superamento delle variazioni giornaliere del prezzo dei carburanti. È attraverso queste infatti che avvengono le speculazioni. Una variazione periodica, come quella prevista da un norma di legge non viola il mercato, ma contribuirebbe a ridurre in modo significativo gli aspetti speculativi a tutto vantaggio dei consumatori e del Paese. Condividiamo l’aumento delle c.d. “pompe bianche” come un elemento ulteriore di concorrenza. Pompe bianche che devono essere presenti anche sulle autostrade. Questo per eliminare il peso delle royalty che incidono per circa 10 centesimi su ogni litro di benzina fatto in autostrada. Royalty assurda dato che il consumatore già paga il servizio autostradale. Adiconsum ritiene che lo sviluppo delle pompe bianche e delle pompe di benzina presso i supermercati, già in atto negli altri Paesi europei, siano elementi indispensabili per instaurare una reale concorrenzialità tra le compagnie petrolifere.

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