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Quotidiano di informazione – Anno 34 n° 25

La Cina persegue l’autosufficienza in un contesto di rallentamento della crescita

Posted by fidest press agency su venerdì, 3 dicembre 2021

a cura di Paul Smillie, Analista del credito senior, Lin Jing Leong, Analista senior del debito sovrano, Asia emergente e Justin Ong, Analista di ricerca senior, Debito societario Asia di Columbia Threadneedle Investments. La decisione presa da Pechino in luglio di consentire alle società di servizi di doposcuola di svolgere aspetti fondamentali della loro attività solo su base non profit potrebbe essere sembrata alquanto bizzarra agli investitori occidentali. La misura, tuttavia, non era mirata soltanto ad alleggerire il crescente onere dell’istruzione per le famiglie nell’ambito del programma di “prosperità comune”. Ciò che molti non hanno capito è che il provvedimento puntava anche a rafforzare il potere di spesa delle classi medie in modo che potessero comprare più prodotti cinesi e ridurre la dipendenza dell’economia dalle esportazioni.Nel 2021 la Cina ci ha riservato molte sorprese. Non da ultimo, la sua espansione ha subito una decelerazione superiore al previsto. A causa delle riforme politiche, della stretta creditizia e dei blackout, la crescita del PIL dovrebbe a nostro avviso chiudere l’anno al 7,5-8%, per poi rallentare ulteriormente e portarsi a meno del 5% nel primo semestre 2022. Altrettanto sorprendenti, tuttavia, sono state le riforme politiche.Pechino ha approfittato dell’elevato tasso di crescita all’inizio del 2021 per mettere ordine nell’economia, il che è lodevole. In prospettiva, le autorità cinesi sono chiamate a perseguire un delicato equilibrio economico: mantenere la disoccupazione al di sotto del livello critico del 5,5%, proseguendo al contempo la stretta creditizia nei settori altamente indebitati come l’immobiliare, le amministrazioni locali e le imprese statali. Nel frattempo, Pechino sta cercando di stimolare i consumi interni e di ridurre la dipendenza dal mondo esterno – in termini sia di esportazioni che di investimenti esteri – in un periodo di continue tensioni commerciali con gli Stati Uniti. Le piccole e medie banche cinesi, che nel 2020 hanno dato il principale contributo all’espansione del credito per contrastare la pandemia, sono le più esposte al settore immobiliare. Mentre le cinque maggiori banche sono adeguatamente patrimonializzate e sono cresciute in modo ordinato, a giudicare dagli standard occidentali circa la metà degli istituti di minori dimensioni è tecnicamente insolvente. A partire dalla crisi finanziaria globale l’attivo delle “Big Five” è passato dal 110% al 135% del PIL, mentre quello delle banche più piccole è schizzato dal 90% al 190%. Ciononostante, la Cina è consapevole del problema e possiede le risorse per risolverlo. Una crisi finanziaria sembra improbabile, data l’assenza di un evidente canale di contagio verso i mercati finanziari globali: le banche cinesi si finanziano a livello nazionale e la People’s Bank of China (PBoC) dispone di un potente arsenale di strumenti da impiegare in caso di problemi di finanziamento. Malgrado la presenza di potenziali catalizzatori interni ed esterni in grado di innescare un congelamento dei finanziamenti, nessuno di essi potrebbe materializzarsi senza una perdita di fiducia nel sistema, che sembra improbabile.Tuttavia, malgrado le sorprese normative del 2021 e il rallentamento della crescita economica, rimangono opportunità per investire nell’ampio universo azionario cinese. Nonostante gli ostacoli normativi associati all’e-commerce, alla prosperità comune e ai servizi di doposcuola, in molte altre aree le politiche di Pechino sono incoraggianti. Tra queste figurano la produzione manifatturiera ad alto valore aggiunto e l’energia verde, ad esempio nel settore dei veicoli elettrici. Gli obiettivi strategici emersi dal 2021, anziché agire da freno, daranno un forte impulso a questi settori. (Abstract http://www.columbiathreadneedle.it)

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