Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 338

Medici di famiglia, l’esodo continua e i sostituti non si trovano

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 gennaio 2021

Si chiamano “boomers” e sono nati tra il 1946 e il 1964. Sono i figli del baby-boom che la dimestichezza con il computer se la sono sudata. Se hanno indossato il camice hanno visto mutare la medicina da “arte” a macchina della conoscenza sorretta da informazioni che si modificano del tutto ogni 5 anni. Nel 2021 in teoria possono andare in pensione tutti i medici liberi professionisti che hanno compiuto 68 anni, quella classe 1953 laureata nei primi anni Ottanta. Nei prossimi 5 anni poi, con i nati entro il 1958, rispetto ad oggi andranno via altri 15 mila medici di famiglia, in regioni popolose come Lombardia, Sicilia, Lazio, Campania. Non molto meglio andrà in Veneto, dove da Fimmg arrivano dati inquietanti. Solo a Venezia, come ha sottolineato il nuovo segretario regionale Maurizio Scassola, nel 2020 sono andati in pensione almeno 30 medici di famiglia, più degli scorsi anni; ed entro 4 anni andrà via il 40% dei medici attivi sul territorio. I sostituti non si trovano, nelle aree rurali crescono il ricorso ad incarichi temporanei e le situazioni contrattuali precarie con conseguenze per il servizio e rischi per la sostenibilità della previdenza Enpam. A DoctorNews, Scassola spiega perché gli esodi sono una minaccia irreversibile se governo e regioni non investiranno sul personale del medico di famiglia. Il ragionamento parte da lontano. «Da Enpam e Fnomceo (di cui Scassola è stato vicepresidente dal 2015 al 2018 ndr) l’esodo era stato previsto ben 15 anni fa ma c’è stata una grave carenza nella programmazione degli accessi a Medicina e al corso triennale in Medicina generale. La colpa, la individuerei nella conferenza Stato-Regioni, che collabora con il ministero della Salute nel valutare i bisogni formativi e non ha guardato ai reali bisogni del territorio. Si è pensato da più parti che molte delle funzioni del medico di famiglia sarebbero state ereditate dagli infermieri e da un nuovo assetto organizzativo, ma gli infermieri nei nostri studi non sono mai arrivati in quantità tali da proteggere modelli organizzativi territoriali sempre più disomogenei; anche qui in Veneto, dove solo un 30% dei residenti fruisce dell’opera di medicine di gruppo integrate, mentre il resto dei colleghi opera in gruppi vecchio stampo o da solo». Al posto di premunirsi con corsi di medicina generale pieni, blindati e a cadenza rapida come i tram in una metropoli moderna, i governi italiani tuttora penalizzano i trienni di formazione post-laurea; è stato appena rinviato per Covid il concorso per dare il via al prossimo. «Un quadro desolante – conferma Scassola – specie a fronte di una crisi pandemica che ha messo a nudo le grandi differenze tra medicine generali a livello regionale. Anche in Veneto, regione tra quelle che meglio si sono comportate, vive un grave stress su modelli organizzativi e professionisti. Stanno saltando le professioni di aiuto: i docenti delle scuole, gli assistenti sociali, gli infermieri sono allo stremo come noi. Si tratta di professioni che non timbrano il cartellino ma si mettono al servizio 24 ore su 24, a scapito dei rapporti in famiglia. Servono modelli organizzativi protettivi, con più lavoro in équipe per attutire i disagi derivanti dall’esplosione della domanda». Un’esplosione che sul territorio non si può scongiurare: pandemia ed invecchiamento non si fermano. «La fase pandemica ci ha posti di fronte a una realtà grave e straordinaria. Il medico di famiglia si è messo a disposizione per gli screening sierologici, per i tamponi e presto lo farà per i vaccini. L’esperienza veneta dimostra l’enorme duttilità della nostra categoria. Ma questa duttilità non può essere sfruttata alle estreme conseguenze. La risposta che si è data di fronte agli esodi, visto che non sempre si trovavano sostituti dei colleghi andati in pensione, è stata di redistribuire parte dei pazienti ai colleghi in attività, allargando il massimale a 1800. Si è persino ragionato su un massimale di 2000 scelte tirando in ballo analogie con altri paesi europei.Ma il fatto che un medico debba seguire più persone aumenta lo stress e il rischio di ripercussioni sulla qualità del servizio. A meno che non si consenta al medico di puntare su infermieri formati alla medicina generale, ausiliari, call center, segretari: figure che alleviano i carichi lavorativi, proprio come avviene nei paesi a “massimale 2000”. Uno stato intenzionato a proteggere la sua sanità, oltre ad essere più attento a fabbisogni e periodicità dei corsi, dovrebbe investire sull’infermiere che nello studio mmg svolge compiti di piccola diagnostica, monitoraggi, o sul collaboratore efficiente», dice Scassola. «È il momento di un grande investimento pubblico sul personale della medicina del territorio per migliorare la qualità dell’offerta di cure e di misure che facilitino il reclutamento di infermieri sul territorio; in mancanza di piani simili, non potremo reggere il carico di lavoro e i pensionamenti anzitempo saranno sempre più diffusi e irrimediabili». By Mauro Miserendino, fonte: Doctor33)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: