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Coronavirus: L’Europa si prepara per la Fase 2

Posted by fidest press agency su sabato, 9 maggio 2020

A cura di Andrea Delitala, Head of Euro Multi Asset di Pictet Asset Management. Il momento più acuto dell’emergenza sanitaria sembra ormai alle spalle e, dopo quasi due mesi di “lockdown”, si iniziano a bilanciare i benefici sanitari delle misure di distanziamento sociale con i danni economici che esse producono. Spinti dall’esigenza di tutelare il proprio tessuto sociale ed economico, quindi, molti Paesi stanno iniziando ad allentare le misure adottate per contenere la diffusione del virus, nell’attesa di determinanti innovazioni in campo medico. Qualora le misure di distanziamento sociale venissero gradualmente rimosse, ipotizziamo che, nel giro di un trimestre ovvero per fine luglio, si potrebbe tornare sopra il 90% circa dell’attività economica pre-COVID (dall’80% attuale), come successo grossomodo in Cina; per fine anno si prevede un recupero quasi completo dei livelli di inizio anno. In questo quadro, le nostre analisi prevedono una contrazione del PIL globale nel 2020 del -3.3%, seguito poi da un rimbalzo deciso nel 2021 (tenendo conto delle politiche fiscali e monetarie, la cui efficacia determinerà molto del risultato). Come già evidenziato dalle stime del Fondo Monetario Internazionale, l’Europa dovrebbe risultare la regione più fortemente penalizzata dal contesto attuale. Ciò è legato soprattutto alla minore capacità di reazione mostrata rispetto ad esempio agli USA.Il Paese nordamericano ha messo a terra una combinazione di stimoli monetari e fiscali che, se non arrivano ad un vero e proprio ‘helicopter money’, ci si avvicinano molto. La manovra fiscale, pari a oltre il 7% del PIL del Paese, comporterà un aumento dell’indebitamento pubblico che sarà più che compensato dagli acquisti della Fed. Quest’ultima, infatti, oltre ad aver tagliato i tassi di 150pb, con il suo programma di acquisti, ha già iniettato liquidità nel sistema per $2’500 miliardi (quasi altri $2’000 miliardi sono previsti per fine anno) che stimiamo abbiamo effetti equivalenti ad altri 250pb di tagli (quindi è come se avesse ridotto i tassi del 4%). La Fed in questo modo comprerà più debito di quanto verrà emesso per finanziare la spesa fiscale. Di fatto, è stato costituito quell’ammortizzatore che farà sì che il reddito disponibile delle persone scenderà meno rispetto al PIL nazionale (-5.3% atteso per il 2020), come già osservato in occasione della grande crisi finanziaria del 2007-2009. E la monetizzazione del debito eviterà un rialzo dei tassi di interesse che avrebbe ripercussioni negative sugli investimenti privati (effetto spiazzamento).Confrontando questi numeri con quanto fatto in Europa, spesa fiscale di poco superiore al 3% del PIL e QE da circa €1’200 miliardi (senza tagli dei tassi, visto che per il blocco a moneta unica questi si trovavano già in territorio negativo allo scoppio della crisi), si intuisce la diversa entità della reazione di politica economica nelle due regioni. Se ne sono accorti anche i mercati finanziari che, non a caso, stanno lasciando indietro i listini europei rispetto a quelli statunitensi. Con questo non vogliamo dire che l’intervento delle istituzioni del Vecchio Continente sia irrisorio, anzi è superiore a quello utilizzato per contenere la crisi nel biennio tra il 2007 e il 2009. Tuttavia, anche per la natura intrinseca dell’ordinamento comunitario, è stato, almeno per il momento, in gran parte delegato ai singoli Stati, liberati a tal fine dai vincoli del Patto di Stabilità. Chiaramente, questo ha voluto dire rinunciare, in questa prima fase, ad una risposta unitaria, dando il via libera a manovre nazionali in ordine sparso, ognuna calibrata sullo spazio di manovra fiscale a disposizione di ciascun Paese. Si è venuta a creare, di conseguenza, un’asimmetria nelle misure adottate, per cui i Paesi con una minore flessibilità di bilancio sono proprio quelli più duramente colpiti dalla pandemia, quelli del Sud Europa.Per questo motivo, nell’attesa di un dispiegamento di un reale pacchetto di stimoli monetari comunitari, giocherà un ruolo ancora più fondamentale la Banca Centrale Europea, che avrà il compito prioritario di contenere il costo del debito pubblico della regione, allontanando nel tempo le questioni circa la sua sostenibilità. A tal fine, la BCE ha già chiarito di avere ampia flessibilità nell’interpretare i vincoli di intervento per Paese e per emissione (cosa peraltro già messa in pratica). Tale impegno verosimilmente si sostanzierà innanzitutto in un ampliamento della portata e in un allungamento della scadenza del suo programma di acquisti PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme). In aggiunta, potrebbero venire allentate ulteriormente le limitazioni negli acquisti date dal meccanismo della capital key, già momentaneamente accantonato, una soluzione che rappresenterebbe, di fatto, un surrogato dell’OMT (gli acquisti senza limiti dei Titoli di Stato a 1-3 anni di scadenza di un Paese che ricorre al MES). Quest’ultimo, rimane lo strumento di ultima istanza, per il quale condizione necessaria (ma probabilmente non sufficiente) sarebbe il ricorso alla nuova linea di credito del MES – la Pandemic Crisis Facility (PCF). La combinazione del PCF del MES con l’OMT (forse con un monitoraggio fiscale ad hoc) sarà utile in caso di grave crisi specifica di un Paese. Di ben altra portata è il cosiddetto Recovery Fund. Facendo leva sul Bilancio Europeo, il Fondo per la Ricostruzione potrebbe arrivare, infatti, a liberare risorse per €2’000 miliardi. Le tempistiche per la sua implementazione, tuttavia, sono piuttosto lunghe. In primis, perché manca ancora un accordo di massima sulla forma che dovrà assumere. Il nodo cruciale riguarda la formula con cui verranno erogati i finanziamenti e, in particolare, se almeno in parte verranno concessi come contributi a fondo perduto. Da questo punto di vista, il 6 maggio la Commissione Europea presenterà una proposta formale e si potrebbe arrivare quindi in tempi brevi a decisivi sviluppi positivi. Eventuali ritardi nelle misure comunitarie richiederanno una maggiore presenza della BCE che resta il principale ‘game in town’ per assicurare buone condizioni finanziarie nell’eurozona.

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Governo Coronavirus: La Cina è vicina

Posted by fidest press agency su sabato, 9 maggio 2020

“La Cina è vicina”, è un film del 1967 di Marco Bellocchio, che racconta di storie familiari e di velleitarismo politico.Ci è venuto in mente questo film a proposito della vicenda della pandemia e della responsabilità della Cina. Messa da parte la bufala del virus da laboratorio, costruito ad hoc per infettare il Mondo, la realtà è che la diffusione e pericolosità del Coronavirus è stata nascosta dalla Cina.Siamo stati settimane a leggere dell’infetto 1 che proveniva dalla Germania e, nel frattempo, mezzo milione di cinesi girava per l’Europa e gli Usa, provocando una diffusione del virus a ventaglio.Inoltre, abbiamo assistito alla propaganda degli aiuti cinesi, ben sponsorizzati dal ministro degli Esteri, Luigi Di Maio e, tanto valse la pubblicità, che ben il 52% degli italiani ha ritenuto la Cina il Paese più amico, nonostante l’invasione virale cinese Ricordiamo il velleitario memorandum Italo-Cinese, sottoscritto dal governo Conte1 (M5S-Lega), fuori dall’ambito del G7, cioè dei sette maggiori Stati economicamente avanzati del pianeta, ossia: Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito e Stati Uniti d’America. Nazioni sviluppate, il cui peso politico, economico, industriale e militare è ritenuto di centrale importanza su scala globale.Rammentiamo, a proposito, che, l’Italia rappresenta solo il 2,4% del Prodotto interno lordo mondiale. Insomma, pensare di commisurarci da soli con potenze mondiali, quali la Cina, significa essere affetti da velleitarismo politico: si finisce per essere subordinati. Anche se “La Cina è vicina”, teniamoci stretta l’Europa. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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Il coronavirus preme l’acceleratore sui social bond

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 maggio 2020

A cura di Benjamin Kelly, Analista Senior, Investimento responsabile e Simon Bond, Direttore investimento responsabile, Gestione di portafoglio di Columbia Threadneedle Investments. Quando si valutano gli investimenti ESG (con caratteristiche ambientali, sociali e di governance), la componente sociale viene spesso messa in secondo piano rispetto ai fattori ambientali e di governance. In parte, ciò è dovuto al fatto che questi due elementi sono più facili da valutare. Ad esempio, possiamo misurare le emissioni di anidride carbonica degli aerei o la diversità di un consiglio di amministrazione in maniera relativamente semplice. Gli aspetti sociali presentano qualche difficoltà in più. Ad esempio, la creazione di posti di lavoro è importante ed essenziale per imprimere vigore a un’economia, ma dobbiamo comprendere la qualità dei lavori offerti in termini di trattamento e remunerazione dei lavoratori. Oggi, però, gli investimenti sociali potrebbero essere in procinto di passare alla ribalta. I mercati obbligazionari sono sempre stati un ottimo barometro dell’interesse degli investitori nei confronti delle attività ESG attraverso l’emissione di green bond, social bond e sustainability bond. Si tratta di obbligazioni con “utilizzo specifico dei capitali raccolti”, il che significa che il finanziamento è destinato esclusivamente a progetti predefiniti il cui risultato sarà ambientale, sociale o sostenibile (una combinazione di ambientale e sociale). Questo segmento ha registrato una crescita rapida negli ultimi anni, con collocamenti per oltre 800 milioni di dollari.
Di fatto, la comunità sovranazionale ha già destinato capitali alla lotta contro il Covid-19 emettendo più di 9 miliardi di titoli di debito nelle ultime settimane attraverso i Social Bond della Società finanziaria internazionale (IFC); i Sustainability Bond della Banca di sviluppo interamericana (IADB); i Social Bond della Banca africana per lo sviluppo (AfDB); i Response Bond della Nordic Investment Bank; e i due collocamenti più recenti di 1 miliardo di euro ciascuno: uno della Banca europea per gli investimenti e l’altro della Banca di sviluppo del Consiglio d’Europa, che hanno ricevuto richieste di sottoscrizioni 5,9 e 3,9 volte superiori al limite massimo. Nel complesso, queste obbligazioni contribuiranno a finanziare prodotti e servizi tesi a migliorare le condizioni sanitarie e a preservare il tenore di vita delle comunità colpite dal virus. I collocamenti rientrano nei Principi per i Green e Social Bond stilati dall’ICMA e l’utilizzo specifico dei capitali raccolti include aree quali sanità, accesso ai finanziamenti per le piccole imprese, occupazione e infrastrutture ambientali di più lungo termine.La crisi attuale, tuttavia, ha fatto emergere con urgenza la necessità di ampliare il campo di applicazione dai green bond ai social e sustainability bond. Ad esempio, la IFC ha cominciato a emettere social bond nel 2017 raccogliendo 1,46 miliardi di dollari nell’ambito di 28 collocamenti al 31 dicembre 2019. L’ultima obbligazione sociale è un’emissione da 1 miliardo di dollari, che ha quasi raddoppiato il portafoglio social bond dell’istituto in un sol colpo. Questo trend è chiaramente osservabile anche guardando alle emissioni globali di obbligazioni con utilizzo specifico dei capitali raccolti. Da inizio anno la componente sociale rappresenta il 18% di questi bond, una quota mai raggiunta prima, e si prevede una prosecuzione di questo trend con l’evoluzione e l’uscita dalla pandemia.
Da un punto di vista psicologico, gli investitori tendono ad essere monotematici, ossia riusciamo a concentrarci su un’unica grande idea alla volta. Prima si trattava del cambiamento climatico, che pur restando di fondamentale importanza sta passando in secondo piano perché gli investitori si stanno concentrando sulla crisi sanitaria in corso. Prevediamo che l’emissione di social bond aumenterà per far fronte all’attuale emergenza sanitaria, tuttavia una volta superata la crisi Covid19 il cambiamento climatico dovrebbe tornare ad essere il tema ESG preponderante, benché la componente sociale rimarrà psicologicamente rilevante.L’attuale situazione offre ai governi l’opportunità di seguire le orme degli organismi sovranazionali ed emettere titoli di Stato in risposta alla crisi. L’emissione di obbligazioni sovrane con utilizzo specifico dei capitali raccolti non è un’idea nuova: alcuni paesi lo hanno già fatto negli ultimi tre anni, tra cui l’Olanda, la Francia, l’Irlanda e il Belgio (e in tutti i casi si trattava di green bond). Una tendenza interessante rispetto alle emissioni sovrane vede gli investitori britannici stabilmente tra le fila dei maggiori acquirenti. Ad esempio, in occasione del Social Bond emesso recentemente dal Consiglio d’Europa hanno rappresentato il 14% degli acquirenti (secondi solo ai francesi e agli asiatici, al 25% e 16% rispettivamente). Tuttavia, malgrado l’interesse degli investitori il Regno Unito non ha ancora emesso un Gilt di questo tipo. A nostro avviso, la crisi attuale ha creato un momento particolarmente propizio per emettere un Gilt sociale che fornisca supporto non solo nell’immediato ma miri a risolvere alcune delle problematiche sociali di più lungo termine.Se la componente sociale comincerà ad avere la meglio su quella ambientale come criterio di selezione degli investimenti, si aprirà un dibattito molto interessante. I viaggi e i trasporti aerei sono due aree in cui gli aspetti sociali vengono spesso trascurati per dare risalto all’impatto ambientale negativo (emissioni di anidride carbonica), ma in realtà si tratta di due attività prettamente sociali. Il nostro fondo Sustainable Infrastructure ha recentemente investito in una compagnia di navigazione che offre servizi merci e passeggeri dal Regno Unito e dalla Francia alle Isole del Canale. La componente sociale ha giocato un ruolo chiave nella decisione di investire in questa società, che fornisce servizi di collegamento essenziali per le isole. A causa della pandemia, al momento i servizi passeggeri sono sospesi ma i traghetti continuano a far arrivare alimentari e forniture mediche fondamentali alle Isole del Canale.
In conclusione, il Covid-19 ha cambiato profondamente la vita della popolazione mondiale. L’emissione di social bond per mitigare i danni di questa pandemia è positiva ma sono necessari ulteriori collocamenti e i governi dovrebbero cogliere quest’occasione per potenziare e strutturare le proprie obbligazioni sociali. Una volta usciti dalla crisi, ci aspettiamo di assistere a un cambiamento comportamentale nel mondo imprenditoriale in direzione di una maggiore attenzione agli impatti sociali. Pertanto, gli investimenti sociali sono un tema destinato a durare.

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Coronavirus: pensare alla ripartenza delle scuole a settembre

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 maggio 2020

Il momento difficile e delicato che il Paese sta affrontando si è rivelato fondamentale per un complessivo ripensamento del sistema dell’istruzione e dell’organizzazione scolastica, in quanto ha mostrato e continua a mostrare i punti di forza, ma anche le debolezze e le fragilità di un sistema ancora incardinato su una visione passata e troppo poco improntata all’innovazione tecnologica.
La didattica a distanza è stata un successo dove gli alunni avevano possibilità di accedervi, ma ha drammaticamente rimarcato le disparità esistenti in un Paese ancora troppo diviso da differenze sul piano economico e sociale. Tema su cui il Governo dovrebbe porre maggiore attenzione, specialmente in questa fase.
Risulta alquanto controversa e discutibile, sul fronte dell’istruzione, la modalità con il Ministero ha bandito i concorsi, approfittando anche della situazione di emergenza. Il bando pubblicato per la selezione del personale docente, infatti, come hanno denunciato i sindacati, risulta modificato rispetto al testo presentato al CSPI – Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione. Questo denota una criticità nella procedura, secondo cui il testo avrebbe dovuto invece essere sottoposto nuovamente al Consiglio, aprendo le porte a possibili contestazioni. Inoltre è necessario ed urgente pensare alla ripartenza: vista l’attuale situazione di emergenza dovuta alla pandemia, appare fortemente improbabile che a settembre si siano già espletate le procedure del concorso per la selezione del personale docente bandite ieri e siano disponibili i nuovi insegnanti, che dovranno ricoprire le cattedre vacanti e assicurare il servizio scolastico in conformità con le nuove disposizioni di distanziamento sociale e doppia turnazione.
Gli alunni, dopo aver terminato l’anno scolastico con la didattica a distanza (laddove possibile), si potrebbero trovare a settembre senza alcuni professori, come già accaduto lo scorso anno in occasione dell’avvio dell’anno scolastico.
Non avendo riaperto le graduatorie d’istituto e non avendo terminato i concorsi, i presidi dovranno probabilmente ricorrere nuovamente alla selezione tramite MAD (messa a disposizione), con un sovraccarico di lavoro e con il rischio di selezionare personale meno esperto e qualificato rispetto agli insegnanti precari, che hanno dovuto spendere soldi e tempo per aggiornare le proprie competenze in vista della annunciata riapertura delle graduatorie d’istituto, poi smentita.
In tale ottica, rinviare di un anno la procedura di aggiornamento delle graduatorie (prevista a giugno) a causa della crisi coronavirus è un grave errore: le scuole devono poter contare su graduatorie aggiornate con personale preparato, in modo da poter garantire a settembre una ripresa piena delle attività, senza minare ulteriormente il diritto allo studio di molti alunni, già messo in crisi dall’emergenza Covid-19.
L’aggiornamento è reso possibile da procedure telematiche, per cui devono essere stanziate le opportune risorse, in tutto il Paese. È necessario definire in tal senso una generale riorganizzazione del sistema scolastico con modalità moderne e aggiornate, che permettano di sfruttare le possibilità offerte dalle nuove tecnologie, per incrementare l’efficienza e la rapidità delle procedure.

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Coronavirus. La Fase 2 e l’inadeguatezza dei decreti ministeriali

Posted by fidest press agency su domenica, 3 maggio 2020

Il momento è difficile, continua ad esserlo mentre la pandemia si ritira, ma, minacciosa lascia dietro di sé una scia di morte ed il rischio concreto di un’improvvisa recrudescenza. Ed allora ecco che la cosiddetta “Fase 2” assomiglia molto alla fase precedente: il ritorno graduale alle normali abitudini di vita sembra essere un lontano miraggio.I tecnici sono chiari: non ci possiamo permettere nuove ondate di contagi, il sistema sanitario non lo potrebbe sopportare. La regola aurea da seguire è semplice e coincide con il distanziamento sociale: ci dobbiamo abituare a stare a distanza dalle altre persone. Difficile per una popolazione adusa al contatto umano, ma possibile. Indispensabile per la sopravvivenza di molti, non solo dei più anziani. Ed allora paiono del tutto ingiustificati i reiterati sforzi di regolamentazione barocca dei singoli frammenti di vita dell’individuo, se in fondo le norme da seguire sono sanitarie, igieniche e non giuridiche. A ritenere diversamente si rischia di scadere in stereotipi discriminatori: dai a un italiano la possibilità di scrivere un regolamento e lo farai felice. Siamo tutti intimamente burocrati? E non solo. A ritenere diversamente si rischia di sacrificare le libertà fondamentali – costituzionali – senza che vi sia alla base un corretto bilanciamento con il diritto alla salute.
Le norme si sforzano di regolamentare i segmenti della vita privata e di entrare nelle case delle persone, ma per loro stessa natura lasciano un varco aperto a criteri interpretativi: insomma finiscono per essere troppo precise, ma allo stesso tempo vuote ed indeterminate.Diciamo che le norme dei decreti si prestano all’abuso. Ma l’interpretazione di queste norme confuse è liberamente data anche da tutti i consociati: mentre ci ammassiamo in code chilometriche per fare la spesa – rara occasione per respirare un po’ d’aria fresca e magari un po’ di virus – ci sentiamo autorizzati ad educare i consociati più irrispettosi additando gli amici del Covid, gli untori di manzoniana memoria. Sono stato personalmente redarguito per essermi recato a fare la spesa in auto e non a piedi, i “runner” vengono regolarmente insultati dalle finestre perché non vogliono bene all’Italia, gli anziani che passeggiano vengono inviatati a tornare a casa da sceriffi fai-da-te e via dicendo…Ma un attimo… Che c’entra tutto questo con il “distanziamento sociale”? Che c’entra con la prevenzione e l’adozione di norme igieniche e sanitarie? L’aria che si respira è tutt’altro che fresca. È opprimente, opprime i nostri diritti. In questo clima pare francamente discutibile l’adozione del nuovo decreto del Presidente del Consiglio sulla Fase 2, il cui contenuto merita – almeno in alcune sue parti – accese critiche.
Non si distinguono le zone caratterizzate da un maggior rischio di epidemia, ma viene consentito in tutto il Paese, di fare visita… ai congiunti, ossia alle persone a cui siamo legati da un vincolo di sangue o giuridico. Ancora una volta, con norme vuote, ma nel contempo troppo dettagliate, si sono voluti regolare settori della vita privata spingendosi dentro le case: i congiunti si potranno incontrare indossando le mascherine e restando a distanza. E come si pretende di verificare il rispetto di queste norme? Spingendo le forze dell’ordine nei privati domicili? Il tutto sulla base di un decreto ministeriale? Ed ancora, chi sono i congiunti? Non esiste una definizione univoca e il Decreto non fa altro che complicare una situazione già complessa, ma pare potersi affermare che il mero vincolo affettivo non conti. Il problema è stato sollevato immediatamente dopo l’adozione del Decreto sulla “Fase 2”, poiché limitare la visita ai congiunti, stando alle definizioni contenute nei codici, sarebbe una limitazione discriminatoria nei confronti di chi non è “giuridicamente congiunto”, ma lo è di fatto. Così rischierebbero di essere irrilevanti le relazioni affettive: se ad esempio si fosse perso un compagno non sposato sarebbe fatto divieto di partecipare alle esequie funebri. Pare (notizia agenzia Ansa) che a questo pasticcio si sia tentato di porre rimedio con delle FAQ, ancora non pubblicate sul sito del Governo, in cui si chiarisce che nel concetto di congiunti dovrebbero rientrare anche i “fidanzati” e coloro i quali siano legati da “affetti stabili”… Ma allora cosa si deve intendere per stabilità? Se ho una relazione da un mese è stabile? Se è di un anno? Se non sono poi così sicuro di essere innamorato posso vedermi con l’amante? E chi controllerà se durante l’incontro l’amore resterà platonico, sigillato da mascherine chirurgiche e guanti di lattice? E se il vizio avrà la meglio, potrò essere multato?
Ed ancora, da un punto di vista più tecnico: le FAQ pubblicate sul sito del Governo sono diventate una fonte del diritto? I giudici dovranno disapplicare il Decreto nelle parti in cui contrasti con le FAQ? Potranno applicare le definizioni codicistiche (art. 649 c.p. ad esempio, che contiene una definizione di congiunti risalente al 1930) o dovranno considerare un nuovo curioso iter normativo che nasce da Decreti sbagliati e si sviluppa in rettifiche digitali? Ma insomma, davvero? Ma che c’entra tutto questo con il “distanziamento sociale”?Forse, a ben vedere, i comportamenti esilaranti scaturiscono da norme esilaranti, ma tristemente vere. (Fabio Clauser, legale, consulente Aduc)

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La continuità assistenziale dei malati di Covid-19

Posted by fidest press agency su domenica, 3 maggio 2020

E’ fondamentale per garantire un percorso di cure dall’inizio della malattia sino alla guarigione, e anche nella fase dei controlli successivi. Quello che e’ emerso in queste settimane e’ stata la difficolta’ non solo nella gestione dei sintomatici ricoverati, ma anche di quelli gestiti a casa o che una volta dimessi devono fare ritorno al proprio domicilio. Il Policlinico Gemelli di Roma, insieme alla Regione Lazio, ha siglato un accordo per gestire un albergo con il fine di garantire una ospedalita’ protetta per tutti questi malati, non facendoli tornare nelle loro case. La spiega nel dettaglio all’agenzia di stampa Dire Christian Barillaro, responsabile della Centrale di Continuita’ assistenziale del Gemelli. Barillaro spiega, tra l’altro: “”Abbiamo ad oggi 162 posti letto disponibili, siamo arrivati ad occuparne anche 140. La gestione parte dalla Centrale di Continuita’ Assistenziale del Gemelli e dalla Centrale operativa della Asl, in modo integrato. Il territorio e l’ospedale lavorano insieme, garantendo in maniera simultanea la presa in carico di questi pazienti. La gestione e’ della Fondazione Policlinico Gemelli, che ha messo in campo i presidi di tecnico-assistenza, la parte infermieristica, garantisce la presenza di specialisti e anche la fornitura dei pasti e la sanificazione delle stanze”. Riguardo la riabilitazione invece ha spiegato: “”Ad oggi purtroppo non e’ stata ancora prevista la riabilitazione
poiche’ e’ tutto nuovo e i sistemi devono essere modificati e validati. Sicuramente la riabilitazione e’ un aspetto da valutare, anche perche’ non sono chiari gli esiti di questa malattia e quindi se e’ necessaria una riabilitazione respiratoria, ma anche altro. Abbiamo notato che sono pazienti che vengono fuori da una lunga ospedalizzazione per cui un intervento di tipo riabilitativo motorio e anche una riabilitazione respiratoria potrebbero supportare una migliore ripresa” (Fonte Agenzia Dire)

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Dalla Basilica di Santa Rita, due giorni dedicati alle vittime del Coronavirus

Posted by fidest press agency su sabato, 2 maggio 2020

monastero_santaritadacascia“Ogni giorno, in questi difficili mesi – ricorda la Priora del Monastero Santa Rita, Suor Maria Rosa Bernardinis – coloro che sono morti a causa del Coronavirus, sono nei nostri cuori. Per loro ci rivolgiamo a Gesù, che è venuto tra noi proprio per sconfiggere la morte ed insieme a lui diffondiamo la speranza di un’altra vita, migliore, che ci attende. Ci sentiamo vicine alle loro famiglie, per le quali preghiamo ancor più intensamente, facendoci tramite delle intenzioni che portano nel cuore per i loro cari saliti al cielo. Chiediamo al Signore che possano trovare la pace per non aver potuto stringersi ai loro cari nel momento della morte e accompagnarli attraverso il rito funebre. Per questo, abbiamo voluto creare due iniziative volte a sostenere le famiglie nel dolore, da lontano, ma facendoci vicine nel cuore e nella preghiera. Nella IMG_0738nostra richiesta di intercessione a Santa Rita, a lei che ha superato ogni dolore con l’amore di Cristo nel cuore, quotidianamente portiamo anche tutti coloro che soffrono per il virus. Dobbiamo tutti farci famiglia di fronte alla sofferenza, perciò ci uniamo alla preghiera del Santo Padre per un’Europa unita e per proseguire come veri fratelli e sorelle”.
Domani, domenica 3 maggio, anche l’appuntamento con la Santa Messa celebrata alle ore 17.00 dai padri agostiniani, viene intitolato in suffragio di tutti i defunti del Coronavirus. Trasmessa in diretta streaming dalla Basilica di Santa Rita di Cascia sul canale You Tube del monastero, alla celebrazione possono unirsi virtualmente tutti coloro che vogliono pregare per le anime dei defunti, affinché siano accolte alla gloria del Regno dei Cieli, e per le loro famiglie. (foto copyright Monastero santa Rita)

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Il Coronavirus è trasportato dal particolato atmosferico

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 maggio 2020

A spiegarlo è stata una ricerca condotta da “Sima” la Società Italiana di Medicina Ambientale. Una scoperta importante, che valorizza e completa la precedente ricerca portata avanti dall’università di Harvard e che, soprattutto, fornisce una risposta scientifica al perché, nelle zone più inquinate, sia corrisposta una maggiore correlazione tra la presenza – mortalità Covid-19. Soprattutto, hanno precisato da Sima, “questa scoperta ci consentirà, nei prossimi mesi, di rilevare la presenza del virus sul particolato atmosferico delle nostre città e quindi di prevenire precocemente la ricomparsa del Coronavirus, adottando adeguate misure di prevenzione prima dell’inizio di una nuova epidemia”.
L’inquinamento atmosferico, ogni anno, miete 53 mila vittime e, a fronte dei dati forniti da Harvard, secondo cui all’aumento di appena un microgrammo per metro cubo di pm 2,5 corrisponderebbe un aumento del 15% del tasso di mortalità dovuto a Covid, il gruppo consiliare 5S di Regione Lombardia è tornato a sottolineare una questione su cui pone l’accento ormai da anni e sul quale, in tempi recenti, ha mosso diverse interrogazioni: la necessità di un cambiamento e un ripensamento del nostro stile di vita. “Il tema è serio – chiosa il gruppo consiliare targato M5S – e sarebbe un errore non limitare emissioni inutili. In nome del principio di precauzione va quindi ridotto l’inquinamento e vanno condotti studi epidemiologici in tutte le Province Lombarde”. Quello dovuto al riscaldamento residenziale, che secondo dati Ispra produce circa il 60% delle emissioni dannose nell’atmosfera. Quello veicolare, che sempre secondo l’Ispra incide per il 46% sulle emissioni di NOx, con picchi fino al 70% in città come Milano. “Quest’ultimo – precisa il gruppo consiliare del M5S – è frutto di una miope politica che ha favorito tangenziali ed autostrade oltre al trasporto su mezzi privati, a discapito del trasporto pubblico.” Non bisogna nemmeno dimenticare i biogas, in particolare quelli sopra i 300kW, con i 500 mega impianti inaugurati nel periodo formigoniano, molti dei quali non sono legati a una filiera aziendale, ma basati su gestione di rifiuti speciali a filiera lunga “come ad esempio – sottolineano i consiglieri pentastellati – gli scarti di concia pelli, scarti di macellazione e chi più ne ha più ne metta”. Ultimo, ma non ultimo, è l’inquinamento derivante dagli allevamenti intensivi. Basti infatti pensare ai reflui zootecnici ricchi di azoto e fosforo, la cui dispersione nelle acque superficiali provoca il fenomeno dell’eutrofizzazione, un grosso problema di inquinamento riconosciuto a livello europeo. “Secondo quanto prescritto dall’OMS – chiariscono i portavoce lombardi – la concentrazione media accettabile dovrebbe essere di 10 mg di PM 2.5. Tuttavia, prendendo come esempio Cremona, Bergamo, Mantova e Lodi, nei due mesi precedenti alla pandemia Covid-19 i valori si aggiravano stabilmente intorno a 35mg, senza contare gli sforamenti di zolfo, ossidi di azoto e altri inquinanti primari”.Su questo punto la linea del M5S Lombardia è molto chiara e precisa: “Soprattutto in questa particolare fase dobbiamo riconsiderare le nostre priorità e le nostre abitudini, dai trasporti fino ad arrivare all’alimentazione, ripartendo da un’idea più sana circa l’importante binomio ambiente – salute”. Il nostro modus vivendi, che tutto è tranne che perfetto, è davvero così essenziale o con piccoli accorgimenti possiamo renderlo migliore e soprattutto più salutare? Questa esperienza ci ha anche insegnato a comprendere la stretta correlazione che intercorre tra ambiente e salute. La Fase2 deve ripartire anche da questo. Non possiamo più far finta di niente, né vanificare quello che la scienza ha scoperto e reso chiaro.

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Emergenza coronavirus. Per ora e per dopo

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 maggio 2020

Nei giorni scorsi una deputata di opposizione (Maria Teresa – FdI) se l’è presa contro le misure di potenziamento del Sistema Sanitario Nazionale perché, a suo avviso, non c’era giustificazione per l’assunzione di nuovi veterinari. Giustamente le è stato fatto notare di aver detto delle corbellerie vista la funzione agro zootecnico alimentare di questi professionisti, più che mai in auge in questo momento emergenziale. A cui aggiungiamo che, secondo noi, di veterinari ce ne vorrebbero molti di più, anche e soprattutto nella Pubblica Amministrazione regionale e locale, perché il rapporto sanitario con il mondo zoologico va tutt’altro che sottovalutato, visto che molto problemi dell’umanità nascono proprio da un poco dinamico, salubre e non-specista rapporto con il mondo animale. Comunque, sperando che la nostra deputata faccia tesoro delle precisazioni che ha ricevuto, cogliamo l’occasione per ricordare che le carenze di professionisti molto importati nel nostro sistema pubblico riguarda diverse categorie.
Ogni volta che si solleva questo problema, la risposta media di un amministratore è che non ci sono fondi per farlo… motivazione “rituale” quanto incredibile per l‘ignoranza e superficialità che la ispira. Facciamo un esempio. Il geologo. Ogni qualvolta piove un po’ di più, l’area colpita dalle precipitazioni si trasforma, sistematicamente, in “area del disastro”, con frane, allagamenti, morti e distruzione; la vulnerabilità idrogeologica del territorio è resa così alta dal dilagare dell’abusivismo (seguito da condoni) e, in molti casi, dallo scempio che si è fatto della natura. Già nel 2017, l’Ordine nazionale dei geologi aveva diffuso un appello per “Un geologo in ogni Comune”… e ci sembra sia rimasto sulle loro carte. Un geologo per ogni area a rischio si potrebbe occupare del monitoraggio di fiumi e corsi d’acqua, del funzionamento e della implementazione dei sistemi di allerta delle popolazioni.Nel nostro Pianeta, incluso il nostro Paese che sembra proprio non essere tra quelli più geologicamente tranquilli, il geologo svolge una funzione importante quanto quella, per esempio in questo periodo, di un virologo.
E proprio ora che siamo nel pieno ciclone di una crisi virologica, quando i nostri governi e i nostri Parlamenti approvano leggi a raffica per far fronte all’emergenza… è proprio questo il momento per usare al massimo l’intelligenza dell’emergenza per non coprire col bitume solo la buca che si è aperta davanti ai piedi. Oltre quella di oggi, di buche ce ne sono tante altre, pronte a sgretolarsi come è accaduto col Covid-19.Quella delle buche che possono essere evitate dai geologi, al pari delle buche col pessimo rapporto zoologico che abbiamo col mondo animale, è uno dei tanti aspetti delle prossime voragini che si sono mostrate più volte.E invece, cosa accade? La deputata che “tuona” contro i veterinari e, come è già avvenuto in uno dei primo dpcm, il governatore e il legislatore che decidono di continuare a regalare i nostri soldi ad Alitalia. Con l’aggravante che mentre virologi, veterinari e geologi sono indispensabili per i loro apporto pubblico pagato da tutti noi contribuenti, Alitalia potrà risollevarsi solo con potenti iniezioni di mercato (anche quello che verrà… perché chi nega che non verrà è solo in malafede), mentre le iniezioni di denaro pubblico sono solo una vergogna! (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Coronavirus: nella fase 2 mascherina per tutti

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 maggio 2020

Durante la pandemia da Coronavirus organizzazioni internazionali, Istituzioni ed esperti hanno raccomandato la mascherina per la popolazione generale solo in presenza di sintomi. Tuttavia, nelle ultime settimane molti paesi consigliano, o hanno reso obbligatorio, l’utilizzo della mascherina facendo riferimento alla raccomandazione dei Centers for Disease Control and Prevention: “considerato che una rilevante percentuale di soggetti infetti da coronavirus sono asintomatici o pre-sintomatici, utilizzare la mascherina in tutti gli ambienti pubblici dove è difficile mantenere il distanziamento sociale, specialmente in aree con elevata trasmissione in comunità”.Recentemente, dopo avere pubblicato l’analisi delle conflittuali raccomandazioni di autorità sanitarie internazionali e una revisione sistematica sulle prove di efficacia delle mascherine in comunità, Trisha Greenhalgh dell’Università di Oxford e Jeremy Howard dell’Università di San Francisco hanno realizzato una sintesi per il grande pubblico già tradotta in 17 lingue e oggi disponibile in italiano grazie alla Fondazione GIMBE. Tutte le valutazioni scientifiche convergono sul messaggio #Masks4All, ovvero mascherine per tutti:Il contagio da soggetti asintomatici ha una notevole rilevanza: sia per il loro numero assoluto, sia perché i pazienti positivi sono più contagiosi nei primi giorni dell’infezione, quando sono asintomatici o presentano sintomi lievi.Una semplice mascherina in tessuto indossata da un soggetto infetto riduce di 36 volte la quantità di virus trasmessa e permette di attuare il cosiddetto “controllo della sorgente”: ovvero, è molto più facile bloccare le goccioline (droplets) quando escono dalla bocca, piuttosto che arginarle quando si disperdono nell’aria.
Non esistono sperimentazioni cliniche che hanno valutato l’efficacia di mascherine da parte della popolazione generale per contenere l’epidemia di COVID-19, ma diverse sperimentazioni empiriche dimostrano che la mascherina potenzia gli effetti di altre misure di distanziamento sociale.La mascherina non deve necessariamente arginare ogni singola particella virale, ma più ne blocca più si riduce la diffusione del virus. Infatti, gli effetti complessivi dell’uso delle mascherine nella popolazione generale dipendono dall’efficacia della mascherina e dalla percentuale della popolazione che la utilizza. Ovvero è possibile ottenere lo stesso risultato aumentando l’aderenza della popolazione, anche con mascherine meno efficaci.
Per aumentare l’aderenza della popolazione l’approccio più efficace è l’obbligo di indossarle in contesti specifici (es. mezzi di trasporto pubblico, supermercati), o ancora meglio sempre quando si esce da casa.Se è vero che, in caso di obbligo di mascherina, alcune persone tendono ad attuare comportamenti a rischio (es. violare il lockdown, lavarsi meno le mani), a livello di popolazione l’effetto preventivo non viene compromesso.Le analisi economiche dimostrano che ogni singola mascherina (dal costo trascurabile) indossata da una persona potrebbe generare enormi benefici economici e salvare molte vite.
Tenendo conto delle difficoltà di approvvigionamento e distribuzione, la scienza conferma l’opportunità del “fai da te”, perché non c’è alcuna evidenza che le mascherine debbano essere costruite con materiali o tecniche particolari.

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Coronavirus, ecco come sono organizzate le Usca

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 aprile 2020

Altro che controllare il coronavirus; scarsità di personale e norme regionali farraginose sulle Unità speciali di continuità assistenziale rischiano di favorirne l’esplosione. Ogni Usca dovrebbe essere formata da almeno due medici o da medico-infermiere. Non sempre lo è, come testimonia il caso mediatico del giovane medico che dopo la visita a casa all’anziana malata si sveste nel ballatoio condominiale e torna indietro in taxi. «Sulle Usca arrivano notizie da diverse parti d’Italia che fanno rabbrividire», scrive sui social il tesoriere del Sindacato Medici Italiani Franco Fontana. «Regioni in cui le Usca condividono la stessa sede della Continuità assistenziale, altre in cui pretendono che il medico faccia da solo. Pensano che la svestizione dai dpi la faccia una sola persona? O nello stesso locale dove soggiorna un medico di continuità assistenziale?» Fontana invita i colleghi rappresentanti sindacali ad intervenire ove sia messa in pericolo l’incolumità dei sanitari dedicati. Ricorda il segretario Smi Lombardia Enzo Scafuro: «Sulla delibera istitutiva n°2986 del 23-03-2020 e la successiva circolare avevamo inviato una nota alla Regione per evitare che le Usca essendo definite “unità” potessero essere costituite da un “singolo medico». Per Scafuro, «o le Usca si progettano per un’assistenza complessa, due operatori che si vestono e svestono uno di fronte all’altro in aree dedicate, viaggiano in mezzi di trasporto sanificati (non il taxi!), o il rischio supera il beneficio». Già il decreto legge nazionale istitutivo del 9 marzo sembra avere delle pecche quando indica che ogni Usca, nata per sgravare in un bacino di 50 mila abitanti il Mmg, il pediatra e il medico di continuità assistenziale da compiti non ordinari, faccia capo alle sedi di guardia medica esistenti. «Le regioni erano chiamate a realizzare il decreto entro il 20 marzo scorso, ma la fretta non aiuta la qualità delle delibere», dice Scafuro. «Inoltre, per noi all’équipe andrebbero aggregati specialisti, si pensi al ruolo del cardiologo nell’inquadrare il rischio collaterale della clorochina da taluni suggerita per il paziente Covid-19 a casa. O allo psicologo».
Il problema di fondo è il personale. Non è infinito. Il decreto legge dice chiaro che l’Usca è costituita da un numero di medici pari a quelli già presenti nella sede di continuità assistenziale scelta. Non sono gli stessi medici ma tra i medici Usca vi possono essere ugualmente titolari o supplenti di CA, tirocinanti del triennio in medicina generale o, invia residuale, neoabilitati. E devono garantire copertura 8-20 sette giorni su sette, con compenso lordo di 40 euro ad ora. «Ogni regione si è organizzata come poteva in carenza di personale -dice Giovanni Senese responsabile continuità assistenziale Smi -in Campania, Basilicata e Lazio abbiamo chiesto una composizione di due medici ed un infermiere per turno. Il medico non può andare da solo: il rischio non è il contagio dal paziente a casa, ma il virus che puoi liberare quando ti svesti sul pianerottolo, o non ti vesti secondo le procedure adeguate e nessuno ti controlla. La svestizione dovrebbe inoltre avvenire in aree adeguate, servono training appositi. E il personale che visita non deve essere lo stesso che fa attività ordinaria di guardia medica. Come Smi sottolineiamo che dovrebbe afferire a sedi diverse da quelle della continuità assistenziale, ad esempio le sedi del 118 dove ci sono elementi omogenei come la sanificazione del mezzo di trasporto dopo ogni viaggio per accesso a casa di paziente Covid-19». Si dovrebbe sanificare dopo ogni accesso, dettaglia Senese. «Posto che gli accessi a casa dei sospetti per il primo tampone spettano all’unità operativa di prevenzione Asl, al sanitario Usca spetta il monitoraggio a casa di soggetti positivi ai quali va eseguito 2° o 3° tampone o provare i parametri per eventualmente ricoverare. Anche abitassero nello stesso condominio, tra due pazienti di questo tipo è bene mettere un viaggio di ritorno in centrale e una decontaminazione e sanificazione del mezzo, per non portare il virus in giro. Abbiamo sostenuto questa posizione nei comitati regionali e provinciali. Una terza via non c’è. Occorre istituire ex novo queste unità con fondi ad hoc. Qualche sindacato vorrebbe trovare per la continuità assistenziale una nuova collocazione come Usca del domani: una soluzione irricevibile. La continuità assistenziale ha tante chiamate, l’Usca ha accessi impegnativi con equipaggiamento protettivo specifico. Con eventuali “doppi lavori” il rischio è, oltre a contagiarsi, portare il contagio ai pazienti cronici, e ai colleghi del turno di continuità assistenziale che dovranno mettersi a loro volta in quarantena per evitare un disastro che vanificherebbe i risultati ottenuti con il lock-down. Inoltre -conclude Senese -si andrebbe in contrasto con la Legge Balduzzi in base alla quale, alla luce del Ruolo Unico, la CA confluisce a pieno titolo nell’Assistenza Primaria dando spazio al ruolo unico nelle istituende aggregazioni funzionali territoriali al momento formate dai soli medici di assistenza primaria in dispregio alla legge». (fonte: Doctor33)

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Coronavirus: Fp Cgil, primi passi per servizi anagrafici online

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 aprile 2020

“Primi passi in avanti per rendere i servizi anagrafici fruibili online, in linea con le proposte che abbiamo avanzato al Ministero dell’Interno e all’Anci perché, anche in questa fase di assoluta emergenza, i servizi demografici siano garantiti”. Ad affermarlo è la Fp Cgil, aggiungendo nello specifico che: “L’ordinanza della Presidenza del Consiglio dei Ministri n. 664 del 16 aprile 2020 costituisce un importantissimo passo verso la gestione telematica degli atti di morte, a salvaguardia della salute e sicurezza dei lavoratori dei servizi demografici”.Ora, prosegue il sindacato, “che la strada per rendere le comunicazioni telematiche delle autorità sanitarie la modalità ordinaria di trasmissione di questi atti è stata tracciata, ci si aspetta che si prosegua in tal senso anche per le dichiarazioni di nascita. Si tratta di indicazioni che non solo riducono i rischi per la salute dei lavoratori dei sevizi demografici, derivanti dal dover svolgere, in presenza, le attività necessarie non differibili, ma anche di indicazioni che possono semplificare la vita ai cittadini, snellendo gli iter burocratici, evitando il peregrinare tra vari uffici della Pa ed una conseguente esposizione a possibili contagi”, conclude la Fp Cgil. (Giorgio Saccoia)

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Coronavirus. L’olfatto dei cani per individuare i malati?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 aprile 2020

Con i suoi 200 milioni di cellule olfattive, rispetto ai 5 milioni nell’uomo, l’olfatto del cane è di crescente interesse per i ricercatori. Nel Regno Unito, un team multidisciplinare è convinto che l’olfatto formidabile del migliore amico dell’uomo possa rintracciare il coronavirus e quindi controllarne meglio la diffusione. Non è certo la risoluzione a tutti i problemi sanitari, economici e sociali che la pandemia in corso ci sta provocando, ma è forse un metodo per meglio fare prevenzione. In un periodo in cui dovremmo (forse) scaricare sul nostro telefonino la ap IMMUNI, con tutti i problemi di privacy che, nonostante le varie assicurazioni nessuno è in grado di garantire che non possa essere un nuovo strumento intrusivo della nostra privacy, rendersi conto che gli amici a quattro zampe che sono molto presenti nella nostra quotidianità potrebbero ulteriormente contribuire alla nostra sicurezza è una chance da prendere in buona considerazione. L’associazione britannica “Medical Detction Dogs”, che ha già addestrato i cani a rilevare il cancro, le infezioni batteriche o il morbo di Parkinson, sembra che sia a buon punto nell’addestramento per il Covid-19.
Segnaliamo questa opportunità agli esperti sanitari, umani e veterinari. (fonte: Aduc)

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ll Coronavirus sblocca l’abilitazione dei giovani medici

Posted by fidest press agency su martedì, 28 aprile 2020

Hanno chiuso i libri e indossato camici e mascherine, pronti ad affrontare la loro prima esperienza da “veri” medici confrontandosi con la più grande emergenza sanitaria dell’ultimo secolo: Covid19. Il decreto legge del 9 marzo scorso ha spalancato le porte degli ospedali per specializzandi dell’ultimo e del penultimo anno, rendendoli automaticamente medici. Un provvedimento che è servito a ingrossare le fila dei sanitari nelle corsie italiane, ma che al tempo stesso ha riportato all’attenzione il vulnus della formazione: l’imbuto che cronicamente si crea tra la laurea e la specializzazione in medicina. Secondo quanto certificato dalla FNOMCEO (Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri), infatti, i medici inattivi in Italia oggi sono 25 mila. Tra questi, accedono alle specialistiche appena in 8.000. Basti pensare che nel 2019 i candidati per accedere alle borse di studio sono stati 17.596 e per il 2020 le borse di studio a disposizione per la formazione post-laurea si ritiene possano essere di poco superiori alle 9.000 unità. Uno scenario che già qualche mese fa, quando il Coronavirus sembrava essere molto lontano dall’Italia, il Milleproroghe aveva cercato di far evolvere, consentendo l’accesso nel SSN agli specializzandi iscritti al 3° anno. La Conferenza delle Regioni aveva quindi aperto le porte alla possibilità di poter assumere medici specializzandi inseriti nelle graduatorie di concorso pubblico. Covid 19 non ha fatto altro che accelerare il processo. Le università straniere, oggi, sono quindi sempre più attrattive. Le ragioni sono numerose: maggiori opportunità, più spazio all’esperienza sul campo, studio in lingua inglese – passaporto per una carriera internazionale! – e confronto con nuove modalità didattiche. Aspetti che Giuseppe Lupica, specializzando in Ginecologia e Ostetricia presso l’Università degli Studi Aldo Moro di Bari e influencer su Instagram (@peppe893 con 177mila followers) e YouTube (Aboutpeppe893 con 18.800 iscritti), ha avuto modo di approfondire durante una study visit a Praga presso la prestigiosa Charles University, una tra le università europee con un alto tasso di internazionalità (ben il 18% su 48.623 studenti complessivi) grazie all’alta qualità della ricerca e alle ottime condizioni di vita messe a disposizione dal Campus che anche diversi studenti italiani hanno scelto per il proseguimento dei propri studi con Medicor Tutor. Molti aspiranti medici, infatti, per affrontare il percorso di studi all’estero, si affidano a una realtà esperta, che li segue passo dopo passo nella nuova esperienza. «Il maggior problema del sistema sanitario italiano, come ha evidenziato l’emergenza Covid 19, non è la mancanza di medici, ma la carenza di specialisti».L’università visitata da Lupica è la Charles University di Praga: fondata nel 1348, è considerata una tra le migliori università del mondo, nonché una delle più antiche, e garantisce una laurea pienamente riconosciuta in tutta Europa e nella maggioranza degli altri Paesi. In Repubblica Ceca, inoltre, non è richiesto alcun esame per accedere alle specializzazioni: a partire dal quinto anno di università, gli studenti possono scegliere presso quale dipartimento intendono specializzarsi e beneficiare di un metodo di formazione innovativo e professionalizzante. Non stupisce, quindi, che questo sia uno degli atenei che desta maggiore interesse.

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Coronavirus: Didattica a distanza, imposta anche se i docenti sono privi di strumenti

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 aprile 2020

Lo sostiene l’Anief, che attraverso un emendamento al Decreto Legge n. 22 sulla Scuola ha chiesto alla VII Commissione del Senato di modificare il comma 3 dell’articolo 2 dello stesso decreto già approvato dal CdM. Il sindacato ha spiegato, anche nell’audizione tenuta in questi giorni presso la stessa commissione Cultura di Palazzo Madama, che il personale docente assicura solo “ove possibile” e non sempre e “comunque” le “prestazioni didattiche nelle modalità a distanza” adottate con gli “strumenti informatici o tecnologici a disposizione” fino al termine del periodo emergenziale derivante dal pericolo di contagio del coronavirus. Inoltre, la realizzazione di sessioni formative in modalità telematica comporta degli oneri, a livello temporale e di organizzazione, molto diversi da quelli comuni, senza dimenticare le nuove modalità di prevenzione dei rischi alla salute: si tratta di tematiche che necessitano di passare per i tavoli contrattuali, anziché farle imporre direttamente dal legislatore.
Marcello Pacifico (Anief): “Pensare di rendere obbligatoria la didattica ignorando che una parte dei docenti può essere priva degli strumenti tecnologici adeguati per realizzarla è una contraddizione in termini. Ci sono tanti precari, soprattutto i più giovani, che non possono attuare questo genere di didattica perché esclusi dai benefici del bonus della carta docente: visto che lo Stato li lascia fuori dall’aggiornamento professionale annuo obbligatorio introdotto con la Legge 107/2015, negando loro i 500 euro della formazione annua con i quali il resto del personale può dotarsi di computer, tablet, microfoni e di tutta la strumentazione utile a crearsi una postazione telematica, perché ora li deve obbligare a portare avanti la DaD interamente a loro spese?”.

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Quattro importanti pubblicazioni di ricerche sul Coronavirus targate UNIPV

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 aprile 2020

Pavia. Il 22 aprile Nature ha pubblicato l’articolo “Modelling the COVID-19 epidemic and implementation of population-wide interventions in Italy” che vede tra i ricercatori firmatari il professor Raffaele Bruno del Dipartimento di Scienze Clinico chirurgiche diagnostiche e pediatriche dell’Università di Pavia e Alessandro Di Filippo, Angela Di Matteo e Marta Colaneri della Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia. Lo studio propone un nuovo modello predittivo del decorso dell’epidemia per la pianificazione di una efficace strategia di controllo. Secondo la ricerca, la mancata identificazione degli individui positivi, ma non diagnosticati, spiega la scarsa attendibilità dei dati comunicati sui tassi di mortalità del virus. Si confermano altresì necessarie per prevenire i contagi le misure di distanziamento sociale combinate a un massiccio uso dei test e alla messa in pratica di strategie di tracciamento. (l’articolo è consultabile su https://www.nature.com/articles/s41591-020-0883-7)La rivista internazionale di pediatria Jama Pediatrics ha pubblicato una ricerca mirata a raccogliere quante più informazioni possibili sui casi di Coronavirus nei pazienti in età pediatrica. Lo studio è frutto della collaborazione tra Università di Pavia e Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia ed è stato realizzato da un gruppo di pediatri guidati dal professor Gianluigi Marseglia (tra cui la professoressa Amelia Licari), che hanno lavorato insieme ai prof. Raffaele Bruno, Fausto Baldanti e Stefano Perlini in prima linea per la lotta al Covid-19. Sono state passate al setaccio tutte le pubblicazioni scientifiche internazionali riguardo ai casi di Coronavirus selezionando poi le ricerche che approfondivano i casi relativi ai bambini. Si è tratto della prima rassegna organica a livello internazionale delle pubblicazioni su questo tema. Tra gli 815 articoli presi in considerazione sono stati poi selezionati 18 studi (tutti realizzati in Cina, tranne uno svolto a Singapore) che hanno illustrato casi di bambini contagiati. I casi esaminati in queste ricerche hanno evidenziato come tra i pazienti da 0 e 9 anni non si siano riscontrati decessi e si sia segnalato un solo caso grave riferito a un bambino di 13 mesi. (l’articolo è consultabile su: https://jamanetwork.com/journals/jamapediatrics/fullarticle/2765169)
83 studiosi internazionali tra cui il professor Riccardo Bellazzi del Dipartimento di Ingegneria Industriale e dell’Informazione dell’ Università di Pavia hanno diffuso su Medrxiv una ricerca che ha aggregato i dati sui pazienti affetti da Covid-19 provenienti da 96 ospedali (di Stati Uniti, Francia, Italia, Germania e Singapore) e relativi a 27.927 casi e a 187.802 valori di laboratorio riferiti ai pazienti. Questa imponente raccolta di dati ha permesso di evidenziare tratti comuni nell’evoluzione della malattia, esaminare una traiettoria tipica del decorso in diverse categorie di pazienti, in relazione anche alle cure intraprese. Lo studio è statopromosso dalla Fondazione americana i2b2 (Informatics for Integrating Biology and the Bedside). Riccardo Bellazzi, che coordina l’accordo tra Università di Pavia e la Harvard Medical School sul progetto i2b2/Pavia, è stato il riferimento italiano per la raccolta dati e l’indagine sugli ospedali italiani. “Si tratta – spiega – di una importante iniziativa, che ha permesso di realizzare una piattaforma sicura, strutturata e condivisibile, per lo scambio internazionale di dati sui pazienti, a supporto a tutti. I dati sono un valore ed è fondamentale condividerli, mettendo a disposizione piattaforme sicure, che permettono anche un confronto di procedure ospedaliere”.L’indagine è consultabile su https://www.medrxiv.org/

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Stati Uniti d’Europa. Coronavirus e il conto che dovrebbe pagare la Cina

Posted by fidest press agency su domenica, 26 aprile 2020

Una tassa annuale del 20% per 5 anni su tutte le merci provenienti dalla Cina. Un dazio doganale che permetterebbe di mitigare i danni che la Cina ha provocato con la pandemia da Coronavirus. La presenza virale in Cina era tale fin dal novembre dello scorso anno. Invece di allertare il Mondo, hanno preferito tacere e nasconderla. La prova la fornisce il medico cinese Li Wenliang che, nel dicembre scorso, lanciò l’allarme ma fu costretto a firmare una lettera nella quale ammetteva di aver detto il falso. Il dottor Li fu, anch’esso, vittima dell’infezione virale. La Cina sottovalutò la gravità della situazione sanitaria e avviò una campagna di travisamento sull’origine del virus, con l’accusa ai Paesi occidentali, in particolare agli Usa, di averlo prodotto in laboratorio. Contestualmente la Cina ha avviato una campagna mediatica di enfatizzazione degli aiuti sanitari al nostro Paese. Mentre si sottacevano gli aiuti dei Paesi occidentali (100 milioni di dollari dagli Stati Uniti, 1 milione di mascherine dalla Francia, altrettante dalla Germania, ecc.) i nostri media, in testa la RAI, evidenziavano quelli cinesi. Una azione preventiva e di comunicazione della Cina avrebbe evitato, o fortemente limitato, la diffusione virale e, oggi, non ci saremmo trovati con una pandemia che ha provocato migliaia di morti e messo in ginocchio le economie europee. La responsabilità è tutta cinese e chi deve pagare il conto è la Cina.Lo proponiamo alla Ue, competente per l’applicazione dei dazi. E’ ora di svegliarsi e non subire senza reagire. Primo Mastrantoni, segretario Aduc

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Coronavirus: un’opportunità per credere e investire in Italia e nella nostra economia

Posted by fidest press agency su sabato, 25 aprile 2020

A cura di Alberto Foà Presidente di AcomeA SGR. Ci troviamo ad affrontare una crisi globale nata come emergenza sanitaria da coronavirus che si è evoluta in emergenza economica. Quello che abbiamo visto accadere a partire dal 24 febbraio è stato una specie di arresto cardiocircolatorio del sistema. Nonostante le notizie sul coronavirus in Cina circolassero da un paio di mesi, il mercato è stato preso alla sprovvista. Tutti abbiamo pensato che, come nel caso della Sars, il virus restasse confinato in quell’area. Con lo scoppio dei primi casi in Italia il mondo intero si è trovato di fronte a una realtà brutale: il virus era diventato un problema globale. Per far fronte a questa situazione sono stati presi importanti provvedimenti di natura monetaria da parte delle Banche Centrali che hanno annunciato un “Quantitative Easing infinito” ossia l’acquisto di titoli di Stato in modo illimitato per finanziare l’ampliamento della spesa pubblica varata dai governi, tesa a sostenere e a traghettare l’economia al di là di questo periodo di crisi. In particolare, la BCE ha rivestito un ruolo fondamentale perché, avendo prima varato un aumento del QE, un programma già in essere di riacquisto dei titoli di Stato emessi dai Paesi dell’area euro, e poi il PEPP (Pandemic Emergency Purchase Program), un piano da 750 miliardi pari a circa il 5-6% del Pil, ha messo una rete di sostegno sotto al mercato dei titoli di stato, italiani in particolare. È evidente, quindi, che se oggi non facessimo parte dell’Europa ci troveremmo nelle stesse condizioni di qualsiasi altro paese emergente che ha visto, non solo i titoli di Stato crollare, ma anche la propria valuta svalutarsi del 20, 30 o, addirittura, del 35%. Grazie al PEPP e all’annullamento del cosiddetto Fiscal Compact (cioè l’Italia non è più tenuta al rispetto di alcuni parametri nella definizione del deficit), il nostro Paese ha la possibilità di aumentare i livelli di spesa praticamente senza vincoli. Inoltre, la BCE ha abbandonato la cosiddetta “capital key”: prima il QE era proporzionale al Pil dei diversi paesi, ora la BCE, che nell’ultimo mese ha cominciato a rendere operativo questo piano, ha potuto comprare molti più BTP italiani che bund tedeschi. Senza queste tutele, oggi, ci troveremmo con i BTP con uno spread inimmaginabile e l’Italia avrebbe un mercato finanziario chiuso senza possibilità di emettere titoli di Stato. È chiaro, quindi, come la diatriba nata intorno al MES rischia di essere disinformativa: il MES è un fondo creato nel 2010 con della condizionalità. La versione proposta oggi non ha alcuna condizionalità se non che l’importo del prestito richiesto sia entro il 2% del Pil (quindi, nel caso dell’Italia, parliamo di 35-36 miliardi avendo un Pil di circa 1,6 trilioni) e che questi soldi vengano spesi direttamente per l’emergenza sanitaria.I singoli Paesi, dal canto loro, hanno attuato dei provvedimenti di aumento della spesa pubblica. La Germania, ad esempio, ha stanziato 156 miliardi, pari a circa il 3% del Pil. Si tratta di investimenti in spesa viva, cioè sussidi di disoccupazione, sostegno alle piccole medie imprese, differimento di tasse. A questo si aggiunge una linea di cassa dello Stato che dà garanzie per 400 miliardi affinché le banche possano erogare alle piccole medie imprese soldi in maniera rapida per far fronte a possibili carenze di liquidità. Infine, c’è una terza linea da 200 miliardi di euro che servirà ala Germania per sostenere il capitale delle grandi imprese. L’Inghilterra, invece, ha nazionalizzato le ferrovie inglesi per sei mesi questo significa che, in questo arco di tempo, gestirà il conto economico delle ferrovie inglesi e ciò significa che lo Stato si accollerà le perdite. Stessa cosa, ma con proporzione diverse, è stata fatta negli Stati Uniti e in Italia. La sfida, ora, è superare il passaggio dal decreto all’erogazione reale dei fondi alla piccola-media impresa, snellendo la macchina burocratica.In Italia, le imprese sono, in media, meno indebitate rispetto a quelle di altri Paesi. È evidente, però, che a fronte di una mancanza di reddito, essere poco o molto indebitati è ininfluente, è comunque complicato riuscire a mantenere in attivo il proprio business. A oggi la priorità del Governo e delle Regioni deve essere quella di far finire l’emergenza sanitaria. Prima finirà l’emergenza sanitaria, prima tutti i provvedimenti che il governo ha introdotto potranno essere implementati e prima ci potremo allineare con quello che succede nel resto del mondo. Viviamo in una società sempre più interconnessa, perciò per un singolo Stato non è possibile pensare di poter sopravvivere economicamente se gli altri Paesi vanno a fondo. Dal punto di vista economico il mondo, a un certo punto, si riprenderà, proprio grazie a questo sforzo coordinato a livello mondiale delle banche centrali e dei Governi, seppur con conseguenze negative che non possiamo negare. Per questo, lato strategia di investimento, la nostra indicazione è di usare questa fase per aumentare l’investimento in azioni che, in questo momento, sono particolarmente depresse. La Borsa Italiana è fra quelle in condizioni più critiche, basti pensare che Il valore totale delle imprese italiane quotate è oggi uguale al valore di Facebook. Il rapporto fra capitalizzazione di Borsa e Pil in Italia è fra i più bassi del mondo occidentale. A fine 2018, era pari al 36% contro il 148% degli USA, il 107% del Regno Unito, l’88% della Francia, il 66% del Brasile, il 55% della Germania e il 46% dell’Indonesia. Questo fattore rappresenta uno svantaggio nello scenario competitivo internazionale e rende difficile per le imprese italiane raccogliere capitali freschi per investimenti sul mercato. Oggi è un momento molto interessante per investire in Italia anche perché il nostro Paese si caratterizza per avere un rapporto molto elevato fra ricchezza finanziaria privata e reddito disponibile. A fine 2017 la ricchezza netta delle famiglie italiane era pari a 9.743 miliardi di euro, 8 volte il loro reddito disponibile. Gli immobili hanno costituito la principale forma di investimento delle famiglie per un valore di 5.246 miliardi di euro. Il totale delle passività delle famiglie è stato pari a 926 miliardi di euro (principalmente mutui casa). Le attività finanziarie hanno raggiunto 4.374 miliardi di euro, in crescita rispetto all’anno precedente. Questa ricchezza finanziaria degli italiani è per la stragrande maggioranza investita in obbligazioni, in polizze assicurative a rendimento più o meno garantito. Ci sono 1.500 miliardi depositati in conti correnti, pari a quasi il 100% del PIL. Perché, quindi, prima di chiedere soldi all’Europa, non spingiamo affinché almeno una piccola parte di questa liquidità dormiente, affluisca in Borsa dando sostegno alle nostre imprese? Sosteniamo il sistema Italia. È nostro dovere essere i primi a credere nella nostra economia, una economia, da un punto di vista imprenditoriale, forte e competitiva a livello internazionale.

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Coronavirus: Lo sviluppatore lavorerà da remoto anche dopo l’emergenza

Posted by fidest press agency su sabato, 25 aprile 2020

Milano. L’emergenza Coronavirus ha cambiato in modo netto il modo di lavorare per moltissime persone. Tante aziende che non avevano sperimentato in alcun modo lo smart working si sono infatti trovare a dover improvvisare dall’oggi al domani delle forme importanti di lavoro agile, coordinando i propri dipendenti affinché lavorassero dalle proprie abitazioni.
Da svariate parti questa crisi planetaria è stata vista come un’opportunità per far capire alle aziende i concreti vantaggi dello smart working, come per esempio l’aumento della produttività, l’incremento della fiducia all’interno dei team, la garanzia di un lavoro ininterrotto e via dicendo.Ma cosa resterà di tutto questo una volta passata la crisi sanitaria in corso? Si tornerà alla normalità, oppure il remote working resterà una componente chiave? Nel caso degli sviluppatori informatici, molto probabilmente non assisteremo a netti passi indietro.A puntare il dito verso questa voglia di mantenere in essere i principi del lavoro da remoto è un’indagine condotta da Codemotion, la quale ha preso in esame oltre 2.000 sviluppatori tra developer d’azienda e liberi professionisti, in 30 Paesi diversi (con una larga fetta di intervistati provenienti da Italia, Germania e Spagna). Stando a questa survey, l’85% degli sviluppatori sostiene che il potenziamento dei servizi di remote working sarà la priorità massima per i prossimi mesi. Di più: la medesima percentuale si augura che il remote working resti come un elemento basilare del lavoro del developer.«L’emergenza Covid-19 ha portato l’ambiente lavorativo ben oltre le pareti degli uffici, dando una poderosa spinta allo smart working» spiega Carola Adami, co-founder e CEO della società di head hunting Adami&Associati, aggiungendo che «soprattutto nel caso delle aziende che hanno saputo utilizzare al meglio gli strumenti per il remote working, questa nuova modalità di lavoro diventerà fondamentale e irrinunciabile anche in futuro, quando la crisi sanitaria sarà alle nostre spalle». Il motivo è semplice: come sottolinea l’head hunter, «pur in un periodo delicato, sia i titolari d’azienda che i dipendenti stanno scoprendo i vantaggi del lavoro agile, e non può stupire che, tra i più entusiasti, ci siano proprio gli sviluppatori informatici».«La possibilità ormai comprovata di lavorare da remoto in modo efficace, e in certi casi in modo significativamente più produttivo» spiega l’head hunter «apre la porta a offerte di lavoro a livello internazionale, senza per questo dover pensare obbligatoriamente a un trasferimento. Uno sviluppatore talentuoso potrebbe infatti decidere di lavorare per uno dei più grandi poli tech del mondo, a San Francisco come a Berlino, senza considerare un trasloco: le nuove tecnologie e le norme sempre più accomodanti sul fronte dello smart working permettono di pensare al futuro del lavoro in questi termini».

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Coronavirus e RSA

Posted by fidest press agency su sabato, 25 aprile 2020

Agire tempestivamente nei confronti delle RSA, delle case di riposo, delle residenze sanitarie per disabili di tutto il territorio nazionale effettuando tamponi a tappeto sugli operatori sanitari e sugli ospiti, anche sulle persone asintomatiche. Questo l’appello che Senior Italia FederAnziani lancia ai Governatori delle Regioni e agli Assessori alla Salute, alla Protezione Civile, al Ministro della Salute Roberto Speranza. Perché quella che sta provocando il Covid-19 in queste strutture è una vera mattanza, come confermano i dati indicativi diffusi in questi giorni dall’Istituto Superiore di Sanità, riferiti a un campione di 1082 strutture residenziali e sociosanitarie (il 33 per cento di quelle contattate, 3042): dal primo febbraio al 14 aprile 2020 in queste strutture ci sono stati in tutto 6.773 decessi tra i residenti, che ben nel 40,2 per cento dei casi (2.724 su 6.773), sono avvenute con infezioni da Covid o con manifestazioni simil-influenzali.“Non è tempo di polemiche – dichiara il Presidente Senior Italia FederAnziani Roberto Messina – l’emergenza coronavirus non si ferma e le RSA continuano ad essere la più importante trincea, accanto a quella degli ospedali, nella quale si combatte ogni giorno la guerra contro il Coronavirus. Sappiamo ormai che in tutta Europa la metà dei decessi di Covid 19 è avvenuta nelle strutture residenziali per anziani. La ‘distrazione’ nei confronti di questi luoghi ha generato ovunque una vera e propria mattanza. Per mettere fine a questa eutanasia legalizzata dei più fragili vanno fatti tempestivamente e capillarmente i tamponi, non solo agli ospiti delle strutture ma anche a chi ci lavora dentro con la stessa abnegazione del personale sanitario degli ospedali. E il tema dei costi eccessivi non può rappresentare un limite o un alibi. Stessi provvedimenti devono essere adottati con urgenza nei confronti delle residenze sanitarie per disabili che sono a loro volta delle bombe pronte a esplodere poiché anche qui troviamo soggetti fragili ed esposti al rischio peggiore, sicché tali realtà vanno gestite con la massima attenzione, puntando sulla fornitura dei dispositivi di protezione individuale, quella che fin dall’inizio dell’epidemia è mancata alle strutture per anziani, e sul monitoraggio costante della salute di operatori e ospiti. Verrà il tempo dell’accertamento delle responsabilità, ma quello attuale è il tempo dell’azione necessaria a salvare finché è possibile le vite dei nostri anziani e delle persone disabili. Non continueremo ad assistere inermi al senicidio in corso”.

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