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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 321

Posts Tagged ‘disastro’

Scuola: E’ l’anno del disastro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 18 settembre 2019

Il 65% dei posti in ruolo non viene assegnato (quasi 32 mila cattedre su poco più di 53 mila). Negli ultimi quattro anni lo Stato non ha trovato circa un insegnante su due da immettere in ruolo (quasi mila su circa 188 mila assunzioni autorizzate) nonostante un esercito di 500 mila tra abilitati e aspiranti docenti disseminati tra le tele delle graduatorie. E sarà record di supplenze: più di 211 mila, quasi il doppio rispetto a quattro anni fa, nonostante concorsi ordinari e straordinari. Pacifico (Anief): si riaprano subito annualmente le ex graduatorie permanenti e si assuma anche da graduatorie di istituto provinciali con prove suppletive per i laureati esclusi dall’ultimo concorso a cattedre e si facciano assunzioni di idonei e vincitori su scala nazionale, con la salvaguardia dei ruoli già assegnati.
Sulle assunzioni mancate i conti “parlano” chiaro. Nel 2016/17 sono andate perse 14 mila immissioni in ruolo: appena 9.300 effettuate, a fronte delle 25.300 autorizzate dal Mef. L’anno successivo, il dicastero dell’Economia dette il via libera a 51.770 assunzioni, ma se ne concretizzarono appena 31.270, con una mancata copertura di 20.500 posti. Lo scorso anno la situazione è precipitata: dinanzi a 57.320 richieste di immissioni in ruolo, solo 28.120 sono state portate a termine, con 29.200 cattedre finite a supplenza.
È evidente che da quando sono state chiuse le ex graduatorie ad esaurimento nel 2012 al personale docente che è stato abilitato dallo Stato e da quando queste sono state chiuse per diversi anni anche per il personale ivi inserito, il fine di eliminare il precariato ha acuito al contrario il problema della supplentite. Perché quando le ex graduatorie permanenti si aggiornavano ogni anno al personale abilitato, con il doppio canale di reclutamento, nonostante il blocco decennale dei concorsi, si garantiva la copertura totale delle immissioni in ruolo e delle supplenze entro il 31 agosto. Con la chiusura definitiva delle Gae, invece, oggi abbiamo pochi docenti da nominare in ruolo o come supplenti, la maggior parte è inserita con riserva prossima alla cancellazione, dopo il cambio di orientamento del tribunale amministrativo. Quindi, cattedre deserte nonostante due concorsi ordinari e due straordinari e nomine del doppio dei supplenti dalle graduatorie di istituto che vent’anni fa erano utilizzati soltanto per le supplenze brevi e saltuarie e oggi sono chiamati a coprire più di 210 mila supplenze.Ma le graduatorie di istituto non sono utilizzabili per il ruolo né utili per le supplenze, perché non sono provinciali ma segnate dalle scelte fortuite dei candidati (da dieci a venti scuole). Pertanto i presidi sono costretti a riesumare le domande di ;essa a disposizione, persino quelle presentate dai giovani studenti universitari.
Risultato: in quattro anni abbiamo avuto coperte la metà delle immissioni in ruolo autorizzate e il doppio delle supplenze assegnate, in un Paese che ha 500 mila aspiranti docenti, tra quelli nelle graduatorie di merito ordinarie e straordinarie, nelle graduatorie ad esaurimento, nelle graduatorie di istituto e fuori graduatoria tra docenti abilitati, diplomati, laureati, studenti universitari. Un paradosso tutto italiano che mina la continuità didattica.

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Rifiuti. Pelonzi (PD): “ Municipio VII scopre disastro Raggi, chiedano dimissioni Giunta”

Posted by fidest press agency su domenica, 16 dicembre 2018

“Ora anche i grillini del VII municipio si accorgono che la città è sporca, la raccolta e lo smaltimento delle immondizie non funziona, il ciclo dei rifiuti è ben lontano dall’essere chiuso e l’emergenza, con l’incendio del TMB salario, è sempre più alle porte. La presidente Monica Lezzi, che solo oggi accorge del disastro, anziché attaccare AMA dovrebbe avere il coraggio di chiedere le dimissioni della sua giunta responsabile della grave crisi che da oltre 2 anni vive la Capitale. Ignorare l’assurda ed irresponsabile politica sui rifiuti della giunta Raggi significa esserne complice. In due anni e mezzo i ‘cinque stelle’ sono stati bravi solo a moltiplicare i cambi al vertice della Partecipata. La raccolta differenziata non cresce, sugli impianti non c’è neanche la progettazione e i cassonetti con i cortili dei condomini sono stracolmi di spazzature. Per giunta anche i governatori delle altre regioni, rimproverati dal M5S di essere favorevoli ai termovalorizzatori, sono restii a prestare soccorso a Roma dopo l’incendio del TMB Salario. L’importante però, sia per Lezzi come per Raggi e finanche a Di Maio è trovare un ‘capro espiatorio’ da esibire al pubblico ludibrio che in questo caso AMA, i suoi dipendenti e il Dipartimento Ambiente del Campidoglio. È il tentativo non dichiarato di affossare la società e privatizzare il servizio? Siamo chiaramente all’ennesima spudorata bugia per nascondere le vere responsabilità di quanto sta accadendo. Si vogliono coprire le incapacità e le inadeguatezze di una amministrazione che ha portato la Capitale al disastro, come certificato ampiamente anche dall’Authority dei servizi pubblici locali.” Così in una nota il capogruppo del PD capitolino Giulio Pelonzi.

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55° anniversario disastro del Vajont

Posted by fidest press agency su martedì, 9 ottobre 2018

Erano le 22.39 del 9 ottobre del 1963 quando 263 milioni di metri cubi di roccia si staccarono dal monte Toc precipitando nel bacino creato dalla diga del Vajont e sollevando un’ondata gigantesca, alta 260 metri, causando la morte di 1917 persone. “Il disastro del Vajont costituisce la fotografia di un Paese miope dal punto di vista della prevenzione e della valorizzazione delle professionalità. I geologi di allora furono inascoltati esattamente come oggi, a distanza di 55 anni, si continua a maltrattare il territorio e a sfidare le forze della natura con il cemento e la perfezione teorica, in accordo con l’approssimazione politica e l’arroganza di chi continua a non voler risolvere il problema alle sue origini”. Con queste parole Domenico Angelone, Tesoriere del Consiglio Nazionale dei Geologi, ricorda il disastro ambientale e umano più drammatico dal dopoguerra ad oggi, quando, per eccesso di superficialità nell’ignorare gli studi geologici, che dichiaratamente ritenevano la realizzazione della diga non realizzabile per le precarie condizioni morfologiche dei versanti, una frana immensa si riversò nell’invaso facendo tracimare milioni di metri cubi di acqua che, a valle fecero 1917 morti, cancellando per sempre paesi dalla carta geografica.
“Il Vajont ha segnato nella storia d’Italia un momento di svolta – prosegue Angelone – esattamente come accadde con il terremoto dell’Irpinia del 1980 quando, lo stesso Presidente Pertini evidenziò le gravissime carenze culturali, organizzative e programmatiche di un Paese che, in entrambe le vicende, si dovette vergognare di fronte alla popolazione mondiale. Una svolta che si è palesata timidamente con interventi normativi inadeguati e tardivi, seguendo più gli eventi dettati dallo scorrere del tempo, dal boom economico degli anni ’70 e ‘80, dal progresso scientifico e tecnologico, che dalla consapevolezza di dover partire dalla conoscenza del territorio e dalle sue criticità. Culturalmente siamo rimasti ancorati alle logiche del pre-Vajont – continua Angelone -, alle stesse logiche che tendono a rincorrere l’emergenza e ad apporre pezze ancora peggiori del buco che si vuole coprire. La mancanza di cultura geologica sia nelle istituzioni che nelle leggi che esse producono, costituisce il vero cancro del Paese, come testimoniano le ultime tragedie che hanno riguardato i recenti terremoti e le recentissime alluvioni, quando, come se non bastasse, si è palesata in maniera evidente la necessità di un approccio diverso al problema”.
Sull’argomento interviene il segretario del CNG ed ex presidente dell’Ordine dei geologi della Regione Calabria, Arcangelo Francesco Violo: “Nel nostro Paese si continua a morire per un’alluvione, come è successo la scorsa settimana a San Pietro Lametino, in Calabria. I recenti eventi alluvionali registrati in Calabria, che hanno causato ancora una volta vittime e danni ingenti – afferma Violo -, hanno rafforzato l’urgenza di avviare una svolta culturale in tema di prevenzione, basata sulla conoscenza degli scenari di rischio, sui sistemi moderni e tecnologicamente avanzati di monitoraggio e sulla necessità di una corretta pianificazione delle attività di manutenzione”.

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Il PD e la sinistra verso il disastro elettorale?

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 dicembre 2017

matteo renzipierluigi bersani.medium_300Referendum costituzionale: un boomerang. Post referendum e scissione: boomerang doppio. Elezioni in Sicilia: colpo da k.o. Commissione d’inchiesta sulle banche: altro tremendo boomerang. Nuova legge elettorale e prossime elezioni: altamente probabile che sia non solo l’ennesimo boomerang, ma quello definitivamente letale. È difficile assistere in politica ad una sequenza di momenti di procurato autolesionismo così ravvicinati e insistiti come quelli che la sinistra si è inflitta negli ultimi 18 mesi. Matteo Renzi e il Pd, in primis, ma anche i transfughi guidati da Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema non sono da meno, come pure Pietro Grasso, Giuliano Pisapia e altre figure e controfigure che animano (si fa per dire) la nebulosa che sta alla sinistra del Partito Democratico. Ma la cosa più grave è che si stanno fiondando a tutta velocità contro il muro e nessuno sembra avere un briciolo di consapevolezza del rischio che corrono, o se ce l’hanno non fanno nulla per evitarlo, cose se fossero impietriti di fronte all’approssimarsi dello schianto.
Prendete Renzi. Rilascia un’intervista che il Corriere della Sera (18 dicembre) titola: “Vero, il mio consenso è in calo”. Vediamo quel titolo e pensiamo: deve aver capito, forse è la volta buona. Anche perché Renzi aggiunge “È evidente che il mio consenso personale non è più quello del 2014”. Poi andiamo a leggere bene e ci cascano le braccia. Intanto l’analisi: “stiamo pagando il fatto che gli altri sono in campagna elettorale mentre noi dobbiamo sostenere la responsabilità del governo”. Capito? La colpa è del presidente della Repubblica che non ha ancora sciolto le Camere e mandato gli italiani al voto. E infatti il segretario del Pd aggiunge: “ovvio che fosse meglio votare a giugno o al massimo a settembre”. Per poi concludere parlando leziosamente in terza persona: “chi allora sosteneva questa tesi è stato accusato di irresponsabilità, ma non votando si è fatto un clamoroso assist a Berlusconi e d'alemaGrillo”. Quindi ripete sulla commissione presieduta da Pierferdinando Casini quello che aveva detto dopo la sconfitta sulla riforma costituzionale: “Non solo non mi sono pentito, ma lo rifarei domattina”. Così come ora insiste sulla ricandidatura di Maria Elena Boschi. Buonanotte. Come scrive saggiamente Emanuele Macaluso, la collegialità tra diversi in un partito, quella vera, non tra sodali e amici, fa da scudo a chi lo dirige, ma il segretario non conosce la dialettica reale, per lui nel Pd come fuori ci sono solo amici o nemici, e così è partito pensando di mettere sulla graticola il governatore della Banca d’Italia per farne strumento di campagna elettorale in modo da recuperare il consenso perduto, e invece arrosto ci è finito lui e la sua presunzione.
Ma se è definitivamente acclarato che contare sulla resipiscenza di Renzi è impossibile, così come è ormai assodato che il renzismo è un indigeribile impasto di protervia e dilettantismo, non minori responsabilità hanno gli altri leader democratici e della sinistra. A cominciare da Pierluigi Bersani. Anche lui specializzato nell’uso di quell’arma da getto tipica degli indigeni australiani che ha la proprietà di ritornare al punto di lancio quando non colpisce il bersaglio: il boomerang di elezioni vinte e perse nello stesso tempo, di un mandato esplorativo gettato alle ortiche nel penoso tentativo di inseguire Grillo e i grillini, ma soprattutto di una scissione dal Pd, avvenuta sul fronte sinistro che dunque l’ha costretto a far sue posizioni vetero comuniste che con la sua storia di riformista – di buon amministratore regionale come di ministro delle liberalizzazioni (le famose “lenzuolate”) – nulla hanno a che fare, che ha finito col puntellare la segreteria di Renzi. Sarebbe bastato attendere il voto siciliano, il cui risultato era scritto, e subito dopo dare sostanza politica, numeri e coraggio agli Orlando e ai Franceschini che – colpevolmente – non hanno saputo impedire a Renzi di far coincidere il proprio destino e quello del partito, in una sorta di cupio dissolvi che, se non ci saranno cambiamenti ora nient’affatto alle viste, costeranno al Pd un risultato elettorale disastroso, probabilmente molto peggiore di quanto già non dicano gli ultimi sondaggi. Invece Bersani il buono e D’Alema il cattivo hanno scelto di uscire, dovendosi poi penosamente aggrappare a due personaggi come Grasso e Boldrini lauraLaura Boldrini che di politico non hanno nulla ma sono solo costruzioni mediatiche, proprio loro che hanno (giustamente) criticato il solipsismo renziano e il conseguente svuotamento del partito come strumento di selezione della classe dirigente. Conosciamo e preveniamo l’obiezione di coloro che ora si chiamano “Liberi e Uguali” – nome che qualcuno irrispettosamente, ma azzeccandoci, ha detto sembrare il marchio di uno shampoo – e cioè: non si può stare nello stesso partito di Renzi senza accettare le sue regole da padrone, né è possibile immaginare un percorso unitario fra partiti con lui alla segreteria del più grande. Tutto vero, ma l’osservazione suona come conferma della nostra tesi: non era meglio restare nel Pd e, senza bisogno di abdicare al riformismo, giocarsi la partita della leadership al momento opportuno (cioè questo)? Se a tutto ciò si aggiungono le convulsioni che hanno riguardato il ruolo di Pisapia – tentativo finito nel nulla – e l’intifada che ha fatto da sfondo ai tentativi di aggregazione a sinistra, ecco che emerge il quadro di un mondo diviso e decadente, che si autocondanna a stare all’opposizione o a fare da stampella ai 5stelle se i grillini, qualora fossero incaricati, dovessero optare per un’intesa a sinistra, numeri parlamentari consentendo, anziché a destra. Il silenzio di Romano Prodi, la lontananza di Walter Veltroni e la resa davanti all’ineluttabilità degli eventi di Giorgio Napolitano, pur umanamente comprensibili, sono estraneità assordanti mentre la (ex?) casa comune crolla. (Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Commemorare Monongah significa onorare gli italiani all’estero

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 dicembre 2017

Monongah (Stati Uniti)“Nella ricorrenza del 110mo anniversario del disastro minerario di Monongah (Stati Uniti), voglio richiamare l’attenzione sul valore del lavoro italiano nel mondo, tanti lavoratori che hanno portato alto il vessillo di umanità e capacità con uno spirito di dedizione al lavoro esemplari fino al sacrificio. Qualità che hanno fatto onore all’Italia! Ora è nostro dovere fare memoria di questo sacrificio e onorare le vittime delle tragedie sul lavoro come quella di Monongah, dove, il 6 dicembre del 1907, persero la vita 171 italiani”. Lo ha dichiarato l’on. Fucsia Nissoli (coordinatrice di Forza Italia in Nord e Centro America) in occasione dell’anniversario della tragedia di Monongah.
“Ricordare Monongah – ha precisato l’on. Nissoli – deve aumentare la nostra comprensione del fenomeno emigratorio che, negli ultimi anni, sta tornando fortemente all’ordine del giorno, infatti, molti giovani prendono il volo per il Nord America alla ricerca di una opportunità che la madrepatria ancora non riesce a dare loro e questo ci deve spingere a fare quelle riforme necessarie affinché ognuno abbia la possibilità di esprime le proprie capacità lavorative a casa senza sentirsi costretto ad emigrare”.
“Commemorare Monongah – ha concluso l’on. Nissoli – significa onorare gli italiani all’estero e lavorare affinché ognuno possa avere un lavoro dignitoso”.

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Scuola – Presidi: siamo al disastro

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 agosto 2017

scuola1Ne mancano 1.900 e vanno perse pure il 60% delle 259 assunzioni 2017. Anief fa ricorso per recuperare gli esclusi del concorso 2011. Oltre a qualche decina di aspiranti dirigenti scolastici, risultati idonei al termine dell’ultima selezione del 2015 ancora non assunti, l’amministrazione ha dato il via libera all’immissione in ruolo di appena 37 idonei della sessione concorsuale precedente: si arriverà a coprire non oltre 120 posti destinati alle immissioni in ruolo. Eppure, l’Ordinanza 3008/17 ha rimesso in Corte Costituzionale la Legge 107/15, sospendendo il relativo decreto ministeriale e dando soprattutto la possibilità ai ricorrenti che hanno contestato il DDG 13.07.11, grazie alla sentenza definitiva del 13 luglio 2015, a costituirsi, gratuitamente con Anief, in giudizio presso la Consulta per ottenere l’ammissione a un nuovo corso riservato. Proprio alla luce dei tantissimi posti vacanti, il giovane sindacato ha deciso di riaprire i termini del ricorso, peraltro gratuito per gli iscritti.Inoltre, il Miur non sembra voler tenere conto dell’alto numero di docenti che fungono da tempo da vicari, fiduciari e primi collaboratori. Per costoro, che hanno acquisito sul campo un’alta professionalità ed esperienza organizzativa e gestionale, avrebbe dovuto prevedere una sessione riservata, nell’ordine del 50 per cento dei posti messi a bando. Ma così non è stato. Anche su questo fronte, il sindacato si sta attivando.Marcello Pacifico (Anief-Cisal): Mentre il Miur continua a tenere fuori docenti aspiranti presidi, seppure con i requisiti adatti, una scuola italiana su quattro è ormai senza dirigente scolastico, i vicari operano senza esoneri, se non attraverso il potenziamento che però non offre alcuna garanzia di continuità e si seguita a ignorare i presidi incaricati da anni. Come se non bastasse, gli ultimi concorsi rimangono sotto la lente della Consulta per sanatorie parziali che non hanno chiuso il contenzioso. Nel frattempo, ignorando una sentenza del Tar Lazio, confermata in sede cautelare dal Consiglio di Stato, ottenuta dai legali Anief durante la precedente sessione che ha permesso a trecento docenti precari di partecipare alle prove, a tre di vincerle e di diventare presidi, non si comprende per quale ragione Miur e sindacati rappresentativi non abbiano permesso la partecipazione dei precari con cinque anni di servizio. La palese violazione della normativa comunitaria e della nostra giurisprudenza, pertanto, ha portato Anief a riproporre il ricorso proprio per favorire la loro presenza all’ormai imminente concorso a preside.

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Aeroporti italiani: Raggiungerli, che disastro!!

Posted by fidest press agency su giovedì, 27 luglio 2017

aeroporto firenzeContinuiamo il nostro viaggio in alcuni aeroporti italiani per verificarne funzionalita’ e raggiungibilita’. Oggi ci avvaliamo dei dati statistici raccolti dal sito web http://www.goeuro.it su quelli europei preferiti dagli italiani per raggiungibilita’. Lasciamo stare la classifica dei primi 10 (non aspiravamo a tanto per i nostri aeroporti) che vede in cima Francoforte, Praga ed Amsterdam. Andiamo sui primi 76 e gli italiani li troviamo in questa sequela: Napoli (13mo posto), Bergamo (14), Catania (25), Venezia (34), Bologna (37), Roma/Ciampino (47) Milano/Linate (57), Palermo (60), Milano/Malpensa (62), Roma/Fiumicino (63). Oltre alle pessime performance dei piu’ importanti aeroporti della Penisola, in evidenza l’assenza di scali importanti come Torino, Genova, Pisa, Bari e -tra gli aeroporti minori ma importanti perche’ legati a citta’ di grandi flussi turistici e commerciali- Firenze, Cagliari, Olbia e Brindisi.
Dire “disastro” e’ il minimo. Responsabilita’ si’ delle societa’ di gestione di ogni specifico aeroporto, ma responsabilita’ essenzialmente delle amministrazioni e della politica. Che sembrano non vedere al di la’ del proprio naso e che si beano della loro condizione da Lilliput -eclatante il caso di Firenze . Eppure avere aeroporti in cui, oltre ad atterrare aerei che -per le necessita’ ambientali e di pista- possano magari andare anche oltre l’Europa, non e’ un’esigenza che bisticcia con progresso, economia, produttivita’, imprenditoria e investimenti, anche quelli cosiddetti stranieri. Come non e’ un’eresia snobbista sentire l’esigenza di aeroporti che siano fruibili dall’utenza a costi contenuti e di facile e veloce raggiungibilita’. Usare gli aerei e gli aeroporti non e’ piu’ -finalmente- “roba da ricchi”, ma far diventare il loro raggiungimento roba da “carro bestiame” o -tra tempi e costi- comunque da ricchi, e’ mettere un bastone tra le ruote di progresso, economia e civilta’. Ne facciano tesoro coloro che abbiamo mandato a rappresentarci nelle istituzioni e -soprattutto- noi che li abbiamo votati, perche’ tra le molte cose per le quali dovremmo essere esigenti, non venga trascurata questa determinante voce del nostro futuro economico. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Taxi/Uber. Che disastro. Se continua cosi’ muore la civilta’ giuridica e gli utili idioti si moltiplicano

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 aprile 2017

taxi-romaSe si continua cosi’ bisognera’ mandare a casa tutti, cittadini e giustizia, ed affidarci ad un dittatore? Giammai!! Stiamo parlando della vicenda Uber/taxi: alla sospensione del servizio da parte del Tribunale di Roma in attesa del giudizio di merito, lo stesso Tribunale ci fa sapere che niente e’ sospeso, si aspetta il merito e nient’altro. Siamo abituati alla giurisprudenza ballerina che, per alcuni, e’ anche metodo politico: non siamo il Paese dove si condanna mediaticamente qualcuno per il solo fatto che ha ricevuto un avviso di garanzia (che e’ quindi il contrario del significato stesso delle parole usate: garanzia..), figurati se una decisione cautelare non debba essere considerata come fosse una sentenza a sezioni unite della Cassazione o una sentenza della Corte Costituzionale (le due massime espressioni del diritto di Stato nel merito). E’ cosi’, e c’e’ chi, incluse alcune associazioni di consumatori, plaudono a questo
uso della giustizia come fosse il Governo. Si’, perche’ -a nostro avviso.- questi potrebbero essere atti di governo per evitare la turbativa dell’ordine pubblico, ma qui, probabilmente, e’ il contrario: visto che alcuni taxisti in passato hanno dimostrato di mettere in moto azioni da facinorosi quando manifestano il proprio dissenso, se proprio dovesse essere usato il criterio dell’ordine pubblico, andrebbe bene la sospensione… ma qui si preferisce incrementare il disordine pubblico, complice questa sentenza di riammissione dell’attivita’ di Uber. Dobbiamo quindi sottostare alla violenza della piazza? Hanno ragione i taxisti violenti? No! Hanno torto questi ultimi, cosi’ come hanno torto quelli di Uber a voler esercitare il servizio senza autorizzazione (visto che per il momento c’e’ ed e’ anche restrittiva, ma e’ legge!). Come se ne viene fuori? La cosa e’ piu’ semplice di quanto si possa pensare: ce l’ ha detto l’Antitrust nella sua segnalazione:
mettere la normativa al passo con l’evoluzione del mercato, liberalizzare per tutti, Uber incluso, e forme di indennizzo (fondo speciale ed agevolazioni fiscali) per gli attuali taxisti che, vigente la normativa attuale, hanno pagato le licenze diverse centinaia di migliaia di euro. Tra il dire e il fare non c’e’ solo il mare, ma solo la volonta’ di non procrastrinare il tutto, come sta facendo il Governo e il legislatore. Procrastinamento che allarga spazi per decisioni come quella di oggi, a detrimento della civilta’ giuridica di tutti e delle tasche dei consumatori.
Mai come oggi la colpa e’ di chi ci governa e di chi fa le leggi. “Piove, governo ladro”? Oggi sta piovendo su uno dei fondamenti della nostra comunita’ legale. Non ci si stupisca se -ieri come domani- il cittadino medio si senta in diritto di violare e beffare le leggi, gli esempi portano a questo e fanno anche emergere gli utili idioti come quelli che oggi plaudono a sospensione di Uber da una parte, e abolizione della stessa sospensione dall’altro. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Alitalia: Un disastro annunciato?

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 aprile 2017

alitaliaL’esito della frenetica e drammatica trattativa sulle sorti di quello che rimane della ex compagnia di bandiera è la cronaca di un disastro annunciato. Non poteva essere altrimenti in una trattativa basata su un piano industriale giudicato da tutti gli esperti del settore come totalmente fallimentare, sostenuto solo dai soldi pubblici degli ammortizzatori sociali e dal “bancomat” di tagli pesantissimi sul costo del lavoro, senza alcuna prospettiva seria di sviluppo e condizionato dall’ultimatum posto dagli azionisti sull’accettazione dell’accordo, pena il “presunto fallimento” dell’Azienda.USB, insieme ad altre forze sindacali Alitalia aveva fin da subito ritenuto che una trattativa con questi presupposti non avrebbe portato che a un esito del genere. Per questo aveva aperto sin dall’inizio una vertenza che ha visito 4 scioperi e grandi momenti di mobilitazione per reclamare una soluzione politica per il futuro dell’Azienda e di tutto il settore. Occorreva mettere in discussione alla radice il piano industriale presentato e chiedere l’intervento del governo sia per un ingresso diretto nella gestione dell’azienda, sia per la regolamentazione di un settore ultra-deregolamentato.
Il “verbale di confronto” partorito ieri sera alla presenza di quasi tutto il governo e delle massime cariche di cgil, cisl, uil e ugl, avalla il piano, certifica esuberi che sono creati da cessioni di attività aziendali, taglia in modo insostenibile il costo del lavoro del personale navigante sulla scorta delle richieste aziendali e soprattutto accetta integralmente il ricatto alla base di una trattativa completamente sbagliata. Tra l’altro non sono state accolte alcune condizioni minime che USB aveva posto almeno come argine agli effetti negativi per i lavoratori, come ad esempio alcuni interventi sui diritti salariali acquisiti. Come non c’è alcuna intervento sulla ulteriore mattanza dei precari e nessuna accenno, neanche minimo, alla riforma del settore.
Le parti firmatarie affermano che questi punti rappresentino la massima mediazione possibile e lasciano la patata bollente in mano ai lavoratori in un referendum il cui tema sarà “o accetti tutto questo o l’azienda fallirà”, trasformando un momento democratico in una tagliola.I lavoratori Alitalia, dopo decenni di sacrifici e di tagli occupazionali, non meritavano di essere messi di nuovo in una condizione del genere; era compito di tutto il sindacato, della politica e delle istituzioni fare in modo che il Piano fosse un reale progetto di rilancio. Si poteva e si doveva fare; non è vero che l’alternativa è soltanto il fallimento. L’alternativa esiste e si chiama intervento diretto dello stato. Non averlo fatto è una scelta politica del governo e dei sindacati firmatari che USB condanna con fermezza.I prossimo giorni saranno decisivi e USB lavorerà perché i lavoratori Alitalia possano esprimere nel modo più visibile ed efficace possibile il loro dissenso.

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Scuola – Riforma: la fase transitoria per gestire il precariato è un disastro

Posted by fidest press agency su martedì, 7 febbraio 2017

ministero-pubblica-istruzioneLa mancanza di prospettive d’assunzione, prevista dalle leggi delega della riforma Renzi-Giannini, riguarda tutto il panorama del personale precario: quello docente che lavora attraverso le graduatorie d’istituto e le scuole estere, gli amministrativi, tecnici e ausiliari a tempo determinato, gli educatori, i laureati in Scienze della formazione primaria dal 2012, gli insegnanti di sostegno. Inoltre, per chi sceglie il concorso pubblico si prospetta una beffa: ammesso che lo vinca, dovrà aspettare il 2020 per iniziare a frequentare un corso abilitante, abbandonare la supplenza e riavere poi la stessa con stipendio dimezzato perché tirocinante, per poi tornare a fare il docente dopo altri tre anni con stipendio iniziale senza scatti di anzianità e col rischio d’essere pure bocciato. Nella primaria, invece, il docente non sarà mai assunto. Per non parlare del 25% dei docenti precari che non potranno più lavorare dall’anno prossimo nelle scuole italiane all’estero, perché saranno sostituiti dagli insegnanti di ruolo. La questione riguarda anche gli insegnanti di sostegno, costretti a rimanere nel loro ruolo per dieci anni, in nome di una continuità didattica che non esiste. Risulta condannato alle supplenze anche il personale Ata. Inoltre, è scandalosa la gestione dei criteri di ammissione al concorso per diventare insegnante.
Marcello Pacifico (Anief-Cisal): la laurea, fino a prova contraria, non può scadere come se fosse uno yogurt. Un titolo di studio non può essere sospeso ad tempus: o è valido oppure non è valido; delle due, si scelga una. La verità è che il Miur deve subito organizzare un concorso a cattedre aperto a quei laureati che ha escluso nel 2016. Dopo le richieste emendative alle deleghe, in audizione in Senato, abbiamo deciso di proclamare lo stato di agitazione che, in assenza di risposte, porterà a un nuovo sciopero generale del personale interessato, da svolgere anche congiuntamente con le altre sigle sindacali. Serve una soluzione urgente e adeguata rispetto a una legge, la 107/15, e ai suoi schemi di decreti delegati, che allontanano la nostra scuola dall’Europa. La mobilitazione, per certo, continuerà anche nei Tribunali nazionali ed europei.

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Teatro: Che Disastro Di Commedia

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 dicembre 2016

che-disastroRoma Teatro Greco Via Ruggero Leoncavallo, 10 prima nazionale 6 dicembre 2016 ore 21 repliche fino al 15 gennaio 2017 con Gianluca Ramazzotti, Gabriele Pignotta, Luca Basile, Marco Zordan, Yaser Mohamed, Viviana Colais e Stefania Autuori. Regia di Mark BellPrendete una compagnia di giovani attori allo sbaraglio, una scenografia che non sta in piedi, un regista senza talento né esperienze, una prima attrice vittima di svenimenti, un modello che vuol far l’attore a tutti i costi, una direttrice di scena che si improvvisa attrice e fategli recitare un giallo di serie B, con una trama sconnessa, battute indicibili e un finale senza senso. Aggiungete porte che non si aprono, scene che crollano, oggetti di scena che scompaiono e ricompaiono come e dove non dovrebbero e gli attori che, come se nulla fosse, continuano a dire eroicamente le loro battute. I disastri si accumulano in un crescendo senza controllo, e così il divertimento del pubblico.Disaster Comedy (The play that goes wrong), racconta la storia di una compagnia teatrale, la Cornley Polytechnic Drama Society che, dopo aver ereditato improvvisamente un’ingente somma di denaro, tenta di produrre un ambizioso spettacolo che ruota intorno a un misterioso omicidio nel West End. La commedia è un susseguirsi di errori, strafalcioni, momenti imbarazzanti e disastri provocati dagli attori. La produzione della Cornley Polytechnic Drama Society si rivela un disastro e gli attori cominciano ad accusare la pressione andando nel panico. Riusciranno a riscattarsi e a salvare lo spettacolo prima che cali il sipario? “The Play that goes wrong”, è un musical che evidenzia tutte le paure e gli errori che un attore sul palco non vorrebbe e dovrebbe mai commettere.Tutto questo è “Disaster Comedy” grande successo londinese delle scorse stagioni, in scena quest’anno contemporaneamente in 5 capitali europee, Londra, Parigi, Budapest, Atene, Roma compresa. Poltrona € 30,00 € 3,00 prev = € 33,00 Poltronissima € 35,00 € 3,00 prev = € 38,00 BIGLIETTO RIDOTTO Poltrona € 24,00 € 2,00 prev = € 26,00 Poltronissima € 28,00 € 2,00 prev = € 30,00 (foto: che disastro)

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Referendum: un disastro annunciato

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 ottobre 2016

corte costituzionaleQuale che sarà il risultato, il 4 dicembre per il referendum costituzionale avremo pagato un prezzo altissimo. Assolutamente ingiustificato. Il paese è fermo da sei mesi, e ci attendono altre otto settimane di una campagna elettorale totalizzante, oltre che becera, con due eserciti – ma sarebbe meglio dire due armate Brancaleone – che si fronteggiano assai poco nel merito e troppo nella reciproca demonizzazione. Nessuna riforma, neppure la migliore del mondo – e questa è tutt’altro, per stessa ammissione di molti sostenitori del Sì – potrebbe mai giustificare una simile paralisi. Altro che paura del dopo – fine della democrazia se vince il Sì, caos politico e crack finanziario se prevale il No – qui c’è da disperarsi per quanto è già avvenuto e per quanto ancora accadrà nei prossimi due mesi.Eccesso di pessimismo? Basta vedere i dati dell’economia e il surreale dibattito sui dati previsionali contenuti nel documento programmatico del Governo (il Def) per vedere che ce n’è ben donde. Sulla base delle ultime rilevazioni Istat non solo chiuderemo l’anno con una striminzita crescita di sei o al massimo sette punti decimali – che ci distanzia di un punto di pil abbondante dalla media Ue, più del doppio della nostra – ma quel che più conta lo chiuderemo a “crescita zero”, perché quel poco di ricchezza in più prodotta è stata accumulata nella prima parte dell’anno, e in particolare nel primo trimestre. E se il 2016 è stato a decrescere, il 2017 non può che inerzialmente cominciare piatto. E infatti, non è un caso che tutti gli analisti, nazionali e internazionali, abbiano rivisto al ribasso le stime per il prossimo biennio. Stime che stridono con quelle fornite dal Governo, del tutto irrealistiche (a parità di condizioni). Si dice: ma la differenza è solo di qualche decimale. E per forza: se la previsione inserita nel Def è di crescere dell’1%, la distanza non può che correre sul filo dei decimali.
La verità è che il Paese è fermo. Renzi può anche girare per fabbriche e capannoni – e avere la scusa per comiziare e rilasciare interviste a giornali e tv locali sul referendum – sostenendo che l’Italia è ripartita e che quegli imprenditori sono i protagonisti del rilancio in corso, ma non è raccontando le favole che si accumula prodotto interno lordo. Lui e il ministro Padoan, seccati che qualcuno abbia opinioni diverse, ribattono che le cifre non sono buttate lì a caso – ma neppure i rilievi di Bankitalia, Corte dei Conti e Ufficio parlamentare di Bilancio sono stati fatti giocando a dadi – ma discendono dalle politiche espansive che, Ue o non Ue, il Governo è intenzionato a mettere in campo. Vero: quell’1% di crescita – che non è ambizioso, come si ostinano a dire, perché felicemente temeraria sarebbe una crescita del 2-2,5%, mentre il +1% è irrealizzabile nelle condizioni date e fin troppo prudente in circostanze diverse – sarebbe tranquillamente raggiungibile se solo ci fossero delle politiche espansive. Ma dove sono? Dipendono dalla famosa flessibilità pietita a Bruxelles?Certo non si può definire espansiva la scelta di spendere quel poco che c’è e quello che non c’è (facendo più deficit) a favore del pubblico impiego e per creare meccanismi di anticipo della quiescenza. Non sappiamo ancora quanto costeranno queste due voci, ma se anche fosse qualche miliardo (ma sarà di più, o si deluderanno le attese, trasformando in boomerang quei provvedimenti) si tratterrebbe comunque di soldi che il famoso coraggio sbandierato da Renzi come suo tratto distintivo dovrebbe indirizzare verso ben altre tipologie di spesa. Qui ci vogliono investimenti diretti e indiretti (cioè fiscalmente favoriti), non altra spesa pubblica improduttiva. Questa idea che dando un po’ più di soldi alla gente si genera domanda interna o, peggio, che se va in pensione anticipatamente qualche padre o madre i figli trovano lavoro e la disoccupazione diminuisce, ha già dimostrato di essere fallace. Noi abbiamo sempre detto che non solo è possibile, ma anche giusto che in una fase congiunturale come questa, in cui la stagnazione fa da spartiacque tra la ripresa (che finora non c’è stata) e la recessione (che rischia seriamente di riaffacciarsi), si possa fare più deficit e si possano bypassare i vincoli europei. Anche di brutto, senza timidezze. Ma a due condizioni: che le risorse siano spese per gli investimenti e che all’Europa si presenti un piano di riduzione straordinaria del debito con il concorso del patrimonio pubblico e privato. All’orizzonte non c’è nulla di tutto questo. E credere e far credere che la riforma costituzionale – comunque la si voglia giudicare – surroghi queste scelte e diventi propedeutica ad una politica economica salvifica non solo non è vero, anzi – come dimostra un anno intero buttato via per un’assurda campagna elettorale – è purtroppo vero il contrario.Qui non si tratta di quella che è stata chiamata la personalizzazione della battaglia referendaria da parte di Renzi, e su cui pure il primo ministro oscilla tra “ho commesso un errore, coinvolgendomi troppo ho fornito l’alibi ai miei avversari per attaccare il Governo” e la ripetizione fino alla noia de “se perdo vado a casa” e dell’apocalittico “in ballo c’è il futuro dell’Italia”. No, francamente del destino personale di Renzi non ce ne può importare di meno (come di qualunque altro protagonista della vita politica e istituzionale, un paese maturo di fronte a problemi complessi non può cadere nel ricatto insito nel leaderismo). Quello che conta è il governo del Paese. Ed è proprio ciò che è mancato e sta mancando.Era già successo nel 1993 con il (nefasto) referendum Segni, quando l’Italia credette che il nocciolo dei suoi problemi fosse la legge elettorale proporzionale e l’assetto politico che ne discendeva, che il Paese si fermasse ad occuparsi d’altro. Il risultato è stato un ventennio disastroso, quello della Seconda Repubblica, che ha prodotto un declino strutturale nel quale siamo immersi. Ora rischiamo di commettere di nuovo lo stesso errore. Importa forse a qualcuno che l’Fmi, quando ancora, qualche mese fa, stimava che il pil avrebbe fatto +1,1 quest’anno e +1,25% nei prossimi due, abbia profetizzato che continuando così l’Italia recupererà solo “a metà degli anni 20”, cioè tra un decennio, i livelli di reddito esistenti prima della grande crisi finanziaria mondiale? E c’è qualcuno che sta ragionando sul fatto che in giro per il mondo si avvertono sinistri scricchiolii che fanno temere (ai più accorti) che lo tsunami del 2008 potrebbe ripetersi con effetti ancora più devastanti? Continuiamo pure a baloccarci con il Senato delle Regioni e i premi di maggioranza che consegnano il parlamento e il governo in mano a esigue minoranze nel Paese… Da quelle riforme non passa la ripresa dell’economia. Non sarebbe così neppure se fosse il più perfetto dei ridisegni dell’intera architettura istituzionale, tanto meno lo è visto che la riforma è parziale, contraddittoria e sbagliata in alcuni passaggi essenziali. (Enrico Cisnetto direttoreo http://www.terzarepubblica.it (n.r. E’ che noi siamo un popolo molto strano. Facciamo il diavolo a quattro perchè il sindaco di Roma ha perso tre mesi per completare la sua giunta e non ci stupiamo se il governo ne perde sei per dedicarsi animo e corpo al referendum. Ma Renzi fa ancora di più convince la commissione europea che il suo impegno è volot a contrastare il populismo delle opposizioni, ma lui non fa del populismo con gli 80 euro ai lavoratori di una certa fascia di reddito e a promettere 12 euro al mese ai pensionati con basse pensioni e altrettanto ai dipendenti pubblici?)

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Giustizia civile. L’Istat conferma: disastro e, soprattutto, sfiducia. Che fare?

Posted by fidest press agency su martedì, 27 settembre 2016

corte europea giustiziaL’Istat ha diffuso i dati sulla giustizia civile, partendo dallla percentuale dell’11 di popolazione maggiorenne (5 milioni e mezzo) che almeno una volta ha avuto a che fare con la giustizia. Una percentuale tutto sommato non notevole ma che, ogni volta che c’e’ qualcuno che entra in un’aula di tribunale e ne rimane particolarmente sorpreso e scottato per procedure e tempistiche, noi di Aduc abbiamo l’abitudine di dirgli “benvenuto nel pianeta giustizia del Belpaese”.
Le percentuali decisamente preoccupanti sono quelle del 52 (insoddisfatti) e’ del 30,8 che rinuncia ad avviare un procedimento per il timore di sostenere costi troppo elevati rispetto al vantaggio conseguibile. Due percentuali che ci dicono che la Giustizia non solo non funziona, ma che e’ anche pericolosa per il bene comune: quando viene a mancare il rapporto di fiducia dei cittadini con le istituzioni (e tra la percentuale degli insoddisfatti e quella dei rinunciatari, si va molto in alto coi numeri), il baratro e’ vicino o -forse- possiamo dire che c’e’ gia’? Vogliamo essere ottimisti ed auspicare che chi ci governa e chi si fa le leggi prenda in serie considerazione questi dati e vi provveda di conseguenza.
Noi possiamo solo dirgli che dal nostro osservatorio civico di utenti e consumatori registriamo tutti i giorni problematiche connesse a questa situazione e che, vista la nostra attivita’ quasi trentennale a contatto diretto con gli utenti dei servizi della giustizia civile, la situazione peggiora proprio dai due punti di vista che abbiamo evidenziato: insoddisfazione e rinuncia; aspetti che entrambi incrementano la voglia di far da se’… che e’ proprio quello che non serve a nessuno.

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Conti pubblici: E’ disastro

Posted by fidest press agency su venerdì, 9 settembre 2016

pil“Nel dibattito di questi giorni sul ‘Corriere della Sera’ tra il professore bocconiano Roberto Perotti e il commissario per la Spending review, Yoram Gutgeld, sulla politica economica del governo Renzi, ovviamente ha ragione Perotti. Chi legge le statistiche con serietà e approccio scientifico non può che arrivare ai suoi stessi risultati. Al contrario, l’intervento di Gutgeld appare tanto privo di basi analitiche quanto ricco di propaganda”. Così Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, in una lettera al direttore del “Corriere della Sera”. “Mi riferisco in particolare all’affermazione per cui negli anni di Renzi il rapporto deficit/Pil del nostro paese sarebbe diminuito. Falso che più falso non si può. Ieri il professor Perotti lo ha dimostrato ricordando, giustamente, che nel Def 2014, il governo Renzi aveva previsto per il 2016 un rapporto deficit/Pil dello 0,9%, mentre finirà per chiudere, se va bene, al 2,4%, con un delta negativo di 1,5 punti di Pil. Questo ragionamento si può allargare anche agli anni precedenti. Per il 2014, infatti, il governo aveva previsto un deficit/Pil del 2,6%, mentre ha chiuso al 3% (delta negativo di 0,4 punti) e nel 2015, piuttosto che l’1,8% inizialmente stimato, ha chiuso al 2,6% (0,8 punti di Pil di maggior deficit)”. “Altro che riduzione del deficit prevista dal Fiscal Compact dello 0,5% ogni anno, altro che virtuosità del governo Renzi. I differenziali rispetto a quanto concordato con l’Europa sono aumentati negli anni, da un delta di 0,4 punti nel 2014 a 1,5% nel 2016”. “Infine, il ragionamento del professor Perotti si può allargare ancora a un’altra considerazione: il totale fallimento degli obiettivi di crescita previsti dal Def 2016, che sono alla base di qualsiasi manovra di politica economica e strategia di correzione dei conti. Nel Def 2016, infatti, il governo ha previsto per il 2016 un tasso di crescita reale del Pil dell’1,2% e un tasso di inflazione dell’1%. Il che porta a un tasso di crescita nominale del Pil, quello che conta ai fini del rispetto dei parametri di Bruxelles, del 2,2%. Il problema ora è che gli ultimi dati Istat certificano una duplice caduta tanto della crescita reale, che non supererà lo 0,7%, vale a dire circa la metà di quanto previsto dal governo, quanto del tasso di inflazione, che rischia di attestarsi intorno allo zero a fine anno. Vuol dire che Pil reale e Pil nominale nel 2016 coincideranno, con quest’ultimo (0,7%) che si attesterà a circa un terzo del 2,2% su cui il governo ha basato i suoi calcoli”.
“Cosa succederebbe a un’impresa se vedesse fallire di così tanto i suoi obiettivi di budget? Porterebbe i libri in tribunale. Alle valutazioni del professor Perotti mi permetto di aggiungere che il disastro dei conti pubblici italiani deriva da un eccesso di perverso ottimismo del governo. Che le cose sarebbero andate male lo si sapeva già dalla primavera del 2016. Brexit e terrorismo semmai hanno aggravato un trend che era già negativo. Renzi, con il suo illusionismo patologico, non ha voluto vedere. Con le conseguenze dell’attuale stagnazione e deflazione”, conclude Brunetta.

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Disastro ferroviario in Puglia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 13 luglio 2016

camera deputatiRiportiamo alcune delle dichiarazioni dei politici che sono pervenute in redazione associandoci al cordoglio per questa ennesima tragedia che ci ha colpiti.
“Rabbia e lacrime per tragedia in Puglia ci stringiamo in un abbraccio con le famiglie delle vittime “mai più”. Così su twitter Dorina Bianchi, sottosegretario al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo.
“Immagini strazianti. Esprimo vicinanza alle famiglie delle vittime di questa tragedia”.Così il vicepresidente della commissione Trasporti della Camera dei deputati, Vincenzo Garofalo. “Questo è il momento dello sgomento e del cordoglio, ma non si può morire così. Faremo quanto necessario in Commissione per accertare le responsabilità di quanto accaduto oggi in Puglia. È assurdo che ci possa essere stato uno scontro frontale tra due treni. Abbiamo il dovere – spiega il deputato di Area popolare – di fare chiarezza anche se nulla potrà alleviare il dolore dei familiari delle vittime. Occorre fare tutto il necessario affinché quanto accaduto non si verifichi mai più”.
«Cordoglio e vicinanza alle famiglie delle vittime del gravissimo disastro ferroviario in Puglia. Si faccia chiarezza in tempi brevi sulle cause di quello che è successo. Se dovesse essere appurato che qualcuno ha sbagliato ed è responsabile dell’incidente, la giustizia sia inflessibile e non conceda sconti». Lo scrive su facebook il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.
“Condoglianze alle famiglie delle vittime che a causa del terribile scontro ferroviario hanno perso la vita. Il Governo si attivi per capire che cosa sia successo”. Cosi’ Mariastella Gelmini, vice capogruppo vicario alla Camera dei deputati di Forza Italia, sulla sua pagina Facebook.
“Siamo sconvolti dalle immagini dell’immane tragedia pugliese. Uno scontro di tali proporzioni tra due treni non può, non deve avvenire. Vogliamo subito un’informativa urgente del ministro dei Trasporti e pretendiamo investimenti immediati per l’ammodernamento della rete ferroviaria del Mezzogiorno. Intanto, voglio esprimere tutta la solidarietà del gruppo parlamentare di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale ai familiari delle vittime e ai pugliesi”. È quanto ha dichiarato il capogruppo di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale Fabio Rampelli.
“Preghiamo per le vittime di una tragedia che non doveva succedere siamo vicini a famiglie”. Così su twitter Valentina Castaldini, portavoce nazionale del Nuovo Centrodestra.
“A nome del gruppo di Area popolare esprimo il cordoglio per le vittime del terribile incidente ferroviario in Puglia, la vicinanza alle loro famiglie e lo sconcerto per quanto è potuto succedere, che ha delle evidenti responsabilità umane che andranno accertate. Non sarà questo che renderà giustizia a chi è morto in modo così assurdo, ma almeno permetterà di lavorare perché fatti del genere non si ripetano in futuro.” Lo dichiara Maurizio Lupi, presidente dei deputati di Area popolare.
“Attonito davanti a immagini incidente ferroviario Puglia. Gruppo FI Camera vicino a famiglie vittime. Fare subito chiarezza su cause disastro”. Lo scrive su Twitter Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati.

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Disastro ferroviario in Puglia

Posted by fidest press agency su martedì, 12 luglio 2016

burocrazia“In merito allo scontro fra due treni avvenuto tra Andria e Corato poche ore fa esprimiamo sgomento per l’accaduto e vicinanza a tutti i familiari delle vittime; avvertiamo un senso di totale impotenza di fronte alla tragedia che ha colpito nella quotidianità la Puglia ed i suoi cittadini. Attendiamo le indagini della Magistratura per ben comprendere se tutto è dovuto esclusivamente ad errore umano o se si possano contemplare altre responsabilità.
Nello stesso tempo, però, riteniamo necessaria una riflessione rispetto alla realizzazione del tratto ferroviario dove è avvenuto lo scontro, che consiste in un binario unico, il cui raddoppio ai fini della viabilità e della sicurezza era stato previsto e finanziato dall’Unione Europea già nel 2012. Questa tragedia è pertanto anche figlia della solita emergenza italiana che diventa consuetudine tollerata e sottovalutata: i terreni utili per il raddoppio erano già stati espropriati nel 2013, mentre il termine di presentazione delle offerte alla gara di appalto per la progettazione e l’esecuzione dei lavori ai fini dell’ampliamento della tratta Corato-Andria ha attraversato altri tre anni di proroghe. Ciò sempre ad indicare che, quando esiste una burocrazia lenta e superficiale, essa non permane mai a servizio del bene comune.” Queste le dichiarazioni di Cinzia Pellegrino, Coordinatore Nazionale del Dipartimento Tutela Vittime di FdI-AN in merito allo scontro fra due treni avvenuto nella mattinata nel Nord Barese.

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Libia: Un disastro bellico annunciato

Posted by fidest press agency su giovedì, 4 febbraio 2016

libiaBarbara Spinelli è intervenuta nel corso della Sessione Plenaria del Parlamento europeo nel punto in agenda dedicato alla situazione in Libia, alla presenza di Bert Koenders, ministro degli affari esteri dei Paesi Bassi, in rappresentanza della Vicepresidente della Commissione/Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza.“Sono meno ottimista di lei, Signor Koenders”, ha detto la deputata del GUE/NGL. “Temo l’ennesima guerra in Libia, perché conosciamo ormai i disastri delle guerre antiterroriste dell’Occidente. Non dimentichiamo che i rifugiati sono il frutto del caos che da anni seminiamo ovunque. I foreign fighters parlano confusamente di Islam, ma pensano soprattutto se stessi come War Generation”.“Non avete saputo sciogliere il nodo siriano ed evidentemente non lo volete, visto che alla Conferenza di Ginevra accettate il diktat turco: niente rappresentanti curdi ai negoziati, per ora. L’unico a volerli è Putin: forse il solo che sa l’indispensabilità dei Curdi ai fini di una vittoria contro l’Isis”.
“Stessa cecità in Libia: il fallito intervento del 2011, più il caos siriano, hanno finito con l’aprire le porte libiche all’Isis, e ora preparate altri interventi militari senza preoccuparvi che in quel Paese vi sia di nuovo uno Stato, cioè il monopolio sull’uso della violenza legittima”. “Non per ultimo: penso che il governo italiano non debba mettere i piedi in Libia, per difendere interessi economici o di prestigio, a causa del suo passato coloniale”.

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Disastro Roma

Posted by fidest press agency su martedì, 28 luglio 2015

area archelogica romana“Le ultime vicende, legate ai tormenti della mobilità pubblica, sono soltanto la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Da anni Roma è una città in bilico, polveriera pronta a esplodere senza un’autorevole guida che sappia rimetterla in carreggiata”. Lo dichiara il segretario regionale del Lazio di Idv Salvatore Doddi che insiste: “Le inevitabili scuse e i tardivi provvedimenti del sindaco Marino sono soltanto pannicelli caldi. Non può esistere la cosiddetta ‘fase due’ se non si ha una strategia politica, se manca la programmazione da parte di una classe dirigente, sindaco in testa, non all’altezza del compito assunto il giorno in cui i cittadini gli hanno dato fiducia. Facciamo solo un breve elenco dei problemi: periferie da riqualificare, mafia capitale e la gestione dei servizi sociali, 4 miliardi di debiti delle società partecipate, metro che corrono con le porte aperte, bus senza aria condizionata che non arrivano mai, alberi che cadono, feritoie per strada sempre ostruite con allagamento delle strade, buche e disagi di una “Roma Capitale ” che merita tanto di più”, va avanti Doddi. “E ancora, un bilancio da ripianare, l’integrazione dei Rom da perseguire con la bonifica dei campi. Potremmo continuare all’infinito. Che cosa ha prodotto a tutt’oggi l’amministrazione? Una insensata gestione per la chiusura dei Fori mentre si pensa di salvare Atac attraverso un privato che dovrebbe investire ma non gestire e risanare. Pura follia – aggiunge Doddi – o si governa la città o ci si metta da parte, dice giustamente Renzi e noi condividiamo. Pensiamo all’imminente Giubileo, all’immigrazione: ci candidiamo per le Olimpiadi e non siamo in grado di gestire i servizi di base: trasporto, pulizia, decoro, cultura, ambiente. Un cambiamento immediato è necessario!”

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Genova: ancora una volta

Posted by fidest press agency su martedì, 14 ottobre 2014

Maltempo a GenovaNon c’è nulla in Italia che ritorni con sistematica periodicità come i disastri e i lutti conseguenti l’esondazione di fiumi e torrenti. Ma non solo disastri, danni, lutti, rabbia, impotenza; ritornano sistematicamente anche gli scaricabarile. Pietosi, e per certi versi lugubri, tentativi di chiamarsi fuori. Analisi imprecise di quanto accade. Volutamente imprecise. C’è sempre qualcuno, che non viene mai chiamato per nome, che ha dimenticato qualcosa o che ha ritardato una decisione, che non si è preoccupato. Tentativi maldestri di distogliere l’attenzione dalle proprie responsabilità.
In questi tragici giorni del dopo, ma non troppo, Genova basta scorrere i giornali o ascoltare i servizi radio televisivi per rendersi conto che tutto è come prima; nulla è cambiato. Purtroppo la sensazione che ne scaturisce e che certamente attanaglia pure coloro che hanno visto i questi giorni andarsene case, luoghi di lavoro, mezzi di trasporto, tranquillità, e che passano le loro giornate con le mani nel fango e col viso rigato dal pianto, é che tutto rimarrà esattamente come prima.E io voglio provare a spiegare perché tutto è rimasto come prima e probabilmente così sarà ancora per molto tempo ancora.Voglio ricordare a tutti che già agli inizi degli anni 90, per non andare troppo in là nel tempo, era stato approvato, e appaltato, l’esecuzione di un canale diversore in galleria che avrebbe potuto certamente ridurre consistentemente, se non del tutto eliminare, il disastro che si è compiuto in questi giorni a Genova. bQuei lavori furono interrotti per una indagine su presunte mazzette. Mai ripresi. L’impresa ha avuto soddisfazione dopo lunghi anni di causa ed ha riscosso, credo dal Comune, una somma consistente per quell’interruzione. I lavori cominciati sono stati dimenticati e nessuno ma proprio nessuno che in questi oltre venti anni se ne sia preoccupato.
Io qualche profilo di responsabilità ce lo vedo. Voglio anche ricordare che in Liguria c’è di fatto un Commissario all’emergenza, credo già dal 2010, che come tutti i Commissari ha poteri speciali, anche se poi il nuovo Governo li ha eliminati nominando al loro posto i Presidenti di regione. Nel senso, anche questo dobbiamo ricordarlo, che possono assumere decisioni in deroga a tutta una serie di normative che in tempo non emergenziale sembrano fatte apposta per ritardare i lavori. Io ho avuto modo nella mia vita professionale di collaborare con un Commissario. Ma era un Commissario speciale perché per tutto il suo lungo mandato mai, e dico mai, ha avuto dalla gestione commissariale neanche un euro di rimborso spese e ha fatto celermente il lavoro per il quale era stato chiamato. Con tenacia e con determinazione contro molti, a cominciare dagli uffici di questa o quell’ente o di questa o quella agenzia tecnica, che, gelosi delle loro prerogative, misero spesso i cosiddetti bastoni fra le ruote. I lavori sono stati finiti nei tempi previsti e, udite udite, con qualche risparmio; ma non mi risulta che quel Commissario abbia avuto un qualche ringraziamento dalle autorità centrali dello Stato. Rimane il fatto che quando si vuole si può operare. Certo la piazza di Genova non deve essere facile. I consistenti finanziamenti fanno gola a molti e certamente, fra questi, ci sarà anche chi farà carte false per partecipare al banchetto. Con questo termine, perché non ci siano dubbi interpretativi, intendo le pressioni per far approvare un progetto piuttosto che un altro e per essere i primi della lista quando i lavori dovessero essere assegnati. E queste pressioni si esplicano nei confronti di tutti gli attori: tecnici, funzionari, amministrativi, politici. E più il legame con la propria città è forte e più le pressioni si fanno sentire perché ci sono anche i risvolti, per certi aspetti imponderabili, come la ricerca ed il mantenimento del consenso. Difficile oggi trovare uomini che abbiano competenze, abilità professionale, senso del dovere e altruismo. Uomini che sappiano dire molti no e che abbiano come loro unico obiettivo la realizzazione del compito che gli è stato affidato. Senza tentennamenti, senza compromessi. E che sappiano resistere anche alla pubblica opinione che talora, male informata e male indirizzata, ci mette del suo per contrastare un opera pubblica necessaria.
Se oltre a tutto questo ci mettete il fatto che nessuno risponde o è chiamato a rispondere delle proprie responsabilità avrete la giustificazione di questo ennesimo disastro. (Vittorio D’Oriano , Vice presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi)

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Nuovo disastro petrolifero in Brasile

Posted by fidest press agency su sabato, 19 novembre 2011

A view of Rio de Janeiro in the direction of C...

Image via Wikipedia

Mentre in Brasile si delinea l’entità del disastro petrolifero al largo di Rio De Janeiro, Greenpeace rende noto che la piattaforma 706 SEDOC – operante sui tre pozzi di Chevron/Petrobas che stanno sversando petrolio nel bacino di Campos – è di proprietà della Transocean. La stessa impresa che affittava a BP, per mezzo milione di dollari al giorno, la Deepwater Horizon esplosa nel Golfo del Messico il 20 aprile 2010. Il pozzo si trova circa 425 chilometri a nord est di Rio de Janeiro, a 1.160 metri di profondità, ed è per il 51.7 per cento di proprietà di Chevron, per il 30 per cento di Petrobras e per il 18.3 per cento del Japan Petroleum consortium Frade. Nello scorso settembre ha prodotto una media di 82 mila barili al giorno. A dispetto dei tentativi dell’Agenzia Nazionale del Petrolio (ANP) del Brasile di minimizzare, dichiarando uno sversamento di 330 barili di petrolio al giorno, John Amos – Direttore del sito web SkyTruth specializzato nell’interpretazione di immagini da satellite – dichiara che lo sversamento potrebbe essere di 3.700 barili al giorno. Praticamente, dieci volte di più. Secondo i satelliti la macchia ha ormai un’estensione di 2.400 chilometri quadrati, quasi il doppio dell’estensione del comune di Roma. Chevron/Petrobras sostengono che il petrolio fuoriesce da una “frattura naturale” del suolo. Ammesso che sia vero – ma allora non si capisce perché sia stato autorizzato da ANP un progetto per la chiusura d’emergenza dei pozzi – c’è da chiedersi con quale cura sia stata realizzata la Valutazione d’Impatto Ambientale presentata e approvata per queste trivellazioni, che ignora completamente queste “fratture”.
Il problema della valutazione degli impatti delle esplorazioni petrolifere non è solo brasiliano. Greenpeace e molti comitati di cittadini sono preoccupati anche per quel che succede nei nostri mari. Sono di questi giorni le notizie di esplorazioni petrolifere sul versante tunisino del Canale di Sicilia, con esplosioni che i sub dell’Associazione Apnea Pantelleria riferiscono di percepire sott’acqua a circa quaranta chilometri di distanza: l’impatto sulle popolazioni dei cetacei del Canale di Sicilia – che in inverno ospita una numerosa popolazione intorno a Lampedusa – è potenzialmente disastroso.
Da anni Greenpeace diffonde gli scenari del rapporto “Energy [R]evolution” che mostra come rinnovabili ed efficienza sono fondamentali per vincere la battaglia in difesa del clima. L’ultima versione di Energy [R]evolution è uno dei tre scenari di riferimento adottati dall’IPCC – il panel di scienziati che per conto dell’ONU si occupa del clima – per definire il cammino verso un futuro libero da petrolio, carbone e nucleare.

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