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Il cambiamento climatico incide sulla performance finanziaria delle banche

Posted by fidest press agency su sabato, 16 ottobre 2021

A cura di Paul Smillie, Analista del credito senior, Rosalie Pinkney, Analista del credito senior e Natalia Luna, Analista senior investimenti tematici di Columbia Threadneedle Investments. Nel suo storico discorso del 2015, Mark Carney, allora governatore della Bank of England, invocò lo spettro di un “momento Minsky”, un crollo dei prezzi degli attivi causato dalla crisi climatica. All’epoca le sue parole parvero distopiche e sembrarono evocare una prospettiva distante. Oggi, tuttavia, appaiono più preveggenti. Una folta schiera di banche centrali teme che il cambiamento climatico possa scatenare la prossima crisi finanziaria. Per questo motivo, le autorità di vigilanza in Europa e nel Regno Unito stanno già iniziando a esaminare la resilienza delle banche al cambiamento climatico, valutando sia le probabili tensioni derivanti dalla transizione verso un’economia a zero emissioni di carbonio nei prossimi decenni, sia l’impatto di condizioni meteorologiche estreme. Per il momento, tuttavia, l’ansia delle autorità monetarie non si riflette nei mercati azionari o obbligazionari, che sembrano relativamente poco influenzati dal rischio climatico. Eppure nei prossimi anni il cambiamento climatico potrebbe diventare un motore chiave della performance finanziaria e un fattore importante per gli investitori che valutano le banche. I rischi per gli utili non mancano neppure nel breve termine, mentre nel medio periodo è probabile che gli istituti con maggiori esposizioni legate al clima dovranno far fronte a requisiti patrimoniali più elevati, per non parlare dei rischi reputazionali. Ma non è solo una questione di rischio. Guardando avanti di qualche anno, potrebbero anche esserci opportunità per le banche che guidano il finanziamento della transizione verso un’economia a zero emissioni di carbonio. In effetti, si stima che gli investimenti e i finanziamenti verdi potrebbero raccogliere fino a 50 miliardi di dollari di ricavi nei prossimi 5-10 anni.Finora, tuttavia, vi sono poche indicazioni che le banche stiano riducendo i prestiti legati ai combustibili fossili, on l’importante eccezione del carbone. Gli investitori potrebbero però iniziare presto a distinguere tra leader e ritardatari, grazie ai migliori dati estratti dalle informative obbligatorie. Inoltre, l’engagement degli azionisti e l’attivismo delle ONG potrebbero ripercuotersi in tempi brevi sulle valutazioni delle azioni bancarie. Abbiamo condotto un esercizio di engagement con più di 50 banche a livello globale, ponendo domande sulla strategia climatica e sulla gestione del rischio climatico e facendo seguito con una serie di incontri. Abbiamo riscontrato così l’emergere di alcune chiare tendenze. A livello generale, alcune banche britanniche, olandesi e svizzere si distinguono in positivo. Le banche nordiche, francesi, spagnole e giapponesi sono leggermente indietro, mentre quelle irlandesi, tedesche, italiane e cinesi sono in ritardo. Abbiamo iniziato a tenere conto dell’esposizione delle banche ai rischi climatici nella nostra ricerca. Il cambiamento climatico non incide ancora sugli utili o sui requisiti patrimoniali delle banche, ma potrebbe farlo già tra due o cinque anni. Dato che nella nostra valutazione delle aziende adottiamo un orizzonte prospettico di due anni, incorporiamo questa dimensione nella nostra ricerca obbligazionaria e assegniamo i relativi rating alle banche. Queste valutazioni cominciano a influenzare la costruzione del portafoglio. A nostro avviso, non passerà molto tempo prima che gli investitori inizino a operare una distinzione tra leader e ritardatari. Ciò creerà un’opportunità per gli investitori attivi, premiando al contempo le banche che hanno agito tempestivamente per affrontare il cambiamento climatico con un costo competitivo del capitale. (abstract) http://www.columbiathreadneedle.it

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I giovani e il cambiamento climatico

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 ottobre 2021

I 400 giovani delegati a Milano per la Youth4Climate hanno passato il testimone ai leader riuniti oggi per la Pre-COP, il meeting preparatorio che precede di circa un mese la COP 26 che dovrebbe ridare vigore e velocità all’azione contro il cambiamento climatico.Per i giovani, che chiedono di avere maggiori spazi di partecipazione, la totale decarbonizzazione entro il 2030 non è derogabile, occorre finanziare le energie rinnovabili e l’efficienza energetica tassando le emissioni di anidride carbonica e i Paesi devono agire con urgenza con “azioni climatiche che siano radicate nella giustizia sociale”. Un’urgenza che il WWF condivide pienamente e di cui il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha mostrato consapevolezza nel suo intervento, dove ha dichiarato che “Dobbiamo agire velocemente e più efficacemente per affrontare le crisi climatiche e al G20 di ottobre ci prepariamo a far fronte agli impegni per rimanere al di sotto di 1,5°C, sviluppare strategie in linea con questo obiettivo e sostenere i paesi in via di sviluppo”.Il WWF apprezza i toni e l’impegno del Presidente del Consiglio e si augura che il Governo tutto e la diplomazia italiana si senta investita della missione di fare del G20 italiano una tappa fondamentale per il successo della COP26 di Glasgow.L’Associazione del Panda si aspetta che, a partire dal messaggio dei giovani, gli Stati inizino una vera e propria corsa alla decarbonizzazione. In Italia questa corsa deve vedere finalmente l’approvazione di una legge Quadro sul Clima -ce l’hanno già i maggiori stati europei- che permetta di definire un tetto alle emissioni per tutti i settori (budget di carbonio) secondo la traiettoria di decarbonizzazione e trasformare l’economia.

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Il cambiamento climatico mette i colossi del petrolio di fronte a grandi sfide

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 settembre 2021

A cura di Darren Peers, Analista di investimenti azionari di Capital Group. Dopo essere sopravvissute al rovinoso crollo dei prezzi del petrolio nel 2020, oggi le maggiori compagnie petrolifere sono sottoposte a forti pressioni in merito al contributo che intendono fornire agli obiettivi di azzeramento delle emissioni nette entro il 2050.Negli ultimi mesi, un gruppo di azionisti attivisti guidato dall’hedge fund Engine No. 1 ha eletto tre nuovi membri al CdA di Exxon Mobil. La Royal Dutch Shell è stata obbligata da una sentenza di un tribunale olandese a ridurre le emissioni nette di carbonio del 45% entro il 2030. E gli azionisti di Chevron hanno votato a favore di un taglio delle emissioni totali di gas serra della società. (Ricordiamo che l’espressione “emissioni nette zero” si riferisce al bilancio tra la quantità di gas serra prodotto e la quantità di gas serra eliminato dall’atmosfera.) Ovviamente, la società occidentale sta spingendo per una riduzione delle emissioni. Detto questo, il percorso verso la riduzione delle emissioni di carbonio rimane in certa misura opaco e provvisorio, la società avrà ancora bisogno di idrocarburi per i trasporti, l’energia, le sostanze chimiche, la plastica e i lubrificanti.In questo momento, a livello mondiale c’è una tensione incredibile, soprattutto nelle società occidentali. Vogliamo un’energia a prezzi accessibili e al contempo pulita. A volte non è necessario scegliere: l’eolico onshore e il solare, per esempio, sono fonti di energia sia accessibili, sia pulite. Tuttavia, in molte altre parti della filiera energetica, l’energia pulita è più costosa. E, all’aumentare dei costi, aumentano anche le sfide. Questo è forse meno vero per le regioni relativamente ricche, ma per l’economia globale nel suo complesso è un vero e proprio motivo di tensione. Tutte queste società stanno cercando, chi più, chi meno, di raggiungere un equilibrio accettabile. Ci sono i colossi europei che si trovano nell’occhio del ciclone e hanno sviluppato importanti programmi per tentare una decarbonizzazione di concerto con la società. Le principali compagnie petrolifere statunitensi, invece, sono state meno proattive. Io sarei fortemente favorevole a una carbon tax che definisca un prezzo sul carbonio. Ritengo che questa misura contribuirebbe ad appianare il terreno di gioco. Ad oggi stiamo assistendo a un caleidoscopio di sussidi e regolamentazioni, con diverse gamme di rischi. BP, ad esempio, sta puntando fortemente sulle risorse rinnovabili, aprendo alla possibilità di rendimenti insoddisfacenti su questi investimenti. Chevron ed Exxon Mobil, dal canto loro, si sono mostrate meno disposte a una transizione verso aree delle energie alternative finora poco redditizie, ma così facendo potrebbero correre il rischio che il loro approccio venga considerato inaccettabile dalla società. E, se la sentenza emessa nei confronti di Shell insegna qualcosa, è possibile prevedere che le compagnie saranno indotte ad adottare misure di riduzione delle emissioni facendo leva sulle leggi e sulle politiche vigenti. Questo significa che dovranno ridurre la loro impronta di carbonio (sia in termini di emissioni che di intensità di carbonio) a un ritmo più sostenuto. Da diversi anni osserviamo che i colossi del petrolio investono in misura minore nelle loro attività tradizionali e che molti di essi sono sottoposti a pressioni verso un disinvestimento di determinate attività di combustibili fossili.Una possibile implicazione potrebbe essere che alcuni asset petroliferi tradizionali passeranno da società petrolifere quotate in borsa a produttori meno attenti agli aspetti ambientali e sottoposti a minori verifiche delle emissioni. Sebbene le società perseguano, a livello individuale, gli obiettivi di azzeramento delle emissioni nette, il bilancio delle emissioni globale potrebbe rimanere invariato. I minori investimenti nelle attività del petrolio potrebbero determinare una flessione dell’offerta proprio quando la domanda mondiale sta registrando una ripresa. Questo, a sua volta, potrebbe portare a un aumento dei prezzi del petrolio e le grandi compagnie petrolifere potrebbero trovarsi di fronte a un dilemma interessante: se i prezzi del petrolio rimarranno elevati, saranno ancora disposte a sacrificare investimenti in quell’attività per portare avanti la transizione verso le energie rinnovabili? Al momento non c’è una risposta chiara.Per le compagnie petrolifere, il dilemma è come realizzare una decarbonizzazione che sia anche economicamente redditizia – e anche a quale velocità farlo, e in che misura. Per ora è troppo presto per sapere quale di queste compagnie riuscirà eventualmente ad espandere le proprie attività a basse emissioni di carbonio con parametri economici redditizi.Non abbiamo ancora ben chiaro quanto rapidamente stia avvenendo la nostra transizione collettiva verso un’economia a ridotta impronta di carbonio. È probabile che, ancora per diversi anni, la domanda di petrolio e gas continuerà a crescere, per poi stabilizzarsi e iniziare molto lentamente a diminuire. Questo possibile sviluppo è dovuto ai rapporti economici attuali: gli idrocarburi sono ancora il modo più conveniente di alimentare le società e la crescita delle loro economie. Questo non sarebbe uno scenario dirompente per le grandi compagnie petrolifere, se non per il fatto che continueranno ad essere considerate il problema, e non la soluzione.Un’altra possibilità è che vengano sviluppate altre tecnologie per la riduzione del carbonio e che le tecnologie esistenti diventino economicamente più accessibili prima del previsto e/o che varie regioni siano disposte a imporre un prezzo del carbonio più elevato. Una maggiore spinta a muoversi verso la parte discendente della curva economica dei costi aiuterebbe le organizzazioni e le società a compiere il salto. Ad oggi non siamo dove dovremmo essere. Tuttavia, c’è sempre più consapevolezza che è necessario fare di più.La politica dei governi potrebbe anche influenzare la velocità del cambiamento nelle compagnie petrolifere e alterare i modelli di consumo, attraverso requisiti di cattura del carbonio o incentivi finanziari per i consumatori, che potrebbero promuovere il passaggio alle energie alternative. Per esempio, il pacchetto climatico “Fit for 55” proposto dall’Unione Europea prevede l’imposizione di un prezzo sulle emissioni causate dalle spedizioni e dai trasporti aerei, e il divieto di vendita di nuove automobili con motore a combustione interna entro il 2035.Le compagnie petrolifere hanno diverse potenziali aree su cui concentrarsi nell’ambito delle energie alternative. Per esempio, la catena di valore delle energie rinnovabili ha una struttura simile a quella del settore energetico. Tuttavia, gli asset sono diversi: potrebbe trattarsi della produzione di energia (ad es. costruzione di parchi eolici offshore), del trasporto di una particolare forma di energia alternativa come l’idrogeno (ad es. costruzione di condutture) o della distribuzione finale ai clienti (ad es. stazioni di ricarica per veicoli elettrici).Mentre le grandi compagnie petrolifere europee hanno puntato sull’eolico e il solare, le controparti di Chevron ed Exxon Mobil dispongono di tecnologie di cattura del carbonio che possono sfruttare a loro favore. L’idrogeno e i biocarburanti offrono un’ulteriore gamma di potenziali opportunità.Infine, se il mondo dovrà raggiungere l’obiettivo di azzeramento delle emissioni nette di carbonio entro il 2050, saranno necessari investimenti massicci nelle fonti di energie alternative. Questa potrebbe essere un’enorme opportunità per le grandi compagnie petrolifere – sempre che riescano a trovare un vantaggio interessante a livello di costo in una di queste aree.

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“Il grande impegno di Biden sul fronte del cambiamento climatico”

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 luglio 2021

A cura di Natalia Luna, Analista senior, Investimento responsabile e Brian Aronson, Analista azionario di Columbia Threadneedle Investments. I primi mesi del presidente Joe Biden alla Casa Bianca riflettono pienamente l’impegno della sua amministrazione a favore della transizione verso un’economia a basso tenore di carbonio. Biden è rientrato nell’Accordo di Parigi e recentemente ha annunciato un obiettivo estremamente ambizioso: dimezzare le emissioni entro il 2030. L’American Jobs Plan di Biden da 2.250 miliardi di dollari, noto anche come Infrastructure Plan ed annunciato a marzo in una proposta storica, affronta ampiamente gli impegni sul cambiamento climatico presi in campagna elettorale, andando addirittura oltre le promesse fatte in determinate aree. Sebbene le cifre finali potrebbero essere soggette a compromessi in modo da ottenere l’approvazione del Congresso, il piano mira ad imprimere slancio alla generazione di energia pulita e alla produzione statunitense di veicoli elettrici, fornendo inoltre un modesto sostegno per la ristrutturazione degli edifici. Il cuore di questo approccio è l’Infrastructure Bill: una lista di proposte da 2.000 miliardi di dollari volta ad avviare gli Stati Uniti su un percorso di azzeramento delle emissioni entro il 2050. La proposta infrastrutturale include la promozione di tecnologie a basse emissioni di carbonio e dei principali obiettivi relativi al cambiamento climatico.Biden ha svelato una vasta serie di proposte di spesa e di incentivi fiscali, ripartite per lo più su un periodo di otto anni ed incentrate su infrastrutture, adattamento ai cambiamenti climatici e iniziative sociali. Uno dei punti del piano consiste in particolare nella generazione di elettricità a zero emissioni di carbonio entro il 2035, come promesso da Biden in campagna elettorale. Tale obiettivo sarà supportato da incentivi fiscali sorprendentemente generosi per le energie rinnovabili e la cattura e lo stoccaggio del carbonio, nonché da 100 miliardi di dollari di investimenti per il miglioramento delle infrastrutture energetiche. La transizione verso l’energia pulita potrebbe accelerare grazie alla proposta di un’estensione di 10 anni ai crediti fiscali per l’eolico, il solare e le pile a combustibile, che va ben oltre i due anni di incentivi precedentemente introdotti a dicembre 2020. La proposta consentirebbe agli sviluppatori di nuovi progetti di energia rinnovabile di realizzare immediatamente il valore in contanti dei crediti fiscali, il che aiuterebbe i loro flussi di cassa. Anche le aziende di servizi di pubblica utilità potrebbero beneficiarne, seppur meno direttamente, dato che i crediti fiscali potrebbero abbassare il costo dell’energia rinnovabile per i consumatori. Il calo delle bollette tende ad allentare le relazioni tra utility ed autorità di regolamentazione statali, favorendo una maggiore spesa per investimenti da parte delle prime, a vantaggio della crescita. Anche i 100 miliardi di dollari stanziati per l’ammodernamento delle infrastrutture energetiche risulteranno vantaggiosi per le utility, supportando ancora una volta la spesa per investimenti. La proposta di Biden fa espressamente riferimento agli investimenti nelle reti di trasmissione, poiché sono necessarie linee a voltaggio più alto per spostare l’elettricità verde dai siti eolici o solari più grandi ai centri di carico. Inoltre, qualsiasi misura che faciliti il processo di scelta del sito per i progetti di trasmissione incoraggerà l’avvio di nuovi progetti. Questo enorme programma d’investimento sembra rappresentare uno sviluppo positivo per i produttori di apparecchiature elettriche, così come per alcune società di ingegneria e di costruzione. Non tutti però risulteranno avvantaggiati: il piano di Biden eliminerebbe i sussidi ai combustibili fossili per le società del settore petrolio e gas, ma non era certo una sorpresa.Per quanto riguarda i trasporti non inquinanti, l’enfasi principale delle proposte di Biden riguarda l’ulteriore impulso al mercato dei veicoli elettrici prodotti negli USA. Il piano prevede lo stanziamento di 174 miliardi di dollari per il settore, da spendere in particolare per l’installazione di 500.000 caricatori di veicoli elettrici entro il 2030, il che rappresenta una modesta sorpresa positiva. Potrebbe trattarsi di uno sviluppo significativo, specie se unito a un sussidio potenziale di 7.500 dollari per ogni consumatore che acquista un veicolo elettrico prodotto negli USA, e infonderebbe fiducia negli utenti verso l’infrastruttura di ricarica, rendendo competitivo il costo dei veicoli elettrici rispetto a quello dei motori a combustione interna. La combinazione di queste due misure fa salire del 15-30% le previsioni di Columbia Threadneedle per la domanda annuale di litio tra il 2021 e il 2025 e potrebbe sostenere le società posizionate per affrontare tale incremento. Le iniziative del piano sul fronte dei trasporti non inquinanti prevedono anche una proposta del valore di 111 miliardi di dollari riguardante le infrastrutture idriche, che include la modernizzazione dei sistemi idrici obsoleti, e i sistemi di trasporto pubblico e ferroviario, nonché il rafforzamento delle infrastrutture di importanza critica per le conseguenze del cambiamento climatico. Gli investimenti a favore di porti ed aeroporti intendono rendere gli Stati Uniti un leader globale nel trasporto aereo e di merci non inquinante, mentre gli investimenti nelle infrastrutture idriche possono fornire sostegno alle società i cui prodotti supportano il filtraggio, il trattamento e il trasporto efficiente di acqua. Le aziende di attrezzature per l’edilizia dovrebbero invece beneficiare dei 25 miliardi di dollari in finanziamenti per gli aeroporti e dei 17 miliardi di dollari in finanziamenti per le vie d’acqua, nonché di altre spese per infrastrutture più tradizionali. Parallelamente a tutto ciò, 85 miliardi di dollari in finanziamenti per il trasporto pubblico e 80 miliardi di dollari in finanziamenti per le ferrovie favoriranno la transizione verso mezzi di trasporto puliti per le flotte delle società ferroviarie e di consegne. In linea con la modesta promessa elettorale di Biden per l’avvio di una graduale ristrutturazione degli edifici, il piano propone di spendere 213 miliardi di dollari per il miglioramento dell’efficienza energetica. Gli edifici sono responsabili di circa il 10% delle emissioni degli Stati Uniti e di un terzo del consumo energetico del paese, secondo la US Energy Information Administration (EIA). L’importo sarà utilizzato per l’adeguamento di 2 milioni di abitazioni a prezzi accessibili, la costruzione di 500.000 nuovi alloggi e l’adeguamento di più di un milione di case con miglioramenti efficienti sotto il profilo energetico. Per raggiungere questi obiettivi è prevista l’estensione e l’espansione dei crediti per l’efficienza di abitazioni ed esercizi commerciali, nonché la creazione di un “Clean Energy and Sustainability Accelerator” (acceleratore di energia pulita e sostenibilità) da 27 miliardi di dollari per mobilitare gli investimenti privati. È presente anche una proposta per i progetti di rinnovamento energetico degli edifici pubblici. I principali beneficiari degli sforzi per rendere più ecocompatibile il patrimonio edilizio statunitense sono le società di riscaldamento, ventilazione e condizionamento dell’aria, le quali giocheranno un ruolo chiave nelle ristrutturazioni, riducendo significativamente il consumo di elettricità e sostituendo i refrigeranti nocivi.Allo stato attuale, il piano di Biden rappresenta un netto cambiamento rispetto alle politiche dell’amministrazione precedente e, se attuato, dovrebbe accelerare l’ecologizzazione dell’energia, dei trasporti e degli edifici statunitensi, e questo nonostante l’assenza di alcuni impegni presi in campagna elettorale, come i piani concreti sull’idrogeno verde e i dettagli sulle modalità di decarbonizzazione dell’agricoltura. La sua implementazione però è tutta da vedere. Ora tocca al Congresso trasformare il piano in legge ed è altamente probabile che alcune delle disposizioni non vengano approvate o siano modificate.

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Cambiamento climatico e costi alle imprese italiane

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 aprile 2021

Il cambiamento climatico costa al sistema economico, e non poco: esaminando dieci anni (2009-2018), un grado in più di temperatura ha determinato una riduzione media di fatturato e redditività per le imprese italiane pari rispettivamente a -5,8% e -3,4%. Se poi si considerano le variazioni effettive del clima nelle varie aree geografiche, nel solo 2018 – anno particolarmente caldo – il nostro tessuto imprenditoriale ha registrato mancati ricavi per 133 miliardi di euro, con le maggiori perdite percentuali al Nord Est e al Centro. È quanto emerge dal primo anno di attività dell’Osservatorio Climate Finance della School of Management del Politecnico di Milano, che oggi alle 15 presenterà i principali risultati in un convegno online dove interverranno istituzioni, imprese, investitori e associazioni di categoria. Perché il surriscaldamento globale, causa sempre più frequente di eventi meteorologici estremi, è ormai a pieno titolo un tema economico. “Abbiamo sviluppato un database che incrocia le informazioni economico/finanziarie su 1.154.000 imprese in Italia tra il 2009 e il 2018 (22 milioni in Europa) con i dati metereologici di temperatura, piovosità, irraggiamento solare dal 1950 – spiega Vicenzo Butticè, vicedirettore dell’Osservatorio – per trovare evidenze empiriche solide sul rapporto che lega clima e sistema economico”. Ne sono derivate metriche affidabili per supportare gli enti regolatori, le istituzioni finanziarie e le realtà produttive nell’analisi economico/finanziaria del cambiamento climatico. L’Osservatorio ha infatti calcolato i danni reali, non ipotetici, dovuti all’aumento della temperatura di 1 grado centigrado in Italia: le piccole imprese sono quelle che più hanno perso in redditività (-4%, a fronte del -5,3% di fatturato), mentre le grandi realtà, potendo meglio agire sui costi e sui processi, nonostante una diminuzione di ricavi e di domanda pari quasi al triplo (-14,6%), hanno contenuto la perdita di marginalità a -3,6%. L’importanza della quantificazione dei rischi, specialmente nel settore finanziario, è dimostrata dall’intensa attività svolta dagli enti regolatori europei: tra la fine del 2020 e i primi mesi del 2021 le autorità di controllo del mercato (ESMA), del settore bancario (EBA) e del settore assicurativo (EIOPA) hanno pubblicato una serie di documenti volti a identificare gli strumenti e le metriche per quantificare l’esposizione climatica delle attività in portafoglio. Estremamente rilevante per la gestione del rischio climatico è poi l’azione della BCE, che a marzo ha reso noti i primi risultati di un’analisi condotta su circa 4 milioni di imprese e 2.000 banche per identificare l’esposizione del sistema finanziario fino ai prossimi 30 anni. I dati mostrano come i costi per adottare ora strategie di adattamento e mitigazione siano di gran lunga inferiori a quelli che si rischia di dover pagare in futuro: secondo la BCE, la probabilità di default delle banche sarà tanto più elevata quanto minori saranno le azioni intraprese dal sistema economico per modificare la traiettoria di incremento della temperatura.

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La gestione del rischio legato al cambiamento climatico: considerazioni e ostacoli

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 aprile 2021

A cura di Chris Wagstaff, Responsabile pensioni ed educazione all’investimento di Columbia Threadneedle Investments. Cosa devono chiedersi i proprietari di attivi prima di adottare una politica efficace di gestione del rischio legato al cambiamento climatico? Quali sono gli ostacoli da superare in fase di attuazione? Il cambiamento climatico è un rischio sistemico globale che riveste un ruolo sempre più importante ai fini della gestione del rischio. Ma nel formulare e quindi adottare una politica di gestione del rischio legato al cambiamento climatico, i proprietari di attivi devono porsi alcune domande chiave e considerare una serie di aspetti fondamentali. Tra questi figurano: Capire a che punto del processo di costruzione del portafoglio vanno inglobate le considerazioni sulla gestione del rischio legato al cambiamento climatico e se queste debbano costituire input primari o secondari. In molti casi, la gestione del rischio legato al cambiamento climatico è parte integrante della selezione dei gestori ma probabilmente secondaria rispetto a fattori quali il tasso di rendimento richiesto, i parametri di rischio, la diversificazione e la liquidità nel determinare l’asset allocation strategica, che possono incidere in maniera significativa sul profilo di rischio/rendimento, sulla diversificazione e sulle caratteristiche di liquidità del portafoglio.Se allineare o meno i portafogli agli obiettivi dell’Accordo di Parigi,come hanno cominciato a fare molti titolari di attivi, anche in vista di una probabile evoluzione in tale direzione del quadro normativo. Non si tratta di un compito facile in quanto non esiste un unico approccio riconosciuto per misurare e valutare l’allineamento delle temperature e, di fatto, la stessa intensità di carbonio di un portafoglio. Per non parlare dei percorsi di transizione delle posizioni di un portafoglio avendo a disposizione dati per lo più circoscritti ad azioni, obbligazioni societarie e titoli di Stato. Fortunatamente, la pubblicazione della Paris Aligned Investment Initiative dell’IIGCC aiuterà i gestori patrimoniali e i proprietari di attivi ad adottare politiche d’investimento in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. L’Accordo di Parigi fissa un obiettivo di lunghissimo termine a cui ambire, ma i proprietari di attivi guarderanno inevitabilmente al proprio gruppo dei pari per un primo confronto di base e per monitorare in corso d’opera i parametri climatici prescelti. Perché tale raffronto funzioni, tutte le parti in gioco dovranno aumentare il livello di trasparenza e fissare traguardi intermedi realistici.Tenendo presente quanto sopra, i proprietari di attivi (coadiuvati dai loro consulenti d’investimento e gestori patrimoniali) devono aggirare tre grandi ostacoli per valutare l’esposizione al carbonio e alle emissioni di gas serra dei loro portafogli. Si tratta di: scarsità di analisi dei dati di qualità sulle emissioni di gas serra di Ambito 1, 2 e, soprattutto, 3; disomogeneità dei dati ESG (ambientali, sociali e di governance), nell’ambito dei quali il rischio climatico è un fattore di rischio chiave della componente “E”; infine le informative carenti delle aziende sulle emissioni di gas serra. L’ultimo punto compromette fortemente l’accuratezza sia dei dati ESG che di quelli sulle emissioni di gas serra compilati dai fornitori di dati e quindi analizzati dai gestori patrimoniali. Misurare le emissioni non è una scienza esatta. In particolare, le emissioni Scope 3 hanno una definizione vaga, sono per lo più stimate e soggette al rischio del doppio conteggio, inoltre il modo in cui i fornitori di dati raccolgono le informazioni varia enormemente in quanto ognuno utilizza metodologie diverse e adotta una visione differente dello stesso fattore. Malgrado queste limitazioni, gli investitori stanno utilizzando i dati a disposizione (principalmente di Ambito 1 e 2 ma anche di Ambito 3, spesso dopo aver apportato qualche correzione discrezionale) per decidere quali sono le società che si stanno impegnando per potenziare le proprie credenziali di sostenibilità e usare questi dati per monitorarne i progressi nel corso del tempo.Adottando idealmente target basati sulla scienza e allineati agli obiettivi di Parigi, i gestori e i proprietari di attivi potranno sostenere in maniera più efficiente i “vincitori”, ossia le imprese dotate delle tecnologie e dei vantaggi competitivi atti a prosperare grazie alla transizione verso un mondo a basse emissioni di carbonio. Potranno inoltre utilizzare queste informazioni per prendere decisioni informate sull’esclusione o l’allontanamento del portafoglio da determinati settori o titoli.Le esposizioni del portafoglio a questi rischi vengono tipicamente riportati sotto forma di impronta di carbonio. La TCFD raccomanda ai proprietari di attivi di comunicare l’intensità di carbonio media ponderata dei loro portafogli (per ogni titolo in portafoglio) sulla base delle emissioni di Ambito 1 e 2 (quelle che esulano dal controllo dell’organizzazione) ed espresse in tonnellate di CO2 equivalenti (tonnellate di emissioni di CO2)/fatturato in milioni di USD). Tuttavia, nei rapporti preparati per i titolari di attivi, e in particolare per i portafogli azionari, molti gestori forniscono parametri supplementari, come le emissioni di carbonio (tonnellate di emissioni di CO2/milioni di USD investiti) e le emissioni di carbonio totali (tonnellate di emissioni di CO2).Parimenti, l’analisi del rischio fisico può essere condotta da diverse angolature. Per esempio, se gli attivi di un portafoglio sono “geolocalizzabili”, è possibile misurare l’esposizione al rischio fisico associato al cambiamento climatico usando direttamente gli strumenti di modellizzazione del rischio catastrofale, analizzando i rischi fisici del portafoglio dovuti a pericoli come inondazioni, terremoti e incendi. Ciò, a sua volta, può far scattare analisi più dettagliate su come gestire o assicurare tale esposizione al rischio. Ad integrazione di questa analisi del rischio – benché si tratti di un’area ancora sperimentale, e fermi restando i tre limiti appena discussi – i gestori e i proprietari di attivi stanno cercando di potenziare la gestione del rischio legato al cambiamento climatico sviluppando indicatori basati sul Value-at-Risk (VaR) delle esposizioni climatiche del portafoglio al fine di stimare le perdite potenziali in un dato scenario climatico. (abstract da http://www.columbiathreadneedle.it)

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Direttore di Caritas Filippine: “Tifoni frutto del cambiamento climatico”

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 dicembre 2020

Il direttore di Caritas Filippine (NASSA) padre Tony Labiao sottolinea l’urgente necessità di una risposta globale per affrontare le cause alla radice del cambiamento climatico e prevenire le calamità naturali sempre più potenti che ogni anno si abbattono sul Paese asiatico.Ad un mese dai quattro tifoni che hanno colpito le Filippine e in occasione dell’anniversario dell’accordo sul clima di Parigi del 12 dicembre 2015, padre Tony Labiao dichiara a Caritas Internationalis: «Dobbiamo andare oltre la risposta alle emergenze. È necessario prevenire le cause del cambiamento climatico. Ma non possiamo farlo da soli nelle Filippine, abbiamo bisogno dell’aiuto della comunità globale. È solo lavorando insieme che possiamo assicurarci che le generazioni future saranno al sicuro».Alla fine di ottobre il tifone Goni, il più potente tifone ad aver colpito le Filippine negli ultimi vent’anni, ha costretto oltre 350.000 filippini a lasciare le loro case e ha avuto effetti su circa cinque milioni di persone. A Catanduanes, l’isola dove si è abbattuto, oltre il 90% delle infrastrutture è andato distrutto.Nei dodici giorni successivi al tifone Goni, le Filippine sono state colpite dalle tempeste tropicali Atsani ed Etau e dal tifone Vamco, che hanno interessato oltre 4 milioni di persone.«Dobbiamo affrontare le vere cause di queste calamità: il cambiamento climatico, il degrado delle nostre montagne, il disboscamento illegale, l’estrazione di legname e le pratiche agricole non sostenibili», afferma padre Labiao. «Non è solo responsabilità del governo, ma della Chiesa e di tutti».Caritas Filippine ha adottato un approccio multidimensionale per tutelare le comunità rispetto a eventi climatici sempre più aggressivi. Tale approccio comprende il sostegno a diverse modalità di estrazione mineraria e il contrasto al disboscamento illegale, fattori essenziali per ridurre l’impatto delle condizioni climatiche estreme sul Paese.«Tutti questi problemi sono interconnessi», dichiara padre Labiao. «Dobbiamo far sentire la nostra voce più forte per far capire alla gente come le nostre azioni hanno un impatto sull’ambiente e sui poveri».Caritas Filippine lavora con le comunità prima del verificarsi di eventuali calamità naturali, attraverso programmi di preparazione alle emergenze che includono sistemi di allarme rapido e assicurano che le comunità reagiscano rapidamente e in modo coordinato in caso di disastri.A seguito dei recenti eventi climatici, le squadre Caritas sul campo hanno fornito assistenza a oltre 76.000 persone, distribuendo aiuti alimentari, kit igienici, lampade solari, utensili per cucinare, sacchi a pelo e acqua potabile.A lungo termine la Caritas costruirà rifugi permanenti, offrirà sostegno per il sostentamento e attività di sviluppo delle capacità.

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COVID-19 e cambiamento climatico

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 dicembre 2020

Per combattere il cambiamento climatico, il mondo deve imparare dalla pandemia di COVID-19 e agire con urgenza, pena conseguenze letali e di vasta portata per le persone costrette a fuggire dalle loro case, ha detto oggi Gillian Triggs, Assistente Alto Commissario per la Protezione dell’UNHCR.In una discussione moderata dalla corrispondente di Al Jazeera India Elizabeth Puranam, Triggs era in compagnia di persone costrette alla fuga, ONG, accademici e rappresentanti dei governi per discutere gli effetti del cambiamento climatico sulle persone più vulnerabili del mondo, compresi coloro che sono stati costretti ad abbandonare la propria casa o sono apolidi.Tracciando delle analogie con la pandemia di COVID-19, i partecipanti hanno affermato che il mondo deve proteggere i più vulnerabili, ma anche coinvolgerli nella ricerca di soluzioni.”Se vogliamo risolvere il problema del cambiamento climatico, dobbiamo mettere al centro i più vulnerabili”, ha detto Hindou Oumarou Ibrahim, un attivista del Ciad che sostiene la giustizia ambientale e i diritti dei popoli indigeni. Il Ciad e altri paesi del Sahel sono colpiti da una delle crisi di migrazioni forzate in più rapida crescita e sono esposti in modo sproporzionato agli effetti negativi del cambiamento climatico e dei disastri ambientali, come il cambiamento dell’andamento delle precipitazioni che contribuiscono alle inondazioni e alla siccità.I più vulnerabili del mondo subiscono alcuni dei peggiori effetti del cambiamento climatico. L’aumento delle temperature può incrementare l’insicurezza alimentare, dell’acqua e della terra, e allo stesso tempo danneggiare i servizi necessari per la salute, il sostentamento, la stabilita’ e la sopravvivenza. Invariabilmente, tra i più colpiti ci sono gli anziani, le donne, i bambini, i disabili e le popolazioni indigene.L’ultimo decennio è stato il più caldo mai registrato. Nel 2019, quasi 2.000 disastri, la maggior parte dei quali dovuti alle condizioni meteorologiche, hanno costretto 25 milioni di persone ad abbandonare la propria casa.Il cambiamento climatico ha continuato ad accelerare mentre il mondo combatte la pandemia di COVID-19.L’UNHCR ha nominato un Consulente Speciale sull’Azione per il Clima per guidare e definire la risposta volta a migliorare la resilienza delle persone costrette a fuggire dai rischi climatici e rafforzare la preparazione e la resilienza in situazioni di disastro. Istituito nel 2007, il Dialogo dell’Alto Commissario permette lo scambio di opinioni tra rifugiati, governi, società civile, settore privato, accademici e organizzazioni internazionali sulle sfide emergenti in materia di protezione umanitaria. Le cinque sessioni digitali di quest’anno si concentrano sull’impatto del COVID-19 sulle persone costrette a fuggire e sugli apolidi.

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“Il cambiamento climatico: effetti sulla salute, sulla scienza e sull’agricoltura”

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 novembre 2020

Torino Il primo dicembre alle ore 17.30 l’Accademia di Medicina di Torino in collaborazione con l’Accademia delle Scienze e l’Accademia dell’Agricoltura organizza una seduta scientifica dal titolo “Il cambiamento climatico: effetti sulla salute, sulla scienza e sull’agricoltura”. Intervengono Paolo Vineis, professore ordinario di Epidemiologia Ambientale presso l’Imperial College di Londra e responsabile dell’Unità di Epidemiologia Molecolare ed Esposomica presso l’Italian Institute for Genomic Medicine (Iigm) di Torino, Elisa Palazzi, ricercatrice dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (Isac) presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) e docente di Fisica del clima all’Università di Torino e Andrea Schubert, docente del dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali ed Alimentari, sempre dell’Università di Torino. Paolo Vineis è autore del libro “Salute senza confini. Le epidemie della globalizzazione” (Codice 2020).In ottemperanza alle disposizioni del DPCM relative alle misure di contenimento della pandemia, si potrà seguire l’incontro solo collegandosi al sito http://www.accademiadimedicina.unito.it.

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Bill Gates: Come evitare il disastro climatico

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 ottobre 2020

Collana i Fari Oceani, pp. 384, 20 euro. In libreria da metà febbraio 2021. “Per prevenire i peggiori effetti dei cambiamenti climatici, dobbiamo arrivare a zero emissioni di gas serra. Questo problema è urgente e il dibattito è complesso, ma credo che possiamo unirci per inventare nuove tecnologie, implementare quelle che abbiamo ed evitare una catastrofe.” Bill Gates. “Difficilmente un libro potrebbe essere più attuale e urgente, essendo oramai chiaro che anche la pandemia che ci allarma dipende in gran parte dal nostro rapporto con il pianeta Terra e dai cambiamenti climatici. Il libro, ne sono certa, sarà un contributo inevitabile alla discussione su questo tema che verrà percepito in modo radicalmente nuovo.” Elisabetta Sgarbi, Publisher La nave di Teseo. “Bill Gates è sempre stato un risolutore di problemi e ora sta affrontando il problema più grande del mondo: i cambiamenti climatici. Il libro non solo rende chiara la situazione in cui ci troviamo, ma è prescrittivo piuttosto che tendenzioso: ci sono, assicura, potenziali soluzioni realistiche e convenienti.” Robert Gottlieb, Editor Bill Gates è un tecnologo, un dirigente d’azienda e un filantropo. Cresciuto a Seattle, Washington, con una famiglia straordinaria e solidale che ha incoraggiato il suo interesse per i computer in tenera età, ha lasciato il college per avviare Microsoft con il suo amico d’infanzia Paul Allen. A capo di Microsoft è diventato una delle personalità più influenti ed è oggi il terzo uomo più ricco del mondo. Nel 1994 ha sposato Melinda French, con cui dirige attualmente la fondazione di beneficenza che porta i loro nomi.

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LGIM aumenta la pressione sulle aziende affinché affrontino il rischio climatico

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 ottobre 2020

Londra. Legal & General Investment Management (LGIM), uno dei maggiori asset manager al mondo, ha pubblicato oggi il suo Climate Impact Pledge annuale, ampliando le ambizioni del suo programma di engagement.Utilizzando metriche quantitative, compreso il modello climatico proprietario di LGIMi, i rating climatici per oltre 1.000 aziende all’intero di settori chiave saranno pubblicamente disponibili attraverso un sistema a “semaforo” sul sito web di LGIM. Vi sarà un aumento di più di dieci volte delle società coperte: le aziende selezionate sono responsabili di oltre il 60% delle emissioni di gas serra provenienti da società quotate. Le aziende il cui punteggio sarà inferiore agli standard minimi di LGIM, ad esempio quelle che mancano di una disclosure completa sulle emissioni o delle principali certificazioni di sostenibilità – saranno soggette a voto contrario e alla possibilità di disinvestimento da fondi selezionati. LGIM intende “aumentare” il rigore dei suoi standard e delle sue sanzioni nel tempo. Questo annuncio arriva dopo che un’analisi indipendente ha evidenziato il forte ruolo di LGIM nell’esercizio dei diritti di voto: la società è uno dei principali sostenitori delle risoluzioni degli azionisti legate al cambiamento climatico rispetto ai 12 maggiori gestori patrimoniali al mondoii.Nel 2016, LGIM ha intrapreso azioni di engagement con circa 80 delle più grandi aziende nei settori dell’energia, dei trasporti, del food retail e finanziario, rispetto alla forza delle loro strategie per la sostenibilità. Le aziende con le migliori best practices sono state rese note pubblicamente, mentre LGIM ha votato contro e disinvestito dalle aziende con scarsi risultati sul clima, tra cui ExxonMobil, dalla sua gamma di fondi Future World. Il programma ha contribuito ai passi avanti intrapresi da aziende come Dominion Energy, inoltre LGIM ha annunciato che la casa automobilistica giapponese Subaru – precedentemente nella sua lista di esclusione – sarà ora reintegrata nei suoi fondi Future World a seguito dei miglioramenti negli obiettivi di emissione e nella disclosure.Dal 2016, è diventato sempre più evidente e riconosciuto che il raggiungimento di zero emissioni nette di carbonio a livello globale entro il 2050 sia il percorso ideale per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi sul cambiamento climatico. Alla crescente urgenza del tema si è dato risposta attraverso miglioramenti significativi nella disponibilità di dati e analisi sul clima nel mercato. Alla luce di questi cambiamenti, LGIM sta ora rafforzando il suo impegno sull’impatto climatico attraverso una copertura ampia e un commitment concentrato sia sulle politiche sia sulle aziende rispetto alla sfida delle emissioni nette zero.

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Il prezzo del futuro

Posted by fidest press agency su sabato, 10 ottobre 2020

A cura di Christophe Donay, Head of Asset Allocation & Macro Research di Pictet Wealth Management Il cambiamento climatico non è una novità. L’impatto di tali cambiamenti è già in parte percepibile. La temperatura media globale è già aumentata di circa 1°C rispetto ai livelli pre Rivoluzione industriale, i modelli delle precipitazioni si modificano e si assiste all’acidificazione degli oceani. Inoltre, gli eventi climatici estremi sono sempre più frequenti e distruttivi. In ogni caso, quanto accaduto sinora potrebbe rivelarsi ben poca cosa rispetto a quel che ci attende se le emissioni di gas serra manterranno la traiettoria attuale. Per far fronte a questo gravissimo problema sono state varate diverse iniziative. Con la firma dell’Accordo di Parigi nel 2015 i Paesi si sono impegnati a contenere il rialzo della temperatura media globale ben al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali e a fare il possibile per limitare l’incremento a 1,5°C. In base al Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico [Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC], in presenza di una probabilità di raggiungere tale obiettivo pari al 66%, il bilancio di carbonio residuo [carbon budget] ammonterebbe a 420 GtCO2, corrispondenti a circa 10 anni di emissioni ai ritmi attuali.In ogni caso gli economisti concordano sul fatto che le emissioni di gas serra rappresentino un’esternalità (comportano un costo per la collettività che gli emittenti non sostengono) che i mercati non sono sinora riusciti a internalizzare. Pertanto, l’attribuzione di un prezzo al carbonio non è solo vista come una necessità, ma in generale è anche considerata la via ottimale per passare a un’economia a basse emissioni di carbonio. Tuttavia, il prezzo a cui dovrebbero essere tassate le emissioni di carbonio è ancora oggetto di un acceso dibattito (le stime vanno da USD40 a diverse centinaia di USD per tonnellata). Ovviamente i governi rivestono un ruolo fondamentale nella destinazione degli investimenti e nella promozione di determinate condotte tramite l’erogazione di incentivi adeguati (sussidi, tassonomia, ecc.). Gli effetti del cambiamento climatico sulle asset class sono notoriamente difficili da valutare alla luce dei numerosi fattori in gioco. Ad esempio, la scelta di combattere il cambiamento climatico tramite l’innovazione oppure tramite una “decrescita” avrebbe ripercussioni estremamente diverse sul futuro dell’economia. Pertanto, optiamo per un approccio basato su scenari che considera molteplici variabili al fine di individuare tutti i potenziali rischi e opportunità.Non dobbiamo guardare al cambiamento climatico solo in termini di rischio. Come dimostrato dalla crisi da Covid-19, anche da gravi pandemie possono nascere delle opportunità. Le banche centrali, preoccupate dalle possibili conseguenze del cambiamento climatico per la stabilità finanziaria, sono sempre più propense a integrare valutazioni di carattere ecologico nel loro processo decisionale. Potremmo quindi assistere all’adozione di politiche di tassi estremamente bassi volte a creare le condizioni adatte a consistenti investimenti a lungo termine da parte di enti pubblici e privati. Di conseguenza, è plausibile un’erosione dei rendimenti degli strumenti a reddito fisso.

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Quali sono gli effetti del cambiamento climatico sul nostro Pianeta?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 aprile 2020

Per scoprirlo, collegarsi sui canali di Frascati Scienza lunedì 30 marzo alle ore 14.30, con Copernicus is watching us, la virtual classroom di Scienza Contagiosa in cui Giancarlo Filippazzo programme coordinator presso il Copernicus Space Office dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) di Frascati, ci farà vedere i segni del climate change osservati dallo Spazio.Copernicus è il complesso programma di osservazione satellitare della Terra che rileva e gestisce dei dati sullo stato di salute del pianeta. Ad esempio, è proprio questo programma che negli ultimi giorni ha confermato un calo di inquinamento dovuto alla sospensione delle attività come misura di contrasto all’avanzamento del COVID-19.Per partecipare agli appuntamenti di Scienza Contagiosa, basta seguire la diretta sui canali Facebook e YouTube di Frascati Scienza. È possibile interagire con gli speaker inviando domande attraverso la sezione “Commenti” delle due piattaforme, lo staff di regia si occuperà di raggrupparle e proporle ai docenti che risponderanno in diretta ai vostri quesiti. Subito dopo è prevista la replica su IGTV di Instagram.

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Cambiamento climatico e paesi emergenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 27 luglio 2017

pechinoPechino. Il cambiamento climatico è un’emergenza globale, ma sono le urgenze locali a spingere sempre di più i mercati emergenti nella loro strada verso un’economia con meno emissioni di carbonio e più eco-sostenibile.Le ragioni vanno al di là della politica internazionale. Molti mercati emergenti, nel momento in cui affrontano problemi legati all’energia e all’inquinamento di acqua, aria e terra, sono incentivati da urgenze locali, non globali, ed è la pressione domestica a far sì che i governi rispondano alle questioni ambientali più importanti.
Prendete la Cina, ad esempio, dove l’OCSE stima che milioni di persone bevano acqua contaminata con inquinanti come arsenico, fluoruro, pesticidi agricoli e fuoriuscite di rifiuti interrati. In più, la popolazione dovrebbe aumentare di altri 20 milioni di persone, arrivando a 1.4 miliardi nel 2022. Tuttavia, il 10% del suolo agricolo cinese è inquinato, e lo sfruttamento intensivo di aree come la Pianura della Cina settentrionale – uno dei maggior produttori di farina e mais – ha consumato la falda freatica, e ciò rappresenta da sola una grave minaccia per la sicurezza alimentare.Con il livello idrico che scende anno dopo anno, la quantità di terra coltivabile a disposizione è sempre meno, la popolazione sempre di più, e aumenta anche il costo del rifornimento di acqua, perché per trovarla si deve scavare più a fondo.
La Cina non è l’unico Paese a dover affrontare la sfida ambientale. India e Bangladesh, ad esempio, stanno assistendo a uno dei più gravi aumenti di mortalità per effetto dell’inquinamento atmosferico. In quanto a decessi, l’India si sta avvicinando ai livelli della Cina, dove si stima che, nel 2013, l’inquinamento atmosferico abbia ucciso 366.000 persone.Il piano quinquennale cinese per lo sviluppo socio-economico del 2016-2020, in cui il governo delinea le sue strategie e definisce gli obiettivi prioritari dello sviluppo, va nella direzione di una maggior conservazione e riutilizzo delle risorse idriche, con il Paese che cerca di ridurne il consumo del 23% per unità di PIL. Le autorità hanno anche dichiarato che i contravventori saranno puniti severamente.
Da un punto di vista più ampio, il piano quinquennale prevede che la Cina rispetti i propri impegni dell’accordo di Parigi, tagliando la sua intensità energetica del 15%. E’ bene notare che i target sull’energia e sul carbone del dodicesimo piano quinquennale sono stati già raggiunti e superati, dal momento che l’intensità energetica è scesa del 18.2%. L’ultimo piano alza gli obiettivi di riduzione del diossido di zolfo e ossido di azoto, due dei maggiori responsabili dell’inquinamento atmosferico.Tra i mercati emergenti, iniziative eco-sostenibili – come C40, una rete di metropoli unite nella lotta al cambiamento climatico – continuano a crescere. Novantuno città, che rappresentano il 25% del PIL globale, incluse Pechino, Hong Kong, Shangai, Deli, Mumbai, San Paolo, Rio de Janeiro e Buenos Aires, hanno firmato per portare avanti, con l’iniziativa C40, azioni significative, misurabili e sostenibili contro il cambiamento climatico.
Anche se il cambiamento climatico è un’emergenza globale che continuerà a rimanere in alto all’agenda geopolitica internazionale, la maggior parte dei motivi che sostengono politiche ecosostenibili nei mercati emergenti dipende da questioni locali. Quindi, l’uscita degli Stati Uniti dagli accordi sul clima di Parigi può avere un impatto sull’impegno dei mercati emergenti diverso da quanto temuto inizialmente. Come afferma David Sheasby, Head of Governance and Sustainability di Martin Currie, affiliata del gruppo Legg Mason: “Alcuni problemi trascendono i confini delle nazioni, e dipendono più dalla volontà delle persone che dai capricci dei politici.”

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Cambiamento climatico (ETS): approvata la riduzione delle quote di emissioni di carbonio

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 febbraio 2017

climateIl Parlamento europeo ha approvato mercoledì la riduzione delle quote di emissione di gas serra disponibili sul mercato del carbonio dell’UE (ETS), in modo da riallineare la politica climatica dell’UE con gli obiettivi dell’accordo di Parigi.I deputati hanno sostenuto la proposta della Commissione di ridurre ogni anno del 2,2% il numero di “crediti di carbonio” (quote di emissione) da mettere all’asta, mentre vogliono raddoppiare la capacità della riserva stabilizzatrice del mercato per il 2019 di assorbire l’eccesso di quote sul mercato. La proposta legislativa è stata approvata con 379 voti a favore, 263 contrari e 57 astensioni.
I deputati hanno approvato la proposta della Commissione di accrescere il cosiddetto “fattore di riduzione lineare” – la riduzione annuale di crediti da mettere all’asta, per ottenere una riduzione delle emissioni di carbonio – del 2,2%, invece dell’attuale 1.7%. Il Parlamento vuole inoltre che tale fattore resti sotto osservazione per aumentarlo al 2,4% dal 2024, al più presto.I deputati vogliono raddoppiare la capacità della riserva stabilizzatrice del mercato di assorbire l’eccesso di crediti disponibili. Ciò consentirebbe di assorbire fino al 24% di crediti in eccesso venduti all’asta ogni anno, per i primi quattro anni. I deputati hanno inoltre convenuto che dal 1° gennaio 2021 siano ritirati 800 milioni di quote immesse nella riserva stabilizzatrice del mercato.Due fondi saranno istituiti e finanziati dalla vendita all’asta delle quote ETS. Un fondo di ammodernamento consentirà di aggiornare i sistemi energetici degli Stati membri e un fondo di innovazione fornirà un sostegno finanziario per le energie rinnovabili, la cattura e lo stoccaggio del carbonio e per progetti di innovazione a basso tenore di carbonio.I deputati propongono inoltre un “fondo per una transizione equa”, per mettere in comune i ricavi dell’asta allo scopo di promuovere la formazione e la rilocalizzazione della manodopera colpita dalla transizione dei posti di lavoro in un’economia “decarbonata”.
Per i deputati, il settore dell’aviazione dovrebbe ricevere il 10% in meno rispetto alla media del 2014-2016, per allineare gli obiettivi di riduzione a quelli degli altri settori. I ricavi delle vendite all’asta delle quote del settore del trasporto aereo sarebbero utilizzati per azione in favore del clima nell’UE e nei Paesi terzi.In assenza di un sistema analogo dell’Organizzazione marittima internazionale (IMO), le emissioni di CO2 rilasciate nei porti dell’Unione e durante le tratte effettuate da e verso tali porti devono essere contabilizzate. I deputati propongono la creazione di un “fondo per il clima del settore marittimo” per compensare le emissioni del trasporto marittimo, migliorare l’efficienza energetica, agevolare gli investimenti in tecnologie innovative e ridurre le emissioni di CO2.I deputati avvieranno ora i negoziati con la Presidenza Maltese del Consiglio al fine di raggiungere un accordo sul disegno di legge, che ritornerà poi al Parlamento per la sua approvazione finale.

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Thetis per il cambiamento climatico

Posted by fidest press agency su domenica, 11 luglio 2010

Nuovo importante traguardo per Thetis, società di ingegneria italiana con sede nell’Arsenale storico di Venezia, appena entrata con un ruolo di primo piano nella progettazione delle più avanzate strategie che si stanno sviluppando a livello europeo con l’obiettivo di rispondere alle sfide imposte dall’emergenza planetaria del “climate change”. Thetis, infatti, parteciperà alla gestione dell’European Topic Centre (ETC-CCA), innovativo centro europeo, che si occuperà di impatti, vulnerabilità e strategie di adattamento al cambiamento climatico. Un passo molto significativo per l’ulteriore valorizzazione delle solide competenze maturate in questo settore dalla società che, tra l’altro, è impegnata nella realizzazione di un importante studio per il programma della Banca Mondiale finalizzato al ripristino ambientale del bacino del Mar Morto.
Thetis è parte del Consorzio internazionale costituito da dieci partner e coordinato dal Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici (CMCC), che appunto si è di recente aggiudicato il contratto quadro per la gestione triennale (2011-2013) del nuovo ETC dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA)

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Il Cambiamento Climatico e lo Sviluppo Sostenibile

Posted by fidest press agency su domenica, 11 ottobre 2009

Budva, Montenegro –  16 – 17  ottobre 2009  La conferenza è organizzata dal Ministero per la Pianificazione del Territorio e dell’Ambiente del Montenegro e dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare italiano.   La conferenza rappresenta un’occasione per valutare gli impatti del cambiamento climatico e le misure per la loro mitigazione  nella Regione del Mediterraneo e del Sud Est Europa, anche in vista della Conferenza di Copenhagen. La Conferenza sarà aperta da Milo Djukanovic – Primo Ministro del Governo del Montenegro – e da Stefania Prestigiacomo – Ministro Italiano dell’Ambiente – insieme a Branimir Gvozdenovic´- Ministro della Pianificazione del Territorio e dell’Ambiente del Montenegro, Pedrag Nenezic´ – Ministro del Turismo del Montenegro.  Parteciperanno, inoltre, Nexhati Jacupi – Ministro dell’Ambiente macedone, Oliver Dulic – Ministro dell’Ambiente serbo, Pellum Abeshi – Segretario Generale  dell’Albania, Corrado Clini, Direttore Generale del Ministero Italiano dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Antonio Navarra – Direttore del Centro Euro Mediterraneo sul Cambiamento Climatico, Vittorio Canuto – professore del Goddard Space Institute della Columbia University di New York, Marta Bonifert – Direttore Esecutivo del Regional Environment Centre di Budapest, Martina Hauser – Coordinatrice della Environment Task Force per il centro est Europa del Ministero Italiano dell’Ambiente.

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Cambiamento climatico

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 ottobre 2009

Bruxelles 5 ottobre, dalle ore 15.00 alle ore 17.00 – Parlamento europeo, edificio Paul-Henri Spaak, Emiciclo, Rue Wiertz 43. La sessione plenaria del Comitato delle regioni rispecchia l’attualità istituzionale e politica dell’Unione europea per due motivi. Prima di tutto, José Manuel Barroso, riconfermato alla guida della Commissione europea, e il Presidente del Parlamento europeo Jerzy Buzek hanno accettato l’invito dei 344 rappresentanti eletti a livello regionale e locale che compongono il CdR. In secondo luogo il tema principale dei lavori della sessione sarà la lotta contro gli effetti del cambiamento climatico e la preparazione del vertice di Copenaghen su scala regionale e locale. Per ribadire la dimensione globale di queste sfide, il CdR accoglierà la vicepresidente della Conferenza dei sindaci degli Stati Uniti d’America Elizabeth Kautz, la quale illustrerà le iniziative dei rappresentanti eletti oltreoceano e le possibilità di collaborazione tra questi ultimi e i loro omologhi europei nella lotta contro il cambiamento climatico. Organizzata parallelamente agli Open Days, la prossima sessione plenaria del CdR si preannuncia come un appuntamento importante, soprattutto alla vigilia del vertice di Copenaghen. Dopo aver partecipato, accanto alla Commissione europea, al “Patto dei sindaci”, firmato, dalla scorsa primavera ad oggi, da circa 700 città europee, il CdR mostra il suo impegno a favore di tali obiettivi, dedicando la giornata del 7 ottobre all’ambiente. In tale occasione, la vicepresidente della Conferenza dei sindaci degli Stati Uniti Elizabeth Kautz sarà a Bruxelles per illustrare ai membri del CdR come far fronte comune per lottare contro il cambiamento climatico. Ed è per questo motivo che il CdR sarà presente a Copenaghen: per accertarsi cioè che vengano debitamente riconosciuti il ruolo e l’efficacia degli enti regionali e locali nella lotta contro gli effetti del cambiamento climatico. Il lavoro e l’energia spesi nella preparazione di questa conferenza avranno infatti un impatto a lungo termine sulla nostra vita e su quella delle future generazioni.”

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