Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

Opinion mensile sull’asset allocation

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 settembre 2019

A cura di Adrien Pichoud, Chief Economist Portfolio Manager. Come spesso accade, agosto non è stato un mese tranquillo sui mercati finanziari come avrebbe potuto credere chi è andato in vacanza. Dopo due mesi in cui il dolce nettare dei previsti tagli dei tassi ha alimentato i mercati azionari e obbligazionari, è bastato un tweet per riportare gli investitori alla dura realtà: le tensioni commerciali e le incertezze riguardanti la crescita economica permangono e con loro i potenziali rischi di ribasso incombenti sul sentiment e sull’attività economica. In questo contesto è importante distinguere tra sviluppi potenziali e reali. Obiettivamente l’attuale situazione è quella di un continuo rallentamento della crescita economica causato dall’indebolimento della dinamica ciclica, da un’attività industriale che perde vigore e dalle incertezze riguardanti le condizioni commerciali e geopolitiche mondiali (dazi USA e Brexit, solo per citarne alcune). Finora però, la crescita economica resta sostenuta da un’attività resiliente nel settore dei servizi e dei consumi delle famiglie, con una disoccupazione bassa o in calo, condizioni di finanziamento accomodanti e la risalita dei prezzi delle abitazioni. Per il futuro, è evidente che il rischio di un trend ribassista dell’attività industriale e della fiducia delle imprese potrà
avere ripercussioni sul settore dei servizi e sulla fiducia dei consumatori. Più questa tendenza al ribasso continua e maggiori saranno le possibilità che la conseguente ricaduta possa provocare il temuto scenario di recessione mondiale. Non ci sono tuttavia prove che questo scenario stia già prendendo forma. Pertanto presumere la concretizzazione di tale scenario negativo sarebbe altrettanto imprudente come supporre che le cose finalmente miglioreranno.
Lo scenario macroeconomico mondiale ha mostrato tendenze simili dall’inizio dell’anno, con il dualismo tra la permanente debolezza dell’attività industriale ciclica e la resilienza dell’attività interna trainata dai servizi. Poiché quest’ultima incide di più sul PIL della prima, è per ora sufficiente a mantenere la crescita del PIL in territorio positivo nel mondo sviluppato, ad eccezione della Germania che registra una contrazione nel secondo trimestre.
In altre parole, la divergenza tra l’attività industriale e dei servizi non può ampliarsi all’infinito e, a seconda di quale settore interrompe il trend, le crescenti preoccupazioni sulle prospettive macroeconomiche mondiali potrebbero rivelarsi sbagliate o essere confermate. In entrambi gli scenari potrebbe essere dato per scontato che le banche centrali diventeranno sempre più accomodanti, quantomeno a causa del basso livello di inflazione e delle pressioni inflazionistiche. La maggior parte dell’economia mondiale continua a decelerare in seguito alla stessa combinazione di fattori negativi dei mesi precedenti: rallentamento del commercio e degli investimenti a livello mondiale per effetto dei dazi statunitensi e cinesi, incertezze commerciali globali e incertezze legate alla Brexit in Europa. Per ora non ci sono prove che il rallentamento si sia affievolito o abbia addirittura registrato un’inversione di tendenza. L’inflazione resta bassa e sostanzialmente inferiore ai target delle banche centrali nelle economie sviluppate ed emergenti. Tuttavia, negli Stati Uniti e in Europa si registrano segnali del raggiungimento di un punto di minimo, dovuti principalmente a fattori tecnici. Ciò significa tuttavia che il trend deflazionistico del primo semestre dell’anno potrebbe essere sul punto di invertirsi gradualmente.Dopo il netto e ben pubblicizzato cambiamento di orientamento da parte delle banche centrali che hanno annunciato un imminente allentamento monetario, è ora di raccogliere i risultati. La Federal Reserve ha già tagliato i tassi di interesse ufficiali a luglio ma continuerà probabilmente a faro a settembre. L’economia statunitense continua a mostrare indicatori economici contrastanti, leggermente più deboli ma senza una contrazione dell’attività industriale e con un’attività del settore dei servizi e i consumi delle famiglie che restano abbastanza solidi, grazie al basso livello di disoccupazione e a condizioni di finanziamento agevolate. In questo contesto, i timori di recessione o il previsto allentamento monetario da parte della Fed sono basati sulle preoccupazioni che un rallentamento globale e i dazi doganali possano penalizzare in modo significativo l’attività in futuro.
Per quanto riguarda la Svizzera, questa combinazione di rallentamento dell’attività industriale nell’eurozona e di probabili tagli dei tassi da parte della BCE rappresenta un mix macroeconomico molto negativo. Penalizza fortemente una parte importante dell’economia, a causa del calo della domanda di esportazioni svizzere e dell’impatto negativo di un franco svizzero più forte rispetto all’euro. La Banca nazionale svizzera ha a disposizione opportunità limitate di controbilanciare queste dinamiche. Allo stesso modo la Banca del Giappone ha poche opzioni di contrastare il ribasso della dinamica inflazionistica del paese sostenuta dall’apprezzamento dello yen. Il rallentamento della crescita mondiale nonché le incertezze a livello commerciale e di dazi penalizzano gradualmente le economie emergenti nonostante una domanda interna relativamente resiliente. L’Europa dell’Est risente dell’impatto del rallentamento dell’attività industriale in Germania, il Sud-Est asiatico è direttamente esposto alle ripercussioni delle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, proprio come le tensioni tra Giappone e Corea del Sud non fanno altro che aggravare l’instabilità commerciale.
Abbiamo lasciato invariato a “lieve avversione” il posizionamento sul rischio orientando però la struttura dei portafogli verso mercati e attivi più difensivi, senza alterare l’equilibrio complessivo del portafoglio. Abbiamo innalzato il giudizio sul mercato azionario giapponese e svizzero (con esposizione valutaria aperta) a “lieve preferenza”. Abbiamo mantenuto generalmente invariata a “lieve avversione” l’esposizione alle azioni dell’eurozona ma sottolineiamo l’elevato livello di cautela e una netta avversione alle azioni tedesche a causa delle preoccupanti dinamiche macroeconomiche del paese e dell’orientamento settoriale nei confronti del settore automobilistico. Abbiamo, da una parte, ridotto di un livello la nostra preferenza per le obbligazioni dei mercati emergenti in valuta forte e in valuta locale, portandola rispettivamente a “lieve avversione” e ad “avversione”, alla luce delle crescenti incertezze nelle prospettive di crescita globale, delle potenziali onde d’urto provenienti da Argentina e Hong Kong e di alcuni possibili rischi di ribasso dei tassi di cambio per il debito in valuta locale. Dall’altra abbiamo innalzato a “lieve preferenza” il giudizio sui titoli di Stato nominali in quanto siamo disposti a mantenere una certa esposizione ai titoli di alta qualità allo scopo di bilanciare i portafogli. Non abbiamo apportato modifiche ai giudizi sulle obbligazioni investment grade e high yield, rimasti rispettivamente a “lieve avversione” e “avversione”, dopo averli già declassati un mese fa.
Per finire abbiamo ridotto a “lieve avversione” l’orientamento nei confronti del debito russo in valuta locale.
Continuiamo a preferire il dollaro statunitense all’euro, malgrado le valutazioni più elevate del biglietto verde, poiché offre previsioni di crescita più rosee e un differenziale di rendimento ancora positivo. Manteniamo infine una “lieve propensione” per l’oro, data la sua caratteristica di diversificazione in un contesto di avversione al rischio. (in abstract)

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