Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 312

Il Decreto Rilancio dà il via ai Pir alternativi

Posted by fidest press agency su giovedì, 11 giugno 2020

Un’ottima iniziativa – per ora solo su carta – perché potrebbe orientare ulteriormente verso l’economia reale il risparmio degli italiani, soprattutto i 1600 miliardi (dei 4400 totali) di euro tenuti infruttuosamente sui conti correnti, grazie all’esenzione fiscale sul capital gain e alla crescente sensibilità verso strumenti che possano sostenere la piccola impresa italiana. Secondo le stime, la raccolta complessiva sui Pir sarà di 1,2 miliardi nel 2021 e di oltre 3 miliardi l’anno successivo (Intermonte), senza considerare l’effetto della nuova versione alternativa dei panieri. Ma il meccanismo funzionerà solo se le Sgr avranno a disposizione strumenti di analisi efficaci per valutare la solidità delle aziende da inserire in portafoglio: strumenti che il FinTech può fornire. Scoring automatico modelli previsionali, analisi massiva dei portafogli sono tutti utili allo scopo e rappresentano il core business della piattaforma Raas di modefinance.Quando parliamo di Pir alternativi, parliamo di panieri che devono investire almeno il 70% del fondo in società italiane che non appartengono al paniere Ftse Mib e al Ftse Mid. Le novità rispetto ai Pir tradizionali sono diverse: il gestore può acquistare sia quote di aziende sia debito; la defiscalizzazione sulle plusvalenze è ampliata fino a 150mila euro all’anno per dieci anni rispetto ai 30mila euro per cinque anni; il vincolo di concentrazione passa dal 10% al 20%. Ma soprattutto, il Pir alternativo si presenta come uno strumento complementare al Pir ordinario – anche dal punto di vista della cumulabilità per l’investitore – a sostegno delle pmi private e dunque dell’economia reale. Se le società quotate italiane sono circa 400, includere nei portafogli anche titoli di società non quotate significa dover selezionare attentamente in un mare magnum di oltre 6 milioni di realtà che non hanno gli stessi obblighi stringenti delle quotate in tema di comunicazione finanziaria e su cui la ricerca finanziaria è pressoché assente. Questo limita molto lo spazio di azione delle Sgr che non sempre hanno a disposizione metriche oggettive di valutazione.
Di queste difficoltà abbiamo avuto un assaggio nel 2019, quando i Pir tradizionali, che nei primi due anni di vita avevano raccolto più di 15 miliardi di euro, hanno subito una brusca frenata. La ragione? La legge di bilancio trasforma i Pir nella loro versione 2.0, obbligandoli a includere una quota del 3,5% di Venture Capital nel portafoglio complessivo. Molte Sgr hanno fermato la raccolta e chiuso i fondi perché non era più possibile costruire portafogli compliant. I Pir 2.0 sono stati poi aboliti e il mercato ha ripreso a camminare. Ma la storia ha messo in luce l’importanza della ricerca: se una Sgr non ha gli strumenti per valutare gli asset non può, per dirla brutalmente, costruire panieri. Proprio i Pir hanno spinto Borsa Italiana a modificare il Regolamento Emittenti su Aim Italia, introducendo l’obbligo di redazione e pubblicazione di una equity research, che rendesse trasparenti le informazioni sulle aziende a beneficio degli investitori (obbligo valido per tutte le società approdate sul mercato dal 2018).

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