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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 126

Il microbiota intestinale può frenare la cancerogenesi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 febbraio 2020

Secondo uno studio coordinato da Humanitas, con il sostegno di Fondazione Airc, all’interno del microbiota intestinale sono presenti alcuni ceppi batterici che potenzialmente in grado di frenare lo sviluppo dei tumori intestinali. «Analizzando il microbiota di pazienti in uno stadio precoce di sviluppo del tumore intestinale, il cosiddetto adenoma, abbiamo osservato l’assenza di una famiglia di batteri chiamati Erysipelotrichaceae, vista anche nel modello preclinico» spiega in un comunicato stampa Maria Rescigno, Principal Investigator del Laboratorio di Immunologia delle mucose e Microbiota di Humanitas e docente di Humanitas University, autrice senior del lavoro pubblicato su Nature Microbiology.
«Isolando questi batteri, abbiamo riscontrato delle proprietà antitumorali capaci di bloccare il proliferare incontrollato delle cellule, cosa che invece accade nel caso di una loro mancanza» aggiunge.
I ricercatori hanno dimostrato che i cambiamenti nella composizione del microbiota e del muco avvengono in concomitanza con la cancerogenesi. Hanno quindi identificato due ceppi anticancerogenici del microbiota, ovvero Faecalibaculum rodentium e il suo omologo umano, Holdemanella biformis, che sono fortemente sottorappresentati durante la cancerogenesi. Viene ormai considerato un dato di fatto che il microbiota intestinale abbia un ruolo attivo nello sviluppo del tumore del colon-retto, ma nessuno aveva finora dimostrato un effettivo ruolo protettivo di alcuni batteri. In questo caso gli esperti sono riusciti nell’intento, aprendo la via a possibili impieghi nella diagnosi precoce in pazienti a rischio dello sviluppo del cancro. «Il fatto che il microbiota rilevato nelle feci non presenti questa famiglia di batteri è estremamente importante ai fini della diagnosi precoce della malattia nei pazienti con adenoma avanzato. Inoltre, proprio per questi pazienti si potrebbe pensare di ridurre il rischio restituendo il batterio sotto forma di probiotico» conclude Rescigno. (fonte: Dctor33)

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