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Posts Tagged ‘climatico’

Deloitte: il cambiamento climatico costerà fino a 178 trilioni di dollari

Posted by fidest press agency su martedì, 14 giugno 2022

Nel 2070 la perdita media annua del Pil si assesterebbe sul -7,6%, rispetto a uno scenario non affetto dal cambiamento climatico. Al contrario, accelerando rapidamente il processo di decarbonizzazione, l’economia globale potrebbe guadagnare 43 trilioni di dollari nei prossimi cinque decenni. È quanto emerge dal report Global Turning Point Report 2022 di Deloitte. Secondo il report, sono quattro gli elementi chiave su cui agire per favorire la decarbonizzazione a livello globale: la collaborazione tra settore pubblico e privato, per la costruzione di politiche efficaci volte a guidare il cambiamento; investimenti da parte delle imprese e dei governi, per promuovere cambiamenti strutturali nell’economia globale tali da privilegiare le industrie a basse emissioni e accelerare la transizione verde; l’impegno, in ogni area geografica, a gestire i rispettivi “turning points”, ossia il momento in cui i benefici della transizione verso la neutralità carbonica superano i corrispondenti costi, guidando così una crescita regionale positiva; sulla base del relativo turning point, i sistemi economici e sociali locali devono promuovere un futuro più sostenibile, ovvero un’economia decarbonizzata in grado di crescere a tassi maggiori rispetto a una equivalente economia carbon-intensive. I messaggi chiave del Global Turning Point Report di Deloitte sono allineati con le evidenze del VI Assessment Report – WG II dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), che sottolinea come un ritardo nell’azione di mitigazione delle emissioni climalteranti metta a rischio il futuro dell’uomo e del pianeta. Il costante aumento della temperatura media terrestre e il livello attuale e prospettico delle emissioni antropiche impongono così urgenti azioni di adattamento, le quali però, superata la soglia di 2°C, oltre a divenire assai più costose, perderebbero anche drasticamente efficacia. Il Mediterraneo poi è considerato un vero e proprio “hotspot” del cambiamento climatico: si è riscaldato e continuerà a riscaldarsi più della media mondiale.

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Fit for 55: uso terreni agricoli per rafforzare lotta al cambiamento climatico

Posted by fidest press agency su sabato, 11 giugno 2022

Il Parlamento ha adottato la sua posizione negoziale su una proposta di legge per migliorare i pozzi naturali di assorbimento del carbonio nel settore dell’Uso del suolo, dei cambiamenti di uso del suolo e forestale (Land use, land use change and forestry sector – LULUCF), con lo scopo di ridurre le emissioni di gas a effetto serra. Il testo legislativo è stato approvato con 472 voti favorevoli, 124 contrari e 22 astensioni. Pozzi di carbonio per aumentare l’obiettivo UE di riduzione dei GHG al 57% nel 2030. I deputati sostengono la proposta della Commissione secondo cui l’obiettivo UE per l’assorbimento netto di gas a effetto serra nel settore LULUCF per il 2030 dovrebbe essere di almeno 310 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Tale aumento porterebbe di fatto l’impegno di riduzione dei gas a effetto serra UE al 57% entro il 2030.I deputati propongono infine di istituire un meccanismo relativo alle perturbazioni naturali per il periodo 2026-2030, a disposizione di quei Paesi UE che non sono stati in grado di raggiungere i loro obiettivi annuali a causa di perturbazioni naturali come gli incendi boschivi. Infine, ribadiscono la loro posizione secondo cui i pozzi di carbonio naturali sono fragili e volatili e quindi, contrariamente alla proposta della Commissione, non dovrebbero essere messi in comune con le emissioni del settore agricolo.

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Un futuro a prova di cambiamento climatico

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 Maggio 2022

A cura di Pauline Grange, gestore investimento responsabile e Jess Williams, analista, investimento responsabile di Columbia Threadneedle Investments. La crisi climatica è ormai una realtà in molte parti del mondo. La quantità di eventi meteorologici estremi registrati nel 2021 è stata eccezionale in base a qualsiasi parametro. Le interruzioni lungo le catene produttive sono dovute anche alle condizioni meteorologiche: le inondazioni che hanno colpito Europa, Stati Uniti e Cina hanno colpito le attività logistiche e produttive. La temperatura media globale si sta rapidamente avvicinando a 1,5 °C. I governi si stanno rendendo conto della necessità di proteggere città e popolazioni dagli effetti del cambiamento climatico e di modernizzare le infrastrutture per isolare meglio le città dall’emergenza climatica, accelerando gli investimenti per scongiurare gli scenari peggiori.Poiché si prospetta un aumento delle alluvioni, dovremo rendere città e infrastrutture a prova di esondazione: un recente rapporto pubblicato dalla First Street Foundation rivela che quasi il 25% delle infrastrutture critiche degli Stati Uniti (utility, aeroporti, porti, ecc.) è a rischio di inondazione. D’altro canto, episodi di siccità sempre più gravi metteranno sotto pressione i nostri sistemi idrici e questo, abbinato alla crescita demografica, significa che la scarsità di acqua sarà un problema a cui dovranno far fronte sempre più paesi. Ciò richiederà massicci investimenti per aggiornare le reti idriche obsolete e promuovere il riciclo delle acque reflue. Riteniamo che questo straordinario sforzo di investimento in infrastrutture ed edifici possa creare un super ciclo pluriennale di investimenti di cui molti sottovalutano la portata. In questo momento è quindi fondamentale investire in aziende posizionate per beneficiare dei flussi di capitale green attesi sul mercato.

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Cambiamento climatico sulle produzioni agricole

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 marzo 2022

Con più di 1400 eventi estremi il 2021 ha registrato in Italia un aumento del 65% di tempeste, bufere, grandinate e bombe d’acqua alternate a ondate di calore, che hanno provocato gravi danni da nord a sud, con pesanti ripercussioni economiche sulle produzioni agroalimentari. Si tratta di un trend consolidato, che non fa che peggiorare sensibilmente ogni anno, mettendo a rischio l’eccellenza del nostro made in Italy.Gli effetti devastanti dei cambiamenti climatici vanno prevenuti e mitigati a partire dal campo e a questo serve l’agrometeorologia, la scienza che, utilizzando le tecnologie più sofisticate, studia le interazioni dei fattori meteorologici ed idrologici con l’ecosistema agricolo-forestale e con l’agricoltura intesa nel senso più ampio. Si valuta il rischio climatico di uno specifico territorio, in situ, appunto, per avere parametri climatici “sito specifici”, ossia su misura dell’azienda, grazie ai quali individuare le migliori scelte da fare: dalle pratiche agronomiche alla gestione dell’irrigazione, dalla previsione delle rese produttive alla più efficace difesa dai parassiti delle colture. Dati preziosi, quelli agrometeorologici, che consentono all’azienda di ridurre le conseguenze derivanti da gelate o grandinate o altri eventi climatici estremi. Ciò permette, quindi, miglioramenti produttivi attraverso l’individuazione delle più appropriate misure per l’adattamento dei sistemi agricoli a un determinato contesto agroambientale, soprattutto con una gestione più corretta e sostenibile dell’irrigazione, resa possibile dai modelli previsionali agrometeorologici.

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Cambiamento climatico

Posted by fidest press agency su martedì, 4 gennaio 2022

Chiediamo a tutti i governi un’azione urgente e decisa per combattere il cambiamento climatico. La crisi climatica colpisce prima di tutto gli esseri umani, soprattutto chi è stato costretto ad abbandonare le proprie case. Per oltre 80 milioni di rifugiati e sfollati in tutto il mondo, il cambiamento climatico rappresenta la più grande minaccia in un mondo già segnato da violenze e conflitti. 4 persone su 5 costrette a fuggire da conflitti e persecuzioni provengono dai paesi più colpiti da questa crisi e noi dobbiamo agire ora per proteggerli e sostenerli.Incendi, inondazioni, siccità, sono sempre più frequenti. Le conseguenze sono devastanti: insicurezza alimentare, migrazioni forzate, distruzione dei mezzi di sussistenza e nuovi conflitti.Siamo di fronte ad una vera e propria emergenza che richiede una risposta collettiva. I suoi effetti saranno catastrofici per tutti noi, ma ancor di più per rifugiati e sfollati che si trovano proprio nei paesi più coinvolti da questa emergenza. Secondo studi recenti, senza un drastico intervento per ridurre il rischio di disastri climatici, entro il 2050, 200 milioni di persone ogni anno avranno bisogno di assistenza umanitaria a causa degli effetti del cambiamento climatico.Negli ultimi 70 anni, l’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati, è stata in prima linea nei conflitti per proteggere le persone costrette a fuggire dalle proprie case da conflitti e violenza. Oggi il cambiamento climatico è diventata la prima linea e noi siamo sul campo per proteggere bambini, donne e uomini da questa nuova crisi. Tutti i paesi devono ridurre la propria impronta ambientale e sfruttare la crisi del COVID-19 per avviare una transizione verso modelli di sviluppo sostenibili. Per questo, chiediamo ai governi di agire, ORA. Non possiamo più aspettare.

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Figc e Parlamento europeo insieme contro il cambiamento climatico

Posted by fidest press agency su martedì, 7 dicembre 2021

On line il video ‘Voglio un pianeta così’ che illustra le finalità del progetto LifeTACKLE La Federazione italiana Giuoco Calcio (FIGC) e l’Ufficio in Italia del Parlamento europeo uniscono gli sforzi per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di fare passi avanti concreti nel fermare il cambiamento climatico.Le due realtà, già da tempo, hanno messo in campo importanti iniziative a carattere ambientale e azioni concrete con il coinvolgimento di testimonial, ricercatori e attivisti di livello internazionale. Oggi la campagna del Parlamento europeo in Italia ‘Voglio un pianeta così’, che illustra il progetto ‘LifeTACKLE’ di cui la FIGC è partner, compie un ulteriore passo in avanti attraverso la diffusione di un video che ha come obiettivo quello di informare un pubblico sempre più vasto sulle finalità di questi due progetti.”L’Unione europea si è impegnata a ridurre le emissioni di CO2 del 55% entro il 2030 e di azzerarle entro il 2050″, ha spiegato Valeria Fiore, community manager dell’Ufficio in Italia del Parlamento europeo e coordinatrice della campagna ‘Voglio Un Pianeta Così’. “I pacchetti legislativi conosciuti come Green Deal e ‘Fit for 55’ sono fondamentali se vogliamo fermare un orologio che corre veloce, ma altrettanto fondamentali sono le piccole grandi storie di testimonial e attivisti che raccontiamo con la nostra iniziativa e che, ogni giorno, dimostrano come ci si può impegnare concretamente per dare un contributo a questa battaglia fondamentale per il futuro di tutti noi.”

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Sassoli: Necessarie misure immediate ed efficaci per mitigare il cambiamento climatico

Posted by fidest press agency su domenica, 5 dicembre 2021

Nel suo discorso, Sassoli ha fatto un bilancio dei risultati degli ultimi mesi e ha parlato delle sfide della prossima presidenza. “Nel corso di questo mandato, il Parlamento europeo aveva delineato due priorità fondamentali.” “La prima, politica, consisteva nel rafforzare il ruolo di scrutinio e la partecipazione dei parlamenti degli stati membri dell’Unione per il Mediterraneo nell’importante dibattito relativo al cambiamento climatico e al drammatico impatto che questo sta avendo nella nostra regione. Il cambiamento climatico, per lungo tempo sottostimato e trascurato, è diventato ora il centro del dibattitto politico come dimostrato dalla eccezionale partecipazione alla recente conferenza sul clima di Glasgow, il cui risultato, per quanto apprezzabile, è stato a mio avviso inferiore alle aspettative.” “L’Europa si è dotata di un’ambiziosa agenda verde, il cosiddetto Green Deal, che intende ridurre drasticamente le emissioni nocive e, dunque, il riscaldamento climatico e promuovere un’economia e uno stile di vita più sostenibile ed in linea con questi importanti obbiettivi.” “Questo sforzo non può che venire dall’Europa nella sua integralità inclusi i paesi più lontani dal Mediterraneo. L’Europa è nata come un progetto comune basato sulla solidarietà e la condivisione di valori e di principi fondamentali. E il cambiamento climatico è appunto una sfida fondamentale a cui tutti sono chiamati a contribuire.” “La portata della sfida di oggi è senza precedenti. La pandemia di COVID-19, ci sta dimostrando che in casi come questi le frontiere non contano più perché nessuno è al riparo da questi fenomeni e la collaborazione tra paesi del Mediterraneo non è un lusso, non è un’opzione che possiamo decidere di non seguire, ma è invece una necessità impellente per tutti. Non è più giustificabile che l’uno o l’altro dei paesi mediterranei, siano essi della sponda nord o della sponda sud, siano lasciati soli a gestire queste sfide epocali. Tutto ciò non solo è moralmente inaccettabile ma è anche pericoloso e a lungo termine estremamente costoso.” “La dichiarazione congiunta che ci apprestiamo ad adottare oggi deve rappresentare la base di un percorso condiviso. Il messaggio che auspico possa partire dalla nostra Assemblea parlamentare, rivolto alle principali istituzioni europee, internazionali, ed ai governi dei partner dell’Unione del Mediterraneo, deve essere chiaro ed univoco: si concretizzi l’adozione di misure immediate ed efficaci di mitigazione dei cambiamenti climatici, e si stanzino le risorse finanziarie adeguate a questa colossale sfida.” “Questo sforzo non può che venire dall’Europa nella sua integralità inclusi i paesi più lontani dal Mediterraneo. L’Europa è nata come un progetto comune basato sulla solidarietà e la condivisione di valori e di principi fondamentali. E il cambiamento climatico è appunto una sfida fondamentale a cui tutti sono chiamati a contribuire. È importante che il nuovo segretariato possa assicurare la continuità dei nostri lavori, permettere una gestione più opportuna dei fondi disponibili e una politica di comunicazione più moderna e efficiente. Grazie alla intensa cooperazione con gli altri membri dell’ufficio di presidenza abbiamo potuto, in tempi brevi, raggiungere risultati importanti ma molto resta ancora da fare per rilanciare il processo di cooperazione euro-mediterraneo e rafforzare la cooperazione tra i nostri parlamenti.”

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“Quella sul cambiamento climatico è la più grande sfida di sempre”

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 novembre 2021

L’Italia può veramente guidare la transizione. Lo ha ricordato bene, anche oggi, l’economista Jeremy Rifkin. Transizione ecologica e digitale vanno di pari passo e rappresentano il presente e il futuro, non solo del nostro Paese. Oggi, più che mai, non possiamo che metterci tutto l’impegno per fare quelle scelte che rimarranno nella storia del mondo. C’è un doppio livello di interventi che si rendono necessari ed urgenti. Ma purtroppo sono ancora pochi a rendersi conto dell’effettiva portata di tutto questo. Il primo livello d’intervento è quello globale, di cui stanno discutendo proprio in queste ore al G20. Un piano d’azione comune non è più procrastinabile, e deve riuscire a dare anche risposte concrete a quei Paesi, ed a quelle economie emergenti, che oggi non hanno gli stessi strumenti nostri. In questa sfida, come ci sta dimostrando anche quella sul piano vaccinale, agire senza tenere in considerazione la dimensione internazionale vorrebbe dire vanificare ogni sforzo. Non possiamo certo obbligare nessuno, ma raggiungere un’intesa è estremamente importante. Il secondo livello è quello nazionale. Fondamentale per la ripartenza del nostro Paese e per il ruolo di guida che può, e deve, ritagliarsi. Abbiamo una responsabilità enorme, come rappresentanti delle Istituzioni e come cittadini. È il nostro Sistema Paese che, in una fase storica in cui abbiamo l’opportunità di fare ciò che è sempre stato considerato impossibile, si gioca veramente tutto, in termini di credibilità, di prospettiva, di fiducia. Abbiamo risorse, e strumenti, per cambiare definitivamente il volto del nostro Paese, rendendolo più moderno, sostenibile, digitale. Valorizzando ciò che abbiamo, rigenerando i nostri territori e le nostre Città. Se vinceremo questa sfida traineremo, con noi, l’Europa e il resto del mondo. Se non ci riusciremo perderemo un’occasione irripetibile”. Così il Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze, Laura Castelli, sui social.

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Gli agricoltori sono sempre più minacciati dal cambiamento climatico

Posted by fidest press agency su domenica, 31 ottobre 2021

L’impatto dei cambiamenti climatici sta minacciando sempre più seriamente le condizioni di vita degli agricoltori in tutto il mondo: lo dice un nuovo studio commissionato da Fairtrade International e condotto da ricercatori della Libera Università di Amsterdam e dell’Università di Berna delle Scienze Applicate, diffuso a pochi giorni dall’inizio della Conferenza delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico, anche nota come COP 26. Lo studio sottolinea che maggiori investimenti nell’adattamento climatico e in altre misure di resilienza saranno cruciali per impedire il crollo del reddito degli agricoltori.Un’ombra sul futuro delle commodities. Banane, caffè, cacao sono alcuni tra i beni più commercializzati a livello globale; la ricerca analizza come regioni diverse del pianeta saranno colpite in modo differente dagli schemi metereologici generati dal cambiamento climatico.I produttori di banane del Centro e Latino America, ad esempio, dovranno affrontare stagioni meno piovose e temperature più estreme, mentre quelli del Sud-est asiatico e dell’Oceania un aumento del rischio di cicloni. I produttori di caffè del Brasile, America Centrale e sud dell’India registreranno presto degli aumenti dei picchi delle temperature insieme a siccità, con conseguenze sulla produzione di caffè Fairtrade. In Repubblica Dominicana e Perù, come in altre regioni dell’Africa Occidentale, i coltivatori di cacao dovranno affrontare periodi di caldo e siccità, mentre in Ghana orientale e Costa d’Avorio subiranno piogge più intense.L’effetto dei cambiamenti climatici sulle produzioni agricole è abbastanza riconosciuto, e i rischi per il futuro di commodities di grande interesse commerciale come il caffè, sono abbastanza noti. Studi suggeriscono che entro il 2050 metà delle aree agricole attualmente utilizzate per la coltivazione del caffè potrebbero non poterle più ospitare. Ma solo raramente si considera un collegamento ovvio, cioè quello tra il cambiamento climatico e le condizioni di vita di migliaia di contadini e lavoratori del settore agricolo.Negli ultimi anni Fairtrade ha rafforzato i requisiti dei propri Standard, aumentando il focus sui temi ambientali e sul cambiamento climatico, ad esempio attraverso le Accademie per il Clima e progetti dedicati con gli agricoltori. La dimensione che sta acquisendo la crisi tuttavia richiede partnership sempre più larghe per sostenere le comunità agricole affinché possano affrontare Ie enormi sfide che hanno davanti.

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“Cambiamento climatico: rivalutare i rischi di incendi boschivi”

Posted by fidest press agency su sabato, 23 ottobre 2021

A cura di Natalia Luna, Analista senior investimenti tematici, Investimento responsabile e Kyle Bergacker, Analista senior investimenti tematici, Investimento responsabile di Columbia Threadneedle Investments. La stagione degli incendi boschivi del 2020 è stata tra le peggiori mai registrate negli Stati Uniti. In California, è stata raggiunta la cifra record di oltre un milione e mezzo di ettari bruciati, il doppio rispetto al precedente primato registrato nel 2018. Durante il blocco dovuto alla pandemia, il Nord America è stata l’unica regione al mondo in cui i livelli di inquinamento sono aumentati, e ciò è dovuto quasi esclusivamente al fumo creato da questi incendi.Benché gli incendi boschivi siano da sempre parte del ciclo ambientale degli Stati Uniti occidentali, le temperature più alte e la maggiore siccità per periodi più lunghi, con episodi di condizioni insolitamente umide, stanno incrementando la frequenza e la gravità degli incendi. La stagione degli incendi del 2021 è già sulla buona strada per superare la devastazione causata lo scorso anno, proprio mentre gli Stati Uniti occidentali e nord-occidentali sono alle prese con una siccità e un caldo da record. Da inizio anno più di 40.000 incendi in 13 stati hanno già consumato 1,9 milioni di ettari.Per certi versi, i rischi legati agli incendi sono chiari: morti, danni alle proprietà e distruzione degli habitat naturali della fauna selvatica. Tra i disagi per gli individui e gli impatti economici più ampi, vi è una miriade di altri costi che tipicamente non vengono conteggiati o presi in considerazione dagli investitori. Il calcolo accurato dei rischi economici posti dagli incendi boschivi richiederà sempre più una metodologia di valutazione della perdita potenziale di beni fisici che vada oltre la semplice estensione dei terreni e che tenga conto dell’impatto a lungo termine sulla sostenibilità, la salute e la società civile.La portata del rischio fisico posto dagli incendi boschivi per le aziende è vasta e potrebbe rivelarsi estremamente costosa. Un rapporto del 2018 del Center for Disaster Philanthropy ha rilevato che, salvo provvedimenti, 215 delle 500 maggiori aziende del mondo rischiano di perdere mille miliardi di dollari di qui a cinque anni a causa degli impatti degli eventi climatici, tra cui gli incendi. L’aumento della gravità e della frequenza degli eventi meteorologici estremi colpirà sempre più società, il che potrebbe modificarne il profilo di rischio, con importanti implicazioni sul piano finanziario.Le società a rischio non sono solo quelle più ovvie. Molti potrebbero pensare che la maggior parte dei costi ricada sulle aziende attive nei settori dei servizi di pubblica utilità o delle assicurazioni, ma non è necessariamente così. Dobbiamo esaminare ogni società per capire come nello specifico è esposta al rischio fisico di incendi e conoscere i suoi piani di mitigazione e adattamento. Gli attivi di alcune organizzazioni subiranno un danno diretto (ad esempio nel caso delle infrastrutture di rete), ma quasi tutte risentiranno di un qualche impatto indiretto: interruzioni alle catene produttive, cambiamenti a livello di disponibilità delle risorse, approvvigionamento, esigenze di trasporto e sicurezza dei dipendenti, solo per fare qualche esempio. ll nostro team di scienza dei dati può costruire modelli analitici per i fenomeni quali i rischi di incendio. Esistono fonti di dati che ci permettono di monitorare 5.000 aziende per capire il loro rischio di incendio. Le sedi fisiche sono caratterizzate da strutture e rischi unici, e gli sforzi di mitigazione possono fare la differenza. Alcuni edifici, per esempio, possono trovarsi in una zona in cui gli incendi si verificano ogni settimana, ma l’impatto per le strutture è basso o inesistente e pertanto presentano una bassa esposizione al rischio generale di incendi boschivi. Se invece l’edificio si trova in un luogo soggetto a incendi frequenti che hanno buone probabilità di bruciarlo, l’esposizione a tale rischio sarà considerata molto elevata. L’impatto degli incendi boschivi su comparti e settori che emerge dopo aver preso in considerazione questi livelli di esposizione è molto più esteso di quanto ci si possa aspettare. Gli incendi boschivi non sono un fenomeno esclusivamente statunitense. Anche in Australia e persino in Siberia si stanno registrando temperature record e incendi, mentre l’ondata di calore senza precedenti e gli incendi boschivi divampati in Grecia durante l’estate potrebbero essere un presagio di ciò che avverrà in Europa meridionale e centrale con il diffondersi degli effetti del cambiamento climatico.Un numero crescente di società sta prendendo atto delle minacce persistenti poste dagli incendi boschivi e ha iniziato a valutare e comunicare la propria esposizione al rischio e i propri piani di mitigazione. Decine di aziende dell’S&P 500 (attive nel settore immobiliare, ricettivo e degli alimenti e bevande) attualmente includono informative sul rischio di incendi nei loro 10-K Report. Il loro numero è in aumento rispetto ai pochi casi di un decennio fa, ed è probabile che continuerà a crescere man mano che più investitori richiedono una maggiore trasparenza in materia di fattori di rischio ESG. I rischi per le società e l’economia legati a incendi boschivi e ad altri impatti ambientali causati dal cambiamento climatico, quali inondazioni, temperature eccessive e tempeste violente, non diminuiranno, anzi, è molto probabile che peggioreranno. Gli investitori devono avvalersi delle giuste ricerche e strumenti analitici per determinare gli effetti dei loro investimenti e delle loro allocazioni. Il nostro team d’investimento responsabile valuta continuamente i rischi di fattori ambientali come gli incendi boschivi nelle aziende in cui investiamo ed incorpora queste analisi nel nostro processo d’investimento fondamentale. (abstract)

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Il cambiamento climatico incide sulla performance finanziaria delle banche

Posted by fidest press agency su sabato, 16 ottobre 2021

A cura di Paul Smillie, Analista del credito senior, Rosalie Pinkney, Analista del credito senior e Natalia Luna, Analista senior investimenti tematici di Columbia Threadneedle Investments. Nel suo storico discorso del 2015, Mark Carney, allora governatore della Bank of England, invocò lo spettro di un “momento Minsky”, un crollo dei prezzi degli attivi causato dalla crisi climatica. All’epoca le sue parole parvero distopiche e sembrarono evocare una prospettiva distante. Oggi, tuttavia, appaiono più preveggenti. Una folta schiera di banche centrali teme che il cambiamento climatico possa scatenare la prossima crisi finanziaria. Per questo motivo, le autorità di vigilanza in Europa e nel Regno Unito stanno già iniziando a esaminare la resilienza delle banche al cambiamento climatico, valutando sia le probabili tensioni derivanti dalla transizione verso un’economia a zero emissioni di carbonio nei prossimi decenni, sia l’impatto di condizioni meteorologiche estreme. Per il momento, tuttavia, l’ansia delle autorità monetarie non si riflette nei mercati azionari o obbligazionari, che sembrano relativamente poco influenzati dal rischio climatico. Eppure nei prossimi anni il cambiamento climatico potrebbe diventare un motore chiave della performance finanziaria e un fattore importante per gli investitori che valutano le banche. I rischi per gli utili non mancano neppure nel breve termine, mentre nel medio periodo è probabile che gli istituti con maggiori esposizioni legate al clima dovranno far fronte a requisiti patrimoniali più elevati, per non parlare dei rischi reputazionali. Ma non è solo una questione di rischio. Guardando avanti di qualche anno, potrebbero anche esserci opportunità per le banche che guidano il finanziamento della transizione verso un’economia a zero emissioni di carbonio. In effetti, si stima che gli investimenti e i finanziamenti verdi potrebbero raccogliere fino a 50 miliardi di dollari di ricavi nei prossimi 5-10 anni.Finora, tuttavia, vi sono poche indicazioni che le banche stiano riducendo i prestiti legati ai combustibili fossili, on l’importante eccezione del carbone. Gli investitori potrebbero però iniziare presto a distinguere tra leader e ritardatari, grazie ai migliori dati estratti dalle informative obbligatorie. Inoltre, l’engagement degli azionisti e l’attivismo delle ONG potrebbero ripercuotersi in tempi brevi sulle valutazioni delle azioni bancarie. Abbiamo condotto un esercizio di engagement con più di 50 banche a livello globale, ponendo domande sulla strategia climatica e sulla gestione del rischio climatico e facendo seguito con una serie di incontri. Abbiamo riscontrato così l’emergere di alcune chiare tendenze. A livello generale, alcune banche britanniche, olandesi e svizzere si distinguono in positivo. Le banche nordiche, francesi, spagnole e giapponesi sono leggermente indietro, mentre quelle irlandesi, tedesche, italiane e cinesi sono in ritardo. Abbiamo iniziato a tenere conto dell’esposizione delle banche ai rischi climatici nella nostra ricerca. Il cambiamento climatico non incide ancora sugli utili o sui requisiti patrimoniali delle banche, ma potrebbe farlo già tra due o cinque anni. Dato che nella nostra valutazione delle aziende adottiamo un orizzonte prospettico di due anni, incorporiamo questa dimensione nella nostra ricerca obbligazionaria e assegniamo i relativi rating alle banche. Queste valutazioni cominciano a influenzare la costruzione del portafoglio. A nostro avviso, non passerà molto tempo prima che gli investitori inizino a operare una distinzione tra leader e ritardatari. Ciò creerà un’opportunità per gli investitori attivi, premiando al contempo le banche che hanno agito tempestivamente per affrontare il cambiamento climatico con un costo competitivo del capitale. (abstract) http://www.columbiathreadneedle.it

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I giovani e il cambiamento climatico

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 ottobre 2021

I 400 giovani delegati a Milano per la Youth4Climate hanno passato il testimone ai leader riuniti oggi per la Pre-COP, il meeting preparatorio che precede di circa un mese la COP 26 che dovrebbe ridare vigore e velocità all’azione contro il cambiamento climatico.Per i giovani, che chiedono di avere maggiori spazi di partecipazione, la totale decarbonizzazione entro il 2030 non è derogabile, occorre finanziare le energie rinnovabili e l’efficienza energetica tassando le emissioni di anidride carbonica e i Paesi devono agire con urgenza con “azioni climatiche che siano radicate nella giustizia sociale”. Un’urgenza che il WWF condivide pienamente e di cui il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha mostrato consapevolezza nel suo intervento, dove ha dichiarato che “Dobbiamo agire velocemente e più efficacemente per affrontare le crisi climatiche e al G20 di ottobre ci prepariamo a far fronte agli impegni per rimanere al di sotto di 1,5°C, sviluppare strategie in linea con questo obiettivo e sostenere i paesi in via di sviluppo”.Il WWF apprezza i toni e l’impegno del Presidente del Consiglio e si augura che il Governo tutto e la diplomazia italiana si senta investita della missione di fare del G20 italiano una tappa fondamentale per il successo della COP26 di Glasgow.L’Associazione del Panda si aspetta che, a partire dal messaggio dei giovani, gli Stati inizino una vera e propria corsa alla decarbonizzazione. In Italia questa corsa deve vedere finalmente l’approvazione di una legge Quadro sul Clima -ce l’hanno già i maggiori stati europei- che permetta di definire un tetto alle emissioni per tutti i settori (budget di carbonio) secondo la traiettoria di decarbonizzazione e trasformare l’economia.

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Il cambiamento climatico mette i colossi del petrolio di fronte a grandi sfide

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 settembre 2021

A cura di Darren Peers, Analista di investimenti azionari di Capital Group. Dopo essere sopravvissute al rovinoso crollo dei prezzi del petrolio nel 2020, oggi le maggiori compagnie petrolifere sono sottoposte a forti pressioni in merito al contributo che intendono fornire agli obiettivi di azzeramento delle emissioni nette entro il 2050.Negli ultimi mesi, un gruppo di azionisti attivisti guidato dall’hedge fund Engine No. 1 ha eletto tre nuovi membri al CdA di Exxon Mobil. La Royal Dutch Shell è stata obbligata da una sentenza di un tribunale olandese a ridurre le emissioni nette di carbonio del 45% entro il 2030. E gli azionisti di Chevron hanno votato a favore di un taglio delle emissioni totali di gas serra della società. (Ricordiamo che l’espressione “emissioni nette zero” si riferisce al bilancio tra la quantità di gas serra prodotto e la quantità di gas serra eliminato dall’atmosfera.) Ovviamente, la società occidentale sta spingendo per una riduzione delle emissioni. Detto questo, il percorso verso la riduzione delle emissioni di carbonio rimane in certa misura opaco e provvisorio, la società avrà ancora bisogno di idrocarburi per i trasporti, l’energia, le sostanze chimiche, la plastica e i lubrificanti.In questo momento, a livello mondiale c’è una tensione incredibile, soprattutto nelle società occidentali. Vogliamo un’energia a prezzi accessibili e al contempo pulita. A volte non è necessario scegliere: l’eolico onshore e il solare, per esempio, sono fonti di energia sia accessibili, sia pulite. Tuttavia, in molte altre parti della filiera energetica, l’energia pulita è più costosa. E, all’aumentare dei costi, aumentano anche le sfide. Questo è forse meno vero per le regioni relativamente ricche, ma per l’economia globale nel suo complesso è un vero e proprio motivo di tensione. Tutte queste società stanno cercando, chi più, chi meno, di raggiungere un equilibrio accettabile. Ci sono i colossi europei che si trovano nell’occhio del ciclone e hanno sviluppato importanti programmi per tentare una decarbonizzazione di concerto con la società. Le principali compagnie petrolifere statunitensi, invece, sono state meno proattive. Io sarei fortemente favorevole a una carbon tax che definisca un prezzo sul carbonio. Ritengo che questa misura contribuirebbe ad appianare il terreno di gioco. Ad oggi stiamo assistendo a un caleidoscopio di sussidi e regolamentazioni, con diverse gamme di rischi. BP, ad esempio, sta puntando fortemente sulle risorse rinnovabili, aprendo alla possibilità di rendimenti insoddisfacenti su questi investimenti. Chevron ed Exxon Mobil, dal canto loro, si sono mostrate meno disposte a una transizione verso aree delle energie alternative finora poco redditizie, ma così facendo potrebbero correre il rischio che il loro approccio venga considerato inaccettabile dalla società. E, se la sentenza emessa nei confronti di Shell insegna qualcosa, è possibile prevedere che le compagnie saranno indotte ad adottare misure di riduzione delle emissioni facendo leva sulle leggi e sulle politiche vigenti. Questo significa che dovranno ridurre la loro impronta di carbonio (sia in termini di emissioni che di intensità di carbonio) a un ritmo più sostenuto. Da diversi anni osserviamo che i colossi del petrolio investono in misura minore nelle loro attività tradizionali e che molti di essi sono sottoposti a pressioni verso un disinvestimento di determinate attività di combustibili fossili.Una possibile implicazione potrebbe essere che alcuni asset petroliferi tradizionali passeranno da società petrolifere quotate in borsa a produttori meno attenti agli aspetti ambientali e sottoposti a minori verifiche delle emissioni. Sebbene le società perseguano, a livello individuale, gli obiettivi di azzeramento delle emissioni nette, il bilancio delle emissioni globale potrebbe rimanere invariato. I minori investimenti nelle attività del petrolio potrebbero determinare una flessione dell’offerta proprio quando la domanda mondiale sta registrando una ripresa. Questo, a sua volta, potrebbe portare a un aumento dei prezzi del petrolio e le grandi compagnie petrolifere potrebbero trovarsi di fronte a un dilemma interessante: se i prezzi del petrolio rimarranno elevati, saranno ancora disposte a sacrificare investimenti in quell’attività per portare avanti la transizione verso le energie rinnovabili? Al momento non c’è una risposta chiara.Per le compagnie petrolifere, il dilemma è come realizzare una decarbonizzazione che sia anche economicamente redditizia – e anche a quale velocità farlo, e in che misura. Per ora è troppo presto per sapere quale di queste compagnie riuscirà eventualmente ad espandere le proprie attività a basse emissioni di carbonio con parametri economici redditizi.Non abbiamo ancora ben chiaro quanto rapidamente stia avvenendo la nostra transizione collettiva verso un’economia a ridotta impronta di carbonio. È probabile che, ancora per diversi anni, la domanda di petrolio e gas continuerà a crescere, per poi stabilizzarsi e iniziare molto lentamente a diminuire. Questo possibile sviluppo è dovuto ai rapporti economici attuali: gli idrocarburi sono ancora il modo più conveniente di alimentare le società e la crescita delle loro economie. Questo non sarebbe uno scenario dirompente per le grandi compagnie petrolifere, se non per il fatto che continueranno ad essere considerate il problema, e non la soluzione.Un’altra possibilità è che vengano sviluppate altre tecnologie per la riduzione del carbonio e che le tecnologie esistenti diventino economicamente più accessibili prima del previsto e/o che varie regioni siano disposte a imporre un prezzo del carbonio più elevato. Una maggiore spinta a muoversi verso la parte discendente della curva economica dei costi aiuterebbe le organizzazioni e le società a compiere il salto. Ad oggi non siamo dove dovremmo essere. Tuttavia, c’è sempre più consapevolezza che è necessario fare di più.La politica dei governi potrebbe anche influenzare la velocità del cambiamento nelle compagnie petrolifere e alterare i modelli di consumo, attraverso requisiti di cattura del carbonio o incentivi finanziari per i consumatori, che potrebbero promuovere il passaggio alle energie alternative. Per esempio, il pacchetto climatico “Fit for 55” proposto dall’Unione Europea prevede l’imposizione di un prezzo sulle emissioni causate dalle spedizioni e dai trasporti aerei, e il divieto di vendita di nuove automobili con motore a combustione interna entro il 2035.Le compagnie petrolifere hanno diverse potenziali aree su cui concentrarsi nell’ambito delle energie alternative. Per esempio, la catena di valore delle energie rinnovabili ha una struttura simile a quella del settore energetico. Tuttavia, gli asset sono diversi: potrebbe trattarsi della produzione di energia (ad es. costruzione di parchi eolici offshore), del trasporto di una particolare forma di energia alternativa come l’idrogeno (ad es. costruzione di condutture) o della distribuzione finale ai clienti (ad es. stazioni di ricarica per veicoli elettrici).Mentre le grandi compagnie petrolifere europee hanno puntato sull’eolico e il solare, le controparti di Chevron ed Exxon Mobil dispongono di tecnologie di cattura del carbonio che possono sfruttare a loro favore. L’idrogeno e i biocarburanti offrono un’ulteriore gamma di potenziali opportunità.Infine, se il mondo dovrà raggiungere l’obiettivo di azzeramento delle emissioni nette di carbonio entro il 2050, saranno necessari investimenti massicci nelle fonti di energie alternative. Questa potrebbe essere un’enorme opportunità per le grandi compagnie petrolifere – sempre che riescano a trovare un vantaggio interessante a livello di costo in una di queste aree.

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“Il grande impegno di Biden sul fronte del cambiamento climatico”

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 luglio 2021

A cura di Natalia Luna, Analista senior, Investimento responsabile e Brian Aronson, Analista azionario di Columbia Threadneedle Investments. I primi mesi del presidente Joe Biden alla Casa Bianca riflettono pienamente l’impegno della sua amministrazione a favore della transizione verso un’economia a basso tenore di carbonio. Biden è rientrato nell’Accordo di Parigi e recentemente ha annunciato un obiettivo estremamente ambizioso: dimezzare le emissioni entro il 2030. L’American Jobs Plan di Biden da 2.250 miliardi di dollari, noto anche come Infrastructure Plan ed annunciato a marzo in una proposta storica, affronta ampiamente gli impegni sul cambiamento climatico presi in campagna elettorale, andando addirittura oltre le promesse fatte in determinate aree. Sebbene le cifre finali potrebbero essere soggette a compromessi in modo da ottenere l’approvazione del Congresso, il piano mira ad imprimere slancio alla generazione di energia pulita e alla produzione statunitense di veicoli elettrici, fornendo inoltre un modesto sostegno per la ristrutturazione degli edifici. Il cuore di questo approccio è l’Infrastructure Bill: una lista di proposte da 2.000 miliardi di dollari volta ad avviare gli Stati Uniti su un percorso di azzeramento delle emissioni entro il 2050. La proposta infrastrutturale include la promozione di tecnologie a basse emissioni di carbonio e dei principali obiettivi relativi al cambiamento climatico.Biden ha svelato una vasta serie di proposte di spesa e di incentivi fiscali, ripartite per lo più su un periodo di otto anni ed incentrate su infrastrutture, adattamento ai cambiamenti climatici e iniziative sociali. Uno dei punti del piano consiste in particolare nella generazione di elettricità a zero emissioni di carbonio entro il 2035, come promesso da Biden in campagna elettorale. Tale obiettivo sarà supportato da incentivi fiscali sorprendentemente generosi per le energie rinnovabili e la cattura e lo stoccaggio del carbonio, nonché da 100 miliardi di dollari di investimenti per il miglioramento delle infrastrutture energetiche. La transizione verso l’energia pulita potrebbe accelerare grazie alla proposta di un’estensione di 10 anni ai crediti fiscali per l’eolico, il solare e le pile a combustibile, che va ben oltre i due anni di incentivi precedentemente introdotti a dicembre 2020. La proposta consentirebbe agli sviluppatori di nuovi progetti di energia rinnovabile di realizzare immediatamente il valore in contanti dei crediti fiscali, il che aiuterebbe i loro flussi di cassa. Anche le aziende di servizi di pubblica utilità potrebbero beneficiarne, seppur meno direttamente, dato che i crediti fiscali potrebbero abbassare il costo dell’energia rinnovabile per i consumatori. Il calo delle bollette tende ad allentare le relazioni tra utility ed autorità di regolamentazione statali, favorendo una maggiore spesa per investimenti da parte delle prime, a vantaggio della crescita. Anche i 100 miliardi di dollari stanziati per l’ammodernamento delle infrastrutture energetiche risulteranno vantaggiosi per le utility, supportando ancora una volta la spesa per investimenti. La proposta di Biden fa espressamente riferimento agli investimenti nelle reti di trasmissione, poiché sono necessarie linee a voltaggio più alto per spostare l’elettricità verde dai siti eolici o solari più grandi ai centri di carico. Inoltre, qualsiasi misura che faciliti il processo di scelta del sito per i progetti di trasmissione incoraggerà l’avvio di nuovi progetti. Questo enorme programma d’investimento sembra rappresentare uno sviluppo positivo per i produttori di apparecchiature elettriche, così come per alcune società di ingegneria e di costruzione. Non tutti però risulteranno avvantaggiati: il piano di Biden eliminerebbe i sussidi ai combustibili fossili per le società del settore petrolio e gas, ma non era certo una sorpresa.Per quanto riguarda i trasporti non inquinanti, l’enfasi principale delle proposte di Biden riguarda l’ulteriore impulso al mercato dei veicoli elettrici prodotti negli USA. Il piano prevede lo stanziamento di 174 miliardi di dollari per il settore, da spendere in particolare per l’installazione di 500.000 caricatori di veicoli elettrici entro il 2030, il che rappresenta una modesta sorpresa positiva. Potrebbe trattarsi di uno sviluppo significativo, specie se unito a un sussidio potenziale di 7.500 dollari per ogni consumatore che acquista un veicolo elettrico prodotto negli USA, e infonderebbe fiducia negli utenti verso l’infrastruttura di ricarica, rendendo competitivo il costo dei veicoli elettrici rispetto a quello dei motori a combustione interna. La combinazione di queste due misure fa salire del 15-30% le previsioni di Columbia Threadneedle per la domanda annuale di litio tra il 2021 e il 2025 e potrebbe sostenere le società posizionate per affrontare tale incremento. Le iniziative del piano sul fronte dei trasporti non inquinanti prevedono anche una proposta del valore di 111 miliardi di dollari riguardante le infrastrutture idriche, che include la modernizzazione dei sistemi idrici obsoleti, e i sistemi di trasporto pubblico e ferroviario, nonché il rafforzamento delle infrastrutture di importanza critica per le conseguenze del cambiamento climatico. Gli investimenti a favore di porti ed aeroporti intendono rendere gli Stati Uniti un leader globale nel trasporto aereo e di merci non inquinante, mentre gli investimenti nelle infrastrutture idriche possono fornire sostegno alle società i cui prodotti supportano il filtraggio, il trattamento e il trasporto efficiente di acqua. Le aziende di attrezzature per l’edilizia dovrebbero invece beneficiare dei 25 miliardi di dollari in finanziamenti per gli aeroporti e dei 17 miliardi di dollari in finanziamenti per le vie d’acqua, nonché di altre spese per infrastrutture più tradizionali. Parallelamente a tutto ciò, 85 miliardi di dollari in finanziamenti per il trasporto pubblico e 80 miliardi di dollari in finanziamenti per le ferrovie favoriranno la transizione verso mezzi di trasporto puliti per le flotte delle società ferroviarie e di consegne. In linea con la modesta promessa elettorale di Biden per l’avvio di una graduale ristrutturazione degli edifici, il piano propone di spendere 213 miliardi di dollari per il miglioramento dell’efficienza energetica. Gli edifici sono responsabili di circa il 10% delle emissioni degli Stati Uniti e di un terzo del consumo energetico del paese, secondo la US Energy Information Administration (EIA). L’importo sarà utilizzato per l’adeguamento di 2 milioni di abitazioni a prezzi accessibili, la costruzione di 500.000 nuovi alloggi e l’adeguamento di più di un milione di case con miglioramenti efficienti sotto il profilo energetico. Per raggiungere questi obiettivi è prevista l’estensione e l’espansione dei crediti per l’efficienza di abitazioni ed esercizi commerciali, nonché la creazione di un “Clean Energy and Sustainability Accelerator” (acceleratore di energia pulita e sostenibilità) da 27 miliardi di dollari per mobilitare gli investimenti privati. È presente anche una proposta per i progetti di rinnovamento energetico degli edifici pubblici. I principali beneficiari degli sforzi per rendere più ecocompatibile il patrimonio edilizio statunitense sono le società di riscaldamento, ventilazione e condizionamento dell’aria, le quali giocheranno un ruolo chiave nelle ristrutturazioni, riducendo significativamente il consumo di elettricità e sostituendo i refrigeranti nocivi.Allo stato attuale, il piano di Biden rappresenta un netto cambiamento rispetto alle politiche dell’amministrazione precedente e, se attuato, dovrebbe accelerare l’ecologizzazione dell’energia, dei trasporti e degli edifici statunitensi, e questo nonostante l’assenza di alcuni impegni presi in campagna elettorale, come i piani concreti sull’idrogeno verde e i dettagli sulle modalità di decarbonizzazione dell’agricoltura. La sua implementazione però è tutta da vedere. Ora tocca al Congresso trasformare il piano in legge ed è altamente probabile che alcune delle disposizioni non vengano approvate o siano modificate.

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Cambiamento climatico e costi alle imprese italiane

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 aprile 2021

Il cambiamento climatico costa al sistema economico, e non poco: esaminando dieci anni (2009-2018), un grado in più di temperatura ha determinato una riduzione media di fatturato e redditività per le imprese italiane pari rispettivamente a -5,8% e -3,4%. Se poi si considerano le variazioni effettive del clima nelle varie aree geografiche, nel solo 2018 – anno particolarmente caldo – il nostro tessuto imprenditoriale ha registrato mancati ricavi per 133 miliardi di euro, con le maggiori perdite percentuali al Nord Est e al Centro. È quanto emerge dal primo anno di attività dell’Osservatorio Climate Finance della School of Management del Politecnico di Milano, che oggi alle 15 presenterà i principali risultati in un convegno online dove interverranno istituzioni, imprese, investitori e associazioni di categoria. Perché il surriscaldamento globale, causa sempre più frequente di eventi meteorologici estremi, è ormai a pieno titolo un tema economico. “Abbiamo sviluppato un database che incrocia le informazioni economico/finanziarie su 1.154.000 imprese in Italia tra il 2009 e il 2018 (22 milioni in Europa) con i dati metereologici di temperatura, piovosità, irraggiamento solare dal 1950 – spiega Vicenzo Butticè, vicedirettore dell’Osservatorio – per trovare evidenze empiriche solide sul rapporto che lega clima e sistema economico”. Ne sono derivate metriche affidabili per supportare gli enti regolatori, le istituzioni finanziarie e le realtà produttive nell’analisi economico/finanziaria del cambiamento climatico. L’Osservatorio ha infatti calcolato i danni reali, non ipotetici, dovuti all’aumento della temperatura di 1 grado centigrado in Italia: le piccole imprese sono quelle che più hanno perso in redditività (-4%, a fronte del -5,3% di fatturato), mentre le grandi realtà, potendo meglio agire sui costi e sui processi, nonostante una diminuzione di ricavi e di domanda pari quasi al triplo (-14,6%), hanno contenuto la perdita di marginalità a -3,6%. L’importanza della quantificazione dei rischi, specialmente nel settore finanziario, è dimostrata dall’intensa attività svolta dagli enti regolatori europei: tra la fine del 2020 e i primi mesi del 2021 le autorità di controllo del mercato (ESMA), del settore bancario (EBA) e del settore assicurativo (EIOPA) hanno pubblicato una serie di documenti volti a identificare gli strumenti e le metriche per quantificare l’esposizione climatica delle attività in portafoglio. Estremamente rilevante per la gestione del rischio climatico è poi l’azione della BCE, che a marzo ha reso noti i primi risultati di un’analisi condotta su circa 4 milioni di imprese e 2.000 banche per identificare l’esposizione del sistema finanziario fino ai prossimi 30 anni. I dati mostrano come i costi per adottare ora strategie di adattamento e mitigazione siano di gran lunga inferiori a quelli che si rischia di dover pagare in futuro: secondo la BCE, la probabilità di default delle banche sarà tanto più elevata quanto minori saranno le azioni intraprese dal sistema economico per modificare la traiettoria di incremento della temperatura.

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La gestione del rischio legato al cambiamento climatico: considerazioni e ostacoli

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 aprile 2021

A cura di Chris Wagstaff, Responsabile pensioni ed educazione all’investimento di Columbia Threadneedle Investments. Cosa devono chiedersi i proprietari di attivi prima di adottare una politica efficace di gestione del rischio legato al cambiamento climatico? Quali sono gli ostacoli da superare in fase di attuazione? Il cambiamento climatico è un rischio sistemico globale che riveste un ruolo sempre più importante ai fini della gestione del rischio. Ma nel formulare e quindi adottare una politica di gestione del rischio legato al cambiamento climatico, i proprietari di attivi devono porsi alcune domande chiave e considerare una serie di aspetti fondamentali. Tra questi figurano: Capire a che punto del processo di costruzione del portafoglio vanno inglobate le considerazioni sulla gestione del rischio legato al cambiamento climatico e se queste debbano costituire input primari o secondari. In molti casi, la gestione del rischio legato al cambiamento climatico è parte integrante della selezione dei gestori ma probabilmente secondaria rispetto a fattori quali il tasso di rendimento richiesto, i parametri di rischio, la diversificazione e la liquidità nel determinare l’asset allocation strategica, che possono incidere in maniera significativa sul profilo di rischio/rendimento, sulla diversificazione e sulle caratteristiche di liquidità del portafoglio.Se allineare o meno i portafogli agli obiettivi dell’Accordo di Parigi,come hanno cominciato a fare molti titolari di attivi, anche in vista di una probabile evoluzione in tale direzione del quadro normativo. Non si tratta di un compito facile in quanto non esiste un unico approccio riconosciuto per misurare e valutare l’allineamento delle temperature e, di fatto, la stessa intensità di carbonio di un portafoglio. Per non parlare dei percorsi di transizione delle posizioni di un portafoglio avendo a disposizione dati per lo più circoscritti ad azioni, obbligazioni societarie e titoli di Stato. Fortunatamente, la pubblicazione della Paris Aligned Investment Initiative dell’IIGCC aiuterà i gestori patrimoniali e i proprietari di attivi ad adottare politiche d’investimento in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. L’Accordo di Parigi fissa un obiettivo di lunghissimo termine a cui ambire, ma i proprietari di attivi guarderanno inevitabilmente al proprio gruppo dei pari per un primo confronto di base e per monitorare in corso d’opera i parametri climatici prescelti. Perché tale raffronto funzioni, tutte le parti in gioco dovranno aumentare il livello di trasparenza e fissare traguardi intermedi realistici.Tenendo presente quanto sopra, i proprietari di attivi (coadiuvati dai loro consulenti d’investimento e gestori patrimoniali) devono aggirare tre grandi ostacoli per valutare l’esposizione al carbonio e alle emissioni di gas serra dei loro portafogli. Si tratta di: scarsità di analisi dei dati di qualità sulle emissioni di gas serra di Ambito 1, 2 e, soprattutto, 3; disomogeneità dei dati ESG (ambientali, sociali e di governance), nell’ambito dei quali il rischio climatico è un fattore di rischio chiave della componente “E”; infine le informative carenti delle aziende sulle emissioni di gas serra. L’ultimo punto compromette fortemente l’accuratezza sia dei dati ESG che di quelli sulle emissioni di gas serra compilati dai fornitori di dati e quindi analizzati dai gestori patrimoniali. Misurare le emissioni non è una scienza esatta. In particolare, le emissioni Scope 3 hanno una definizione vaga, sono per lo più stimate e soggette al rischio del doppio conteggio, inoltre il modo in cui i fornitori di dati raccolgono le informazioni varia enormemente in quanto ognuno utilizza metodologie diverse e adotta una visione differente dello stesso fattore. Malgrado queste limitazioni, gli investitori stanno utilizzando i dati a disposizione (principalmente di Ambito 1 e 2 ma anche di Ambito 3, spesso dopo aver apportato qualche correzione discrezionale) per decidere quali sono le società che si stanno impegnando per potenziare le proprie credenziali di sostenibilità e usare questi dati per monitorarne i progressi nel corso del tempo.Adottando idealmente target basati sulla scienza e allineati agli obiettivi di Parigi, i gestori e i proprietari di attivi potranno sostenere in maniera più efficiente i “vincitori”, ossia le imprese dotate delle tecnologie e dei vantaggi competitivi atti a prosperare grazie alla transizione verso un mondo a basse emissioni di carbonio. Potranno inoltre utilizzare queste informazioni per prendere decisioni informate sull’esclusione o l’allontanamento del portafoglio da determinati settori o titoli.Le esposizioni del portafoglio a questi rischi vengono tipicamente riportati sotto forma di impronta di carbonio. La TCFD raccomanda ai proprietari di attivi di comunicare l’intensità di carbonio media ponderata dei loro portafogli (per ogni titolo in portafoglio) sulla base delle emissioni di Ambito 1 e 2 (quelle che esulano dal controllo dell’organizzazione) ed espresse in tonnellate di CO2 equivalenti (tonnellate di emissioni di CO2)/fatturato in milioni di USD). Tuttavia, nei rapporti preparati per i titolari di attivi, e in particolare per i portafogli azionari, molti gestori forniscono parametri supplementari, come le emissioni di carbonio (tonnellate di emissioni di CO2/milioni di USD investiti) e le emissioni di carbonio totali (tonnellate di emissioni di CO2).Parimenti, l’analisi del rischio fisico può essere condotta da diverse angolature. Per esempio, se gli attivi di un portafoglio sono “geolocalizzabili”, è possibile misurare l’esposizione al rischio fisico associato al cambiamento climatico usando direttamente gli strumenti di modellizzazione del rischio catastrofale, analizzando i rischi fisici del portafoglio dovuti a pericoli come inondazioni, terremoti e incendi. Ciò, a sua volta, può far scattare analisi più dettagliate su come gestire o assicurare tale esposizione al rischio. Ad integrazione di questa analisi del rischio – benché si tratti di un’area ancora sperimentale, e fermi restando i tre limiti appena discussi – i gestori e i proprietari di attivi stanno cercando di potenziare la gestione del rischio legato al cambiamento climatico sviluppando indicatori basati sul Value-at-Risk (VaR) delle esposizioni climatiche del portafoglio al fine di stimare le perdite potenziali in un dato scenario climatico. (abstract da http://www.columbiathreadneedle.it)

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Direttore di Caritas Filippine: “Tifoni frutto del cambiamento climatico”

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 dicembre 2020

Il direttore di Caritas Filippine (NASSA) padre Tony Labiao sottolinea l’urgente necessità di una risposta globale per affrontare le cause alla radice del cambiamento climatico e prevenire le calamità naturali sempre più potenti che ogni anno si abbattono sul Paese asiatico.Ad un mese dai quattro tifoni che hanno colpito le Filippine e in occasione dell’anniversario dell’accordo sul clima di Parigi del 12 dicembre 2015, padre Tony Labiao dichiara a Caritas Internationalis: «Dobbiamo andare oltre la risposta alle emergenze. È necessario prevenire le cause del cambiamento climatico. Ma non possiamo farlo da soli nelle Filippine, abbiamo bisogno dell’aiuto della comunità globale. È solo lavorando insieme che possiamo assicurarci che le generazioni future saranno al sicuro».Alla fine di ottobre il tifone Goni, il più potente tifone ad aver colpito le Filippine negli ultimi vent’anni, ha costretto oltre 350.000 filippini a lasciare le loro case e ha avuto effetti su circa cinque milioni di persone. A Catanduanes, l’isola dove si è abbattuto, oltre il 90% delle infrastrutture è andato distrutto.Nei dodici giorni successivi al tifone Goni, le Filippine sono state colpite dalle tempeste tropicali Atsani ed Etau e dal tifone Vamco, che hanno interessato oltre 4 milioni di persone.«Dobbiamo affrontare le vere cause di queste calamità: il cambiamento climatico, il degrado delle nostre montagne, il disboscamento illegale, l’estrazione di legname e le pratiche agricole non sostenibili», afferma padre Labiao. «Non è solo responsabilità del governo, ma della Chiesa e di tutti».Caritas Filippine ha adottato un approccio multidimensionale per tutelare le comunità rispetto a eventi climatici sempre più aggressivi. Tale approccio comprende il sostegno a diverse modalità di estrazione mineraria e il contrasto al disboscamento illegale, fattori essenziali per ridurre l’impatto delle condizioni climatiche estreme sul Paese.«Tutti questi problemi sono interconnessi», dichiara padre Labiao. «Dobbiamo far sentire la nostra voce più forte per far capire alla gente come le nostre azioni hanno un impatto sull’ambiente e sui poveri».Caritas Filippine lavora con le comunità prima del verificarsi di eventuali calamità naturali, attraverso programmi di preparazione alle emergenze che includono sistemi di allarme rapido e assicurano che le comunità reagiscano rapidamente e in modo coordinato in caso di disastri.A seguito dei recenti eventi climatici, le squadre Caritas sul campo hanno fornito assistenza a oltre 76.000 persone, distribuendo aiuti alimentari, kit igienici, lampade solari, utensili per cucinare, sacchi a pelo e acqua potabile.A lungo termine la Caritas costruirà rifugi permanenti, offrirà sostegno per il sostentamento e attività di sviluppo delle capacità.

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COVID-19 e cambiamento climatico

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 dicembre 2020

Per combattere il cambiamento climatico, il mondo deve imparare dalla pandemia di COVID-19 e agire con urgenza, pena conseguenze letali e di vasta portata per le persone costrette a fuggire dalle loro case, ha detto oggi Gillian Triggs, Assistente Alto Commissario per la Protezione dell’UNHCR.In una discussione moderata dalla corrispondente di Al Jazeera India Elizabeth Puranam, Triggs era in compagnia di persone costrette alla fuga, ONG, accademici e rappresentanti dei governi per discutere gli effetti del cambiamento climatico sulle persone più vulnerabili del mondo, compresi coloro che sono stati costretti ad abbandonare la propria casa o sono apolidi.Tracciando delle analogie con la pandemia di COVID-19, i partecipanti hanno affermato che il mondo deve proteggere i più vulnerabili, ma anche coinvolgerli nella ricerca di soluzioni.”Se vogliamo risolvere il problema del cambiamento climatico, dobbiamo mettere al centro i più vulnerabili”, ha detto Hindou Oumarou Ibrahim, un attivista del Ciad che sostiene la giustizia ambientale e i diritti dei popoli indigeni. Il Ciad e altri paesi del Sahel sono colpiti da una delle crisi di migrazioni forzate in più rapida crescita e sono esposti in modo sproporzionato agli effetti negativi del cambiamento climatico e dei disastri ambientali, come il cambiamento dell’andamento delle precipitazioni che contribuiscono alle inondazioni e alla siccità.I più vulnerabili del mondo subiscono alcuni dei peggiori effetti del cambiamento climatico. L’aumento delle temperature può incrementare l’insicurezza alimentare, dell’acqua e della terra, e allo stesso tempo danneggiare i servizi necessari per la salute, il sostentamento, la stabilita’ e la sopravvivenza. Invariabilmente, tra i più colpiti ci sono gli anziani, le donne, i bambini, i disabili e le popolazioni indigene.L’ultimo decennio è stato il più caldo mai registrato. Nel 2019, quasi 2.000 disastri, la maggior parte dei quali dovuti alle condizioni meteorologiche, hanno costretto 25 milioni di persone ad abbandonare la propria casa.Il cambiamento climatico ha continuato ad accelerare mentre il mondo combatte la pandemia di COVID-19.L’UNHCR ha nominato un Consulente Speciale sull’Azione per il Clima per guidare e definire la risposta volta a migliorare la resilienza delle persone costrette a fuggire dai rischi climatici e rafforzare la preparazione e la resilienza in situazioni di disastro. Istituito nel 2007, il Dialogo dell’Alto Commissario permette lo scambio di opinioni tra rifugiati, governi, società civile, settore privato, accademici e organizzazioni internazionali sulle sfide emergenti in materia di protezione umanitaria. Le cinque sessioni digitali di quest’anno si concentrano sull’impatto del COVID-19 sulle persone costrette a fuggire e sugli apolidi.

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“Il cambiamento climatico: effetti sulla salute, sulla scienza e sull’agricoltura”

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 novembre 2020

Torino Il primo dicembre alle ore 17.30 l’Accademia di Medicina di Torino in collaborazione con l’Accademia delle Scienze e l’Accademia dell’Agricoltura organizza una seduta scientifica dal titolo “Il cambiamento climatico: effetti sulla salute, sulla scienza e sull’agricoltura”. Intervengono Paolo Vineis, professore ordinario di Epidemiologia Ambientale presso l’Imperial College di Londra e responsabile dell’Unità di Epidemiologia Molecolare ed Esposomica presso l’Italian Institute for Genomic Medicine (Iigm) di Torino, Elisa Palazzi, ricercatrice dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (Isac) presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) e docente di Fisica del clima all’Università di Torino e Andrea Schubert, docente del dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali ed Alimentari, sempre dell’Università di Torino. Paolo Vineis è autore del libro “Salute senza confini. Le epidemie della globalizzazione” (Codice 2020).In ottemperanza alle disposizioni del DPCM relative alle misure di contenimento della pandemia, si potrà seguire l’incontro solo collegandosi al sito http://www.accademiadimedicina.unito.it.

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Bill Gates: Come evitare il disastro climatico

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 ottobre 2020

Collana i Fari Oceani, pp. 384, 20 euro. In libreria da metà febbraio 2021. “Per prevenire i peggiori effetti dei cambiamenti climatici, dobbiamo arrivare a zero emissioni di gas serra. Questo problema è urgente e il dibattito è complesso, ma credo che possiamo unirci per inventare nuove tecnologie, implementare quelle che abbiamo ed evitare una catastrofe.” Bill Gates. “Difficilmente un libro potrebbe essere più attuale e urgente, essendo oramai chiaro che anche la pandemia che ci allarma dipende in gran parte dal nostro rapporto con il pianeta Terra e dai cambiamenti climatici. Il libro, ne sono certa, sarà un contributo inevitabile alla discussione su questo tema che verrà percepito in modo radicalmente nuovo.” Elisabetta Sgarbi, Publisher La nave di Teseo. “Bill Gates è sempre stato un risolutore di problemi e ora sta affrontando il problema più grande del mondo: i cambiamenti climatici. Il libro non solo rende chiara la situazione in cui ci troviamo, ma è prescrittivo piuttosto che tendenzioso: ci sono, assicura, potenziali soluzioni realistiche e convenienti.” Robert Gottlieb, Editor Bill Gates è un tecnologo, un dirigente d’azienda e un filantropo. Cresciuto a Seattle, Washington, con una famiglia straordinaria e solidale che ha incoraggiato il suo interesse per i computer in tenera età, ha lasciato il college per avviare Microsoft con il suo amico d’infanzia Paul Allen. A capo di Microsoft è diventato una delle personalità più influenti ed è oggi il terzo uomo più ricco del mondo. Nel 1994 ha sposato Melinda French, con cui dirige attualmente la fondazione di beneficenza che porta i loro nomi.

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