Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

Archive for 30 agosto 2021

L’arca degli animali di Franco Matticchio alla Casa di Rigoletto a Mantova

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

Mantova. Dall’avvio del Festivaletteratura, una mostra curata da Melania Gazzotti ripercorre la carriera del celebre illustratore attraverso tavole originali e lavori inediti. Franco Matticchio è uno dei più conosciuti illustratori italiani. Nel corso della sua straordinaria carriera, iniziata alla fine degli anni Settanta, ha disegnato per i maggiori quotidiani italiani e ha collaborato con numerosi editori, come autore di copertine e di fumetti. Il suo tratto e il suo immaginario visivo sono altamente riconoscibili e fanno di lui una delle voci più originali del panorama dell’illustrazione editoriale italiana. Per questo si è scelto di presentare la sua mostra “L’arca” nel corso del Festival della Letteratura di Mantova. L’esposizione, a cura di Melania Gazzotti, aprirà l’8 settembre alla Casa di Rigoletto, sede che ha già ospitato, sempre in occasione del Festival, le personali degli illustratori di fama internazionale. Lorenzo Mattotti (settembre 2019) e Gianluigi Toccafondo (settembre 2020). Con “L’arca” Mantova vuole rendere omaggio allo stile inconfondibile di Franco Matticchio e al suo personalissimo sguardo sul mondo, che può essere a volte poetico e discreto, altre volte ironico e surreale, ma sempre caratterizzato da una grande curiosità per la natura umana. L’idea è quella di ripercorrere la carriera dell’autore e la sua vastissima produzione dando risalto a uno dei soggetti da lui più amati: gli animali, che sono sempre stati una fonte inesauribile di ispirazione. Le creature che animano l’universo matticchiano possono provenire direttamente dal mondo animale, che siano domestiche, selvatiche o esotiche, oppure essere il frutto della sfrenata fantasia dell’autore, che spesso gli attribuisce tratti o atteggiamenti umani. Possono essere protagoniste di singole tavole, alcune cupe, altre enigmatiche, altre ancora esilaranti, o di intere saghe, come quella del gatto Jones, un felino in camicia, pantaloni e bretelle e con niente meno che una benda sull’occhio sinistro, star di numerose strisce pubblicate su “Linus” e del volume “Jones e altri sogni” (Rizzoli Lizard, 2016). Altrettanto emblematici sono i bestiari surreali raccolti nei volumi “Animali sbagliati” (Vanvere, 2016) e “Animali sbagliati 3” (Vanvere, 2020), nei quali Matticchio ha dato vita a una serie di esseri fantastici, nati da estrosi giochi di parole. E non può mancare a quest’appello a salire sull’arca di Matticchio il vorace bull terrier bianco con l’occhio nero, disegnato dall’autore per i titoli di testa del film “Il mostro” di Roberto Benigni (1994). Alla Casa di Rigoletto saranno esposte una serie di tavole originali – acquarelli, chine e matite – realizzate per libri, fumetti e giornali, ma anche lavori inediti, provenienti dall’archivio dall’artista e da collezioni private. La mostra, promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Mantova e dall’Associazione Flangini di Milano, potrà essere visitata a ingresso libero fino al 3 ottobre e sarà accompagnata da un catalogo. All’inaugurazione, che avrà luogo martedì 7 settembre alle ore 18, sarà presente l’artista.

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Transizione dall’era fossile a quella rinnovabile nell’industria chimica

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

I membri della Renewable Carbon Initiative (RCI) (www.renewable-carbon-initiative.com), fondata nel settembre 2020, hanno unito le forze per dare forma alla transizione dall’era fossile a quella rinnovabile nell’industria chimica e dei materiali. Questo significa diffondere il concetto di carbonio rinnovabile e sviluppare nuove catene di valore basate sul carbonio rinnovabile come materia prima.Nel frattempo, sono iniziate diverse attività di cui possono beneficiare anche i membri futuri. La prima e più importante è l’avvio di un’analisi politica ad ampio raggio. Quali saranno gli effetti della prossima regolamentazione dei prodotti chimici, della plastica e di altri materiali? Quando e dove è opportuno enfatizzare e citare l’idea del carbonio rinnovabile? L’analisi politica esaminerà le politiche attuali nell’Unione Europea – ed è prevista una successiva espansione anche in America e in Asia. Verrà posta un’attenzione particolare alle politiche e alle regolamentazioni in via di attuazione e sul loro impatto sul carbonio rinnovabile. I membri stanno attualmente decidendo da dove iniziare esattamente, ma le questioni che possono essere prese in considerazione sono: cosa significa la nuova legge sul clima e il “Fit for 55-Package” per le sostanze chimiche e i materiali? Cosa ci si può aspettare dal regolamento REACH e dalle restrizioni sulle microplastiche? Quanto è rilevante la “Sustainable Products Initiative” e le prossime restrizioni per i Green Claims? Economia circolare, inquinamento zero e finanziamento sostenibile sono parole chiave del futuro panorama europeo, che nei prossimi anni potrebbero diventare molto concrete per la chimica e i materiali. Fino a che punto il concetto di carbonio rinnovabile per i materiali è già stato considerato nelle politiche attuali e come potrebbe essere ulteriormente introdotto nella legislazione futura, sono due dei temi principali su cui indaga il gruppo di lavoro “Politica”.A questo gruppo di lavoro possono partecipare tutti i membri dell’RCI. Gli esperti di politica forniscono la loro analisi come base, organizzando discussioni tra i membri del gruppo di politica e pianificando incontri con i responsabili politici per introdurre il concetto di carbonio rinnovabile Sono stati creati altri gruppi di lavoro, uno dei quali si concentra sulla comunicazione e l’altro sullo sviluppo di un marchio per il carbonio rinnovabile. All’inizio di settembre verrà introdotta una comunità del carbonio rinnovabile come punto di partenza per un’interazione ancora maggiore tra i membri, per discutere strategie, creare nuove catene di valore e avviare consorzi di progetto. La Renewable Carbon Initiative (RCI) è un gruppo dinamico e ambizioso di parti interessate. Da quando è stato formato, quasi un anno fa, il numero dei membri è più che raddoppiato e ora fanno parte dell’RCI 25 membri, 6 partner e oltre 200 sostenitori. L’iniziativa accoglie tutte le aziende che hanno intrapreso il percorso di trasformazione della loro base di risorse da fossili a rinnovabili.

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Master in “Manager delle imprese culturali e creative” attivato dalla Scuola di Giurisprudenza di Unicam

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

Camerino. La Scuola di Giurisprudenza dell’Università di Camerino propone un innovativo master altamente professionalizzante in “Manager delle Imprese Culturali e Creative”. Il master di primo livello, diretto dal prof. Francesco Casale, si propone di formare manager, professionisti e consulenti delle ICeC, promuovere la crescita delle stesse attraverso strumenti innovativi, sviluppare reti nazionali e internazionali di ICeC, opportunità commerciali, di partnership e scambio di esperienze. Il tutto nell’ambito di un percorso formativo sia fisico che digitale altamente qualificato che assicura una formazione mirata da parte di docenti universitari, professionisti, manager e imprenditori di valore, anche attraverso l’accesso a expertise tecniche e manageriali, la visita ad imprese di eccellenza del territorio marchigiano, con possibilità di stage formativi presso le stesse nonché la creazione di una community specificamente vocata alla riattivazione culturale ed imprenditoriale dei territori colpiti da eventi avversi locali o globali. “Le imprese culturali e creative – sottolinea il prof. Casale, docente della Scuola di Giurisprudenza di Unicam – avranno un ruolo di primo piano nell’Italia della ripresa post- pandemica. A maggior ragione nelle zone interne del paese o già colpite da eventi traumatici come catastrofi naturali, deindustrializzazione, emigrazione. Unicam lancia quindi la sua sfida: formare i nuovi managers delle imprese culturali e creative per valorizzare il meglio che abbiamo nei nostri territori: un patrimonio culturale, naturalistico, enogastronomico unico al mondo”. “I percorso formativo che sta avviando la Scuola di Giurisprudenza – sottolinea il Rettore Unicam – si inserisce nell’ambito di tematiche che l’Ateneo ritiene prioritarie, tra le quali il sostegno allo sviluppo economico e culturale del territorio, mettendo a disposizione le competenze dei nostri ricercatori e delle nostre ricercatrici”. La scadenza per le iscrizioni è fissata al 15 settembre 2021. Tutte le info sono disponibili nel sito http://www.unicam.it, sezione Avvisi

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Interrogazione parlamentare sul trattamento del personale militare di rientro dai teatri operativi

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

Qualche settimana fa il SIAM era intervenuto per denunciare il pessimo ed indecoroso trattamento riservato al personale militare dell’Aeronautica di rientro dai teatri operativi, in particolare dal teatro Afghano. Ora, anche il Parlamento è intervenuto sulla tematica con una interrogazione al Ministro della Difesa da parte della Deputata Emanuela Corda del Gruppo Misto – L’alternativa c’è. Ai nostri militari, al loro rientro, era stato riservato un trattamento vergognoso con obbligo di quarantena (non previsto dalle circolari di igesan) in licenza straordinaria e a centinaia di kilometri di distanza dall’aeroporto di arrivo, procurando loro enormi disagi dovuti al trasporto in bus dall’altro capo dell’Italia e senza la minima attenzione al benessere psicofisico, specie dopo un lungo e scomodo viaggio con aerei militari. Ci auguriamo che il Ministro Guerini risponda in tempi brevi per chiarire cosa non abbia funzionato nella catena di comando e nell’organizzazione logistica laddove, nell’ultimo periodo, l’Aeronautica ha dimostrato molto presappochismo specie quando si è trattato di gestione del personale militare. Non è accettabile che la Forza Armata enfatizzi mediaticamente la propria efficienza ed efficacia nel suo porsi a servizio del paese, quando poi nella realtà tocca constatare il protrarsi di una scarsa (e, talvolta, inesistente) attenzione per la componente umana impiegata nei teatri operativi esteri. Riteniamo urgente un serio esame di coscienza da parte del Vertice dell’Arma Azzurra e un repentino cambio di rotta nella gestione delle diverse fasi organizzative del personale impiegato in OFCN, per il cui rispetto è necessario che la discrezionalità nelle decisioni, affinché non scada in arbitrio e approssimazione, sia sempre più collegata al principio di legalità.

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Scuola: Classi troppo affollate

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

Il sindacato Anief spiega perché occorre mettere mano alle classi scolastiche, aumentando lo spazio fisico delle aule e riducendo il numero di allievi. “Ci dicono – spiega il leader, Marcello Pacifico – che quella che abbiamo è una organizzazione scolastica normale, ma la legislazione vigente sulla sicurezza impone anche che per stare nelle regole bisognerebbe avere in aula almeno 1,80-1,90 metri quadrati di spazio ad alunno: questo, di norma non avviene perché nella maggior parte dei casi le nostre aule sono più piccole di 35 metri quadrati. Inoltre, uno studio del Politecnico di Torino realizzato in questo periodo di Covid, proprio sul distanziamento da mantenere negli ambienti chiusi, ci dice che in un’aula di quelle dimensioni non possono stare più di 15 individui, sommando insegnanti e alunni”. Ancora di più in tempo di Covid, con le scuole che potrebbero trasformarsi in focolai. “Cambiano i governi, ma il risultato – incalza Pacifico – è sempre quello di non avere la revisione delle regole sul dimensionamento scolastico e sul rapporto alunni-classi. E non importa che oggi la maggior parte del personale, oltre il 90%, si sia vaccinato, come pure il 40% degli studenti tra i 12 e 16 anni ed il 63% dai 16 fino a 19 anni. Perché” da settembre nelle scuole “il virus si continuerà a diffondere, quindi chiuderemo le scuole, manderemo tutti in quarantena e riattiveremo la dad. A quel punto – conclude il presidente del giovane sindacato -, visto che si tornerà alla didattica a distanza, qualcuno dovrà spiegare per quale motivo stiamo obbligando tutto il personale ad avere il Green Pass”.

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Se la verità dorme la menzogna signoreggia

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

Lichtwehr ci narra l’origine della favola con il seguente aneddoto: “Un giorno – era l’ultimo dell’età dell’oro – la Menzogna sorprese la Verità addormentata, la spogliò della sua veste bianca la indossò e divenne subito la dea della terra. Sedotte tutte le genti dal falso splendore, in pochi giorni si videro decadute dalla prima innocenza rinunciarono, quindi, a ogni saggezza e a ogni probità. La Verità fu scacciata e misconosciuta e fu reso alla Menzogna, che aveva preso il nome di quella, il culto che a quella era dovuto. Tutto ciò che la verità diceva era considerata fandonia e tutto ciò che faceva era ritenuto una stravaganza. Se la Verità protestava, le si rideva in faccia, se supplicata era considerata un’importuna. Essa batteva invano di porta in porta e quando si presentava per entrare, le gridavano di proseguire oltre. Vi fu anche chi osò d’incolparla di libertinaggio per la sua nudità. E a lei che fuggiva le gridò: “Ritirati, disgraziata, non troverai qui certo facile modo di esercitare i tuoi fascini.” La Verità proseguì la corsa spaventata. Madida di pianto si rifugiò e si nascose in un deserto. Ma era appena giunta che trovò in una siepe le sue vesti logore che la Menzogna aveva lasciato. Non esitò a indossarle e con quelle vesti rimase sempre Verità, si, ma rivestita dalle apparenze della menzogna. In quel camuffamento riapparve tra gli uomini, i quali l’accolsero con piacere e quelli che prima si erano scandalizzati per la sua nudità l’accolsero in casa propria e la salutarono con il nome di Favola, un nome che da quel giorno essa volle assumere.” A conti fatti cos’è la favola? O meglio la vera favola? E’ una verità necessariamente camuffata di Menzogna per ammaestrare alla virtù e al bene l’uomo. E ancora una volta ci pensa il Fénelon a offrirci un esempio di favola dimostratrice facendo agire con rara sapienza il lupo e il montone. “Parecchi montoni – scrive – si ritenevano in sicurezza nel loro parco: i cani dormivano e il pastore, all’ombra di un grande olmo, si divertiva sonando la zampogna insieme con i pastori suoi vicini. Un lupo famelico si aggirava nei pressi. Un piccolo montone, senza esperienza e che nulla aveva fino allora veduto attaccò discorso con il lupo. “Che venite a cercare qui?” gli chiese. “L’erba tenera e fiorita” rispose il lupo e soggiunse: “Voi sapete che nulla è più dolce quanto pascolare in un verde prato punteggiato di fiori per placare la fame e spegnere la sete nel limpido ruscello. Io ho trovato qui tutto ciò che desideravo. Che posso pretendere di meglio? Io amo la filosofia che insegna a contentarci di poco.” “E’ dunque vero – rispose il montone – che voi non mangiate la carne degli animali e che un poco d’erba soddisfa il vostro appetito? Se così è viviamo insieme e pascoliamo insieme.” Non appena il piccolo montone lascia il parco per il prato, il sobrio lupo lo assale, lo sbrana e lo divora.” Nel commento Fénelon ammonisce: “Diffidate delle belle parole di chi si vanta di essere virtuoso. Giudicate non dalle loro proteste di virtù ma dalle loro azioni.” Il Fénelon rappresenta nel lupo il finto virtuoso e nell’inesperto montone l’animo semplice e trasparente che soccombe dinanzi alla scaltrezza del suo interlocutore. La colpa è forse del lupo scaltro che divora o del montone credulo che si lascia divorare? La risposta è difficile. Di lupi e di montoni è piena la vita sociale e se sono quasi sempre i primi a trionfare sui secondi è così vero che in proposito si suole dire che “chi si fa agnello il lupo lo divora”. Dobbiamo quindi evitare di farci agnelli e cercare quanto più possibile di riconoscere il lupo sin dalle sue prime battute. D’altronde sarebbe inutile condannare il lupo solo perché trae profitto della credulità dell’agnello. Si potrebbe osservare a questo punto che il lupo dà prova di viltà perché non si misura con forze uguali. Non parteggio certo con chi sostiene d’essere del più forte il diritto di vita e di morte, nei confronti del più debole, perché non vedo con simpatia che il forte debba debilitarsi con il debole. Sta di fatto che nella società vi sono lupi e agnelli e la brutta fine, purtroppo, la fanno sempre gli agnelli. (Riccardo Alfonso)

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Non omnis moriar

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

Questo monito è un fervido incitamento come quello che stimola a una morale sopravvivenza o, almeno, al desiderio di una morale sopravvivenza. Non voglio morire del tutto ripete tra sé chi guarda la vita come fecondo campo di lotta nel quale tanto più si vince quanto più si combatte. È se vogliamo, la molla che stimola a vivere nonostante le possibili avversità che incombono e ci possono opprimere sino a portarci alla disperazione e alla rinuncia della stessa vita. Non solo. Vogliamo sentirci detentori di un messaggio che vada oltre il proprio tempo. In proposito Cicerone argomentava: “Terribile è la morte a coloro, per i quali, insieme alla vita, tutto si estingue, non a quelli, di cui sopravvive al mondo la lode.” E di che altro è fatta la lode che sopravvive se non del bene operato nella vita? Né va inteso per bene la so-la azione di un vivere onesto o di un sentimento altruistico per cui continuamente abbiamo agito beneficando. No. È bene e sommo bene la nobiltà dell’ideale di cui siamo portatori, che abbiamo nutrito con fervore e per cui la vita ha assunto nella nostra coscienza un valore che abbiamo saputo manifestare o nell’espressione dell’arte, o nelle speculazioni della scienza, o nella tenacia dello studio, o nella perseveranza di una virtù sempre mantenendoci conformi ai voleri di quelle etiche superiori che sono i cieli sereni della vita morale. In ciò consiste la vera continuazione della vita “poiché a noi si nega vivere lungamente – osserva Cicerone – lasciamo almeno qualcosa che faccia testimonianza dell’essere noi vissuti.” (Riccardo Alfonso)

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Quoties inter homines fui, minor homo redii

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

La sentenza è di Seneca, il grande cinico. Ma dobbiamo ritenere ispirata a cinismo questa sentenza dato che rispecchia il volto di un’amara verità? Sembra che essa consigli di tenersi lontano dagli uomini, quindi sembra dettata da un profondo sentimento di misantropia. Da una prima lettura sembra anche un paradosso inaccettabile sotto ogni rapporto, ma se andiamo più a fondo dobbiamo ritenerla assolutamente vera. Di certo è che non tutti possono approvarla senza curare che lo spirito superiore sdegni la folla: “Odi profanum vulgus” – dice Orazio -. Non è tuttavia necessario ritenersi spiriti superiori per comprendere come trovandosi tra gli uomini se ne esca peggiorati. Non faccio questione di morale. Quante volte ci siamo trovati a contatto con i nostri simili ed è accaduto, di avvertire, in alcune circostanze, un senso se non proprio di disgusto di certo di rammarico? È che lo spirito superiore, aduso al raccoglimento e alla meditazione, si sente defraudato dalla comunicazione con uomini abituati a vani e insulsi cicalecci. Dice bene Socrate che quante volte fu tra gli uomini “minor homo redii” e significa non aumentato ma diminuito. E in che riconosciamo la diminuzione se non nello spirito? La volgarità poco si cura dello spirito intenta più alla vita grossolana che traffica di sentimento come di merce. Nessuna cosa dispiace di più allo spirito che il contatto con la volgarità. Alla volgarità lo spirito superiore non s’impone, come non s’impone luce agli occhi di chi non vede. Vivere giova allo spirito superiore tra uomini che lo comprendano e lo assecondino. Oltre questa cerchia non c’è per esso la sofferenza morale, la diminuzione. Meglio dunque la solitudine, madre feconda d’intensa vita spirituale, creatrice di un mondo senza confine al quale si può riversare tutto il sentimento di cui disponiamo e siamo capaci. (Riccardo Alfonso)

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Il mondo è degli operosi?

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

Scriveva Cesare Balbo nel “Sommario della Storia d’Italia”: “Il mondo è di chi sei prende; cioè degli operosi, cioè di chi opera per sé, cioè degli indipendenti.” Se riduco in estrema sintesi l’osservazione del Balbo, ne ricaverei questa prodigiosa sentenza: “Il mondo è degli indipendenti”. L’indipendenza è un valore che si oppone alla servitù. Nella vita sociale non dovrebbe essere per l’individuo altra servitù all’infuori di quella per la quale ci sentiamo costretti al compimento del proprio dovere, ammesso che il dovere che dobbiamo sempre compiere per noi stessi possa talora apparire come servitù. Non sembri, a questo punto, un paradosso l’affermazione: “Chi è dolcemente e continuamente servo fedele e pronto del proprio dovere è più che mai libero e indipendente.” Nella fattispecie, però, si tratta di ben altro. L’indipendenza morale di cui vogliamo indicare, è già una diretta conseguenza del dovere compiuto tranquillamente e assiduamente, conseguenza che determina uno stato di spirituale sicurezza per cui ci sentiamo liberi in noi e, quel che più importa, liberi al cospetto del mondo. Chi opera servo non della propria coscienza ma dell’altrui, non opera più per sé e contravviene al fecondo spirito d’indipendenza che è spirito rinnovatore e conquistatore. La servitù è sempre un attributo dei deboli come la gruccia un sostegno per chi non può reggersi. Dalla sicurezza di sé lo spirito d’indipendenza e quindi il carattere motore del vero indipendente è che tutto fa per sé e sempre fa, anche quanto tutto quello che fa è per gli altri. “Il mondo è di chi sel prende” non di chi consente che altri lo prendano perché non sanno superare sé stessi e si prestano ai sottili servigi altrui eliminando a poco a poco la propria azione. È il caso quindi di dire che i più grandi indipendenti sono quelli che hanno saputo abilmente spiazzare gli altri. Il tema trattato è per me avvincente. Credo che le parole del Balbo riassuminino il pensiero prevalente dell’Ottocento dove l’opera dell’uomo deve essere improntata a “operosità”, a inventiva, a impegno solidale con i propri simili. Sta di fatto che oggi riusciamo a vedere le cose un tantino diverso. Manca all’uomo la libertà di scelta. Fin dalla nascita è oppresso dai suoi stessi natali: può essere stato generato da famiglie povere o ricche, può essere procreato nel profondo sud e mi riferisco soprattutto all’Africa nera e all’America meridionale ed essere figlio delle bidonville. E oggi ce lo ritroviamo agli angoli delle strade dell’opulento occidente a stendere una mano per elemosinare una monetina per sopravvivere. Come potrà essere operoso? E che senso può avere in questo caso l’operosità? (Riccardo Alfonso)

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I dolori innominati

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

Fu Pietro Verri, per quanto ne so, a chiamarli per primo “dolori innominati”. È un modo di esistere doloroso senza che ci accorgiamo di quale natura sia e da quale parte di noi trae origine. Per Verri ogni uomo ha con sé, quasi sempre, qualche dolore di questo genere, perché ogni uomo ha qualche difetto fisico o ansia spirituale che lo assilla. I “dolori innominati” possono essere il tedio, la noia, l’inquietudine, la malinconia. Sono dolori non forti, ma decisi che ci rendono addolorati senza darci un’idea locale del dolore e formano alla fine il nostro malessere. Questi mali sono la sorgente di tutti i piaceri più delicati della vita. Se esaminiamo l’uomo in cui è veramente allegro, contento e vivace, lo troveremo insensibile alla musica, alla pittura, alla poesia e a ogni espressione artistica a meno che non sia abituato a riflettervi meccanicamente e la vanità lo spinga a mostrarsi sensibile ipocritamente. Per contro se un uomo è triste presterà maggiore attenzione all’armonia, gusterà con delizia la melodia di un bel concerto, godrà un piacere fisico reale che gli farà cessare il suo dolore innominato. La musica, è bene ricordarlo, è una forma di comunicazione molto forte e incisiva e sa esprimere parecchie cose provocando in ciascuno di noi sensazioni anche diversissime. Uno la troverà sommamente semplice e innocente, l’altra tenera e appassionata, il terzo la troverà armonica e ripiena e così via. L’idea che si possa apprezzare meglio la musica quando si è tristi non mi convince del tutto. Sembra quasi che sia un predisposizione necessaria per una lettura di un certo genere. Per quanto possa essere limitata la mia esperienza, posso dire che la musica mi piace in ogni occasione e se sono lieto e ben disposto non mi lascio di certo distrarre da questa mia condizione per divagare con la mente altrove. E questo discorso vale sia per la musica classica sia per quella concertistica ma non certo per quella da camera e questo mi fa pensare che non è il mio dolore innominato a fare la sua scelta ma, semmai, il mio modo di recepire il messaggio musicale, a prescindere. (Riccardo Alfonso)

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L’insegnamento che proviene dalla mitologia: Pallade, Atena

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

Dal cervello di Giove balzò questa dea che è la più decisa delle divinità elleniche. Ma non aveva Giove inghiottito la sua prima moglie Meti? In proposito vale una precisazione. Meti (il cui nome significa “prudenza” o, in senso cattivo “perfidia”) è una divinità della prima generazione. È figlia d’Oceano e di Teti. Passava per essere stata la prima moglie (o la prima amante) di Zeus. Proprio lei gli diede la droga grazie alla quale Crono dovette rivomitare tutti i figli che aveva divorato. Poi essendo Meti incinta, Gaia e Urano fecero sapere a Giove che dopo avergli dato una figlia, sarebbe nato un figlio, ma costui, più tardi, lo avrebbe spodestato, come lui aveva fatto con Crono. Allora consigliato da Gaia (o dalla stessa Meti) inghiottì Meti e così mise alla luce Atena. Nacque baldanzosa, pronta e armata di tutto punto con tanto di asta, scudo e l’egida della Gorgone. Il tutto incominciò quando un giorno il re degli dèi si sentì dolere fortemente il capo. Chiamò Vulcano e lo pregò di dargli sulla fronte un colpo con il fendente dell’accetta. Vulcano obbedì e dalla larga fessura vide saltar fuori con un acuto grido una bella guerriera con l’elmo d’oro e un giavellotto, che ballò davanti agli dèi attoniti una danza di guerra. Minerva manifestò subito il suo carattere guerriero aiutando il padre nella lotta contro i Titani. Si suppone che prese il nome di Pallade proprio dal nome di uno dei Titani più membruto e feroce degli altri che aveva atterrato. Quando Cecrope ebbe fondata Atene, si trattò di dare il nome a quella città. Nettuno e Minerva si fecero avanti, accampando ciascuno il proprio diritto. Gli dèi, radunati da Giove stabilirono di consacrare l’Attica e d’intitolarla a chi, fra i due, avesse fatto all’umanità il dono più utile. Nettuno batté con il suo tridente la riva del mare, e si vide balzar fuori uno sbuffante cavallo. Minerva colpì il suolo con il ferro della lancia, ed ecco sorgere un albero dai rami contorti, dalle foglie aguzze e grigie, dal tronco rude e nodoso e dalle piccole bacche brune: l’olivo. La sentenza degli dèi, che rivela la loro saggezza, fu la seguente: “Atene sia sacra a Pallade, perché l’umanità ha più da guadagnare dal mite ulivo, simbolo di pace, che dal cavallo, destinato a tirare i carri di guerra e a spandere la morte nei campi di battaglia.” Atena è la dea della guerra, ma differisce molto dal suo sanguinario fratello Marte. Essa combatte non per l’amore della zuffa e della strage, ma per il trionfo della giustizia. Il senso naturalistico della dea è evidente. Dal cielo in bufera balza il raggio luminoso che tutto vede, tutto schiarisce e tutta l’ombra affronta e uccide. Pallade è il fuoco dell’anima e dell’intelletto. Incoraggia gli eroi e li illumina. Li guida all’assalto. È l’amica di Achille, di Ulisse, di Diomede, di Calcante e di altri eroi. È an-che la dea della perseveranza, della misura, della fatica e quindi dell’industria, dell’agricoltura. Ella incoraggia la costruzione di città e la formazione degli stati, agevola la coltura, inventa l’olivo, tempra l’aratro e perfeziona il telaio. Pallade era adorata ad Argo, a Corinto, a Sparta in Tessaglia, in Beozia, a Rodi e specialmente nell’Attica ad Atene, che aveva vinto a Poseidone con l’offerta dell’olivo. Due templi erano nell’Acropoli, l’Eretteo e il Partenone, a lei dedicati, l’uno a settentrione, con tre celle destinate ad Atene, a Poseidone, a Pandroso, l’altro il Partenone interamente dedicato al culto di Atena vergine e scolpita da Fidia.Le più notevoli feste che si celebravano in onore di Pallade erano le panatenee dell’anno terzo di ogni olimpiade con varie manifestazioni di corse, giochi, offerte e processioni. Con Pallade Atena presto venne identificata dai romani la loro Minerva, senonché in origine la Minerva romana non fu guerriera, ma soltanto pacifica protettrice del lavoro. Dopo le grandi conquiste soltanto Pompeo prima e Augusto poi le eressero dei templi. Con Giove e Giunone Minerva era anche adorata nel tempio del Capitolino. Come le panatenee in Grecia e così a Roma molte feste avevano luogo in onore di Minerva. La più grande fu quella che si celebrava a marzo a cui tutto il popolo prendeva parte straordinaria ed entusiastica. Altre feste minori si celebravano nel giugno. Minerva o Pallade Atena ha di sé lasciata impronta profonda e indelebile in tutte le arti. I poeti da Omero a Pindaro l’hanno in tutte le fogge esaltata. Figure di legno o di bronzo, chiamati appunto Palladi, si tenevano accanto al focolare e si fissa-vano sulle mura delle città per allontanare i nemici. Rappresentata da una miriade di scultori, essa fu in eterno fermata e immortalata dallo scalpello di Fidia nella statua che si adorava nella cella di Atena Parteno. Il Gentile in merito scrisse: “Rappresentava la vergine dea protettrice di Atena, nella serena maestà della pace dopo la vittoria. Ritta con il piede destro leggermente in avanti, la copriva un semplice chitonche a larghe pieghe. Le scendeva ai piedi, nuda le braccia e il collo, il petto coperto dall’egida, nel cui mezzo effigiato il capo anguicrinito della Medusa, la testa difesa con l’elmetto attico, adorno sul davanti da una figura di sfinge, e sui lati da due grifoni in alto rilievo, simbolo quello della imperscrutabile sapienza della dea. La mano sinistra posava leggermente sull’orlo superiore dello scudo e insieme reggeva l’asta che come abbandonata le si reclinava alla spalla. Di sotto allo scudo ergeva il collo un serpente accovacciato. La mano destra era protesa in avanti sostenendo sulla palma una statuetta della vittoria alata.” Tutte le figurazioni posteriori alla dea sono ispirate a questi tre tipi. E gli scultori non hanno dimenticato mai di porle accanto la civetta e il serpente, che, come l’ulivo, le sono sacri. (Riccardo Alfonso)

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