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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

Archive for agosto 2021

Afghanistan: l’Italia nomini un Inviato Speciale per la libertà religiosa

Posted by fidest press agency su martedì, 31 agosto 2021

L’ordine del giorno del G20 straordinario sull’Afghanistan dovrebbe comprendere un punto dedicato al rispetto del fondamentale diritto alla libertà religiosa, perché essa è il sensore del rispetto di tutti gli altri diritti umani. Le violazioni alla libertà religiosa si sono acuite dopo il ritiro delle truppe NATO ma erano già presenti prima: anche quando il territorio era presidiato dai militari stranieri il cristianesimo era visto come una religione occidentale ed estranea, non solo dai terroristi dell’ISKP o dai Talebani ma da gran parte dell’opinione pubblica. I cristiani afghani erano pertanto costretti a praticare il culto da soli o in piccoli gruppi, all’interno di abitazioni private. Chi si dichiarava pubblicamente cristiano, o si convertiva dall’islam al cristianesimo, era vulnerabile, vigendo la pena di morte per l’apostasia. Stessa sorte toccava, e a maggior ragione tocca ora, agli appartenenti ad altre minoranze religiose. La Commissione Europea lo scorso maggio ha nominato Christos Stylianides Inviato speciale per la promozione della libertà di religione e credo. Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), il giorno precedente tale nomina, aveva chiesto al Governo italiano di istituire anche in Italia la carica di Inviato Speciale per la libertà religiosa, sia per assumere un ruolo identificabile e incisivo a livello internazionale, sia per confermare che il diritto di professare liberamente la fede religiosa, riconosciuto dall’art. 19 della Costituzione italiana, non è circoscritto nell’ambito dei confini nazionali ma, al contrario, deve essere promosso in ogni sede internazionale, nazionale e locale, quale diritto inviolabile di ciascuno. Oggi, considerando l’attuale dinamica della jihad globale e in vista del G20 straordinario sull’Afghanistan, appare sempre più urgente che l’Italia dia un ulteriore segnale istituendo la carica di Inviato Speciale per la libertà religiosa. È inoltre necessario introdurre, in ogni atto bilaterale o multilaterale che impegna il Governo italiano, la richiesta formale di un impegno duraturo al rispetto della libertà religiosa da parte di ogni Stato beneficiario della nostra politica estera di sostegno allo sviluppo.

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La scuola italiana si appresta a riaprire a docenti e alunni nelle condizioni dell’ultimo decennio

Posted by fidest press agency su martedì, 31 agosto 2021

Delle modalità e norme in alcuni casi inaccettabili, frutto di decisioni scellerate e all’insegna della spending review. Da domani si riprende, prima toccherà a docenti e personale Ata, poi nei prossimi giorni agli alunni: non c’è traccia di provvedimenti tesi a una significativa riduzione del numero di studenti per classe, rimasta lettera morta nonostante le parole del ministro Bianchi negli scorsi mesi e necessaria non solo per il contrasto alla pandemia ma anche per garantire una didattica di qualità. Non basta intervenire sulle classi over 27 alunni come ha annunciato il ministro Bianchi ma formare classi con non più di 14 alunni per ogni 35 metri quadri. Il problema è che non c’è stato il tanto richiesto sdoppiamento delle classi, come non c’è stata la conferma dell’organico Covid: invece di essere trasformato in organico di diritto, insieme alla vergogna degli 80mila posti in deroga di sostegno, è stato quasi dimezzato e pure limitato a pochi mesi (solo fino al prossimo 31 dicembre).Tra le mancate disposizioni sulla scuola, c’è anche quella sulla revisione immediata dei criteri del dimensionamento introdotti dal DPR 81/2009 e dalla legge 133/2008: come si fa ad autorizzare classi, alle superiori, sopra i 28-30 alunni? Sul fronte della supplentite cronica, fa invece scalpore il mancato ripristino del doppio canale di reclutamento per tutto il personale delle GPS. Come, per quanto riguarda gli spostamenti del personale di ruolo, i mancati passaggi verticali per il personale ATA e di tutti i profili professionali, oltre che dei passaggi di ruolo per i docenti immobilizzati e dell’assegnazione provvisoria senza alcun vincolo. In tale contesto, sostanzialmente bloccato, Anief torna a chiedere l’eliminazione dell’obbligo del Green Pass e delle relative sanzioni con la previsione di una specifica indennità di rischio per tutto il personale scolastico.“La scuola – dice Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief – pretende di riaprire in presenza e in sicurezza durante la pandemia attraverso provvedimenti: mancano però quelli urgenti che limitano sensibilmente il numero di alunni per classe, garantiscano il necessario distanziamento tra alunni e docenti, offrano tracciamenti periodici sulla diffusione del Covid19 con test salivari gratuiti per tutti, prevedano una specifica indennità di rischio per il personale scolastico senza alcuna inutile discriminazione in base al possesso della certificazione verde”. Per il sindacalista, inoltre, “la scuola non può essere sempre e ancora di più precaria, ha bisogno di un decisivo piano di stabilizzazione in linea con la normativa comunitaria che permetta attraverso un nuovo doppio canale di reclutamento l’assunzione di migliaia di insegnanti precari del sistema nazionale di istruzione attualmente inserti nelle graduatorie per le supplenze. La scuola deve promuovere la mobilità del suo personale e non ostacolarla, la scuola deve valorizzare tutte le sue figure professionali e non svilirle”. La comunicazione dello sciopero nel primo giorno di attività didattica è stata ufficializzata dal ministero dell’Istruzione, con una comunicazione ufficiale inviata agli Uffici scolastici regionali, nella quale si annuncia la possibile astensione dal servizio “nella data di inizio delle lezioni dell’a.s.2021/2022 come determinato dai singoli calendari regionali”. Il Dicastero dell’Istruzione comunica “lo sciopero nazionale del personale docente, educativo e Ata, a tempo indeterminato e a tempo determinato, delle istituzioni scolastiche ed educative, per l’intera giornata nella data di inizio delle lezioni dell’a. s. 2021/2022 come determinato dai singoli calendari regionali”.Il sindacato, infine, comunica che oggi è l’ultimo giorno per raccogliere le adesioni ai ricorsi contro il Green Pass da parte di dipendenti e studenti universitari che non accettano la violazione discriminatoria di sottoporsi a tampone ogni due giorni per entrare negli istituti scolastici e negli atenei. Inoltre, continua la raccolta delle firme per la petizione contro le relative sanzioni, che ha superato le 121mila adesioni. È poi ancora attiva anche la petizione per eliminare l’obbligo del Green Pass tra gli studenti universitari. Una ulteriore specifica petizione è stata avviata per lo sdoppiamento delle classi e il raddoppio degli organici.

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Lotta contro gli incendi. Onore al merito dei Vigili del Fuoco

Posted by fidest press agency su martedì, 31 agosto 2021

L’estate che ci stiamo lasciando alle spalle è stata rovente non solo per le alte temperature. Purtroppo anche per gli incendi che hanno devastato una parte consistente del nostro Paese. La Calabria, la Sicilia e la Sardegna sono state tra le regioni più colpite. Circa 158mila ettari di bosco sono andati in fumo e diversi milioni di animali selvatici arsi vivi. Quest’ecatombee del nostro patrimonio naturale ha visto impegnati i Vigili del Fuoco. Dal 15 giugno scorso a metà agosto i loro interventi sono stati oltre 52mila registrando un aumento del 75% rispetto al 2020. Raramente si è arrivati a numeri del genere. Migliaia di Vigili del Fuoco e con loro le forze dell’ordine hanno lavorato tutta l’estate per salvare l’ambiente, per impedire che il riscaldamento globale cresca ancora minacciando il futuro dei nostri figli. Hanno condotto le operazioni di protezione in una condizione di disagio che si ripete di anno in anno. E il disagio è presto detto: mancanza di personale, di mezzi e di adeguato aggiornamento. Problemi che riguardano l’intera Pubblica Amministrazione e sui quali non possiamo giocare al rinvio. Credo che la tragedia ambientale consumata questa estate debba innanzitutto rendere onore al merito dei Vigili del Fuoco e delle forze dell’ordine impegnati al loro fianco. Ma soprattutto mettere al primo punto dell’agenda politica il tema dei vuoti di organico e di ciò che ne consegue in termini di dotazione di mezzi e formazione. La Uilpa farà la propria parte con convinzione e determinazione perché la tutela dell’ambiente esca dalla retorica e si tramuti in fatti concreti rafforzando i corpi dello Stato che sono chiamati a questo compito. (By Sandro Colombi, Segretario generale Uil Pubblica Amministrazione)

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Paesi ricchi e disagio sociale

Posted by fidest press agency su martedì, 31 agosto 2021

La fatica e l’attività sono figlie predilette della necessità. Il popolo che necessita di vivere e di propagarsi sa stimolare energie favolose e creare fonti di ricchezza che a tutta prima sembrerebbero inaccessibili. Per misurare il valore fisico, morale e intellettuale di un popolo basta guardare le risorse che sa scoprire attorno a sé e in sé quando gli ostacoli gli tolgono o gli offuscano la prosecuzione del suo cammino verso il progresso. Sono crisi che in tutti i tempi hanno attraversato le nazioni, i popoli e le razze. Esse possono temprare la vita fisica di un uomo se è consapevole di una prospettiva che gli permetta di vivere con serenità. Se volgiamo il nostro sguardo al passato credo che molto della straordinaria e rapida potenza della Roma repubblicana prima, e imperiale dopo, fu dovuto alla guerra instancabile che dovette a lungo combattere prima con le popolazioni laziali, e quindi latine, e poi campane, sannite e via di questo passo. Finché durò la severità dei costumi repubblicani, tanto da Catone rimpianta, nessuna forza parve potesse abbattere il vessillo romuleo. E il decadimento cominciò quando la molle civiltà greca e le effeminate civiltà orientali penetrarono e corruppero la città di Lucrezia, di Camillo, di Fabrizio e di Bruto. Ricca e sicura sembrò la Roma imperiale in cui la natura elargì a piene mani tesori naturali di vegetazioni, acque, coste e un clima temperato. A ciò si aggiunse la fama di conquistatori, di protettori e di ricchi tenutari. Eppure, non fu sufficiente per tenere unito saldamente un così grande impero. Una delle cause fu senza dubbio la perdita del collante sociale con un popolo di plebei sempre più impoverito e una ricchezza riservata a pochi eletti. Fu una lezione che non riuscimmo a farne tesoro e ancora oggi ci ritroviamo con gli stessi problemi con paesi ricchi il cui benessere invece di essere diffuso resta nelle mani di pochi. A pagarne, come al solito, sono le classi meno abbienti e fa specie osservare, da una parte, un’opulenza sfacciata e arrogante e, dall’altra, una povertà estrema che s’ingrossa sempre di più. (Riccardo Alfonso)

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La felicità nelle grandi e piccole cose

Posted by fidest press agency su martedì, 31 agosto 2021

L’anima è superiore al corpo e secondo il lume della ragione la sua felicità o infelicità non ha motivo di dipendenza. Ma l’esperienza ci insegna che noi dobbiamo anche sopportare che ci taglino un braccio senza dolore.Gli stoici seguendo le false idee della loro filosofia chimerica, s’immaginano di essere saggi e felici e che occorra solo pensare alla virtù e all’indipendenza per diventare felici e indipendenti. Il buon senso e l’esperienza ci dicono, invece, che il miglior modo per non dolerci per una puntura è di non pungersi. Gli stoici invece dicono: “Pungete e io con la forza della mia anima e l’aiuto della mia filosofia mi separerò dal mio corpo in modo da non sentire il dolore della puntura.” In questo modo si ritiene che il dolore non fosse un male tant’è che dall’espressione del suo viso e dal contegno impassibili di tutto il resto del suo corpo la sua filosofia lo rende invulnerabile. Se affrontiamo il tema da un altro punto di vista ritengo che un grande contributo alla comune felicità è dato da tutto ciò che non è solo maggiormente utile, ma semplicemente utile. In proposito Malebranche così argomentava: “Come mai avviene che uomini ragionevoli si dedicano tanto fortemente alla scienza astronomica e accettano, per contro, errori grossolani al riguardo della verità sui corpi sublunari? È così che gli uomini si lasciano abbagliare da una falsa idea di grandezza che li lusinga e li agita e tanto che la loro immaginazione ne resta colpita. L’effetto è tale che la ragione ne rimane accecata.”Ma questa può considerarsi felicità se ad esempio ci ingolfiamo in studi inutili? Direi, piuttosto, che la felicità è nella conoscenza anche se il campo di osservazione appare a molti solo uno spreco di tempo. Felice è, a mio avviso, colui che non vive dell’opinione altrui e non segue chi nega l’importanza delle scienze poco importanti perché è consapevole che la conoscenza dell’uomo è grande solo se non si pone dei limiti. Nessuna scienza astratta è vana se da essa si sa cogliere l’essenza della vita. Un quadro, un marmo, un libro sono veramente apprezzabili se manifestano energie che non conoscevamo o che ancora non avevamo messo in azione. (Riccardo Alfonso)

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Gocce di saggezza antica: La libertà umana secondo Schelling

Posted by fidest press agency su martedì, 31 agosto 2021

La connessione del concetto di libertà con la veduta complessiva del mondo rimane pur sempre l’oggetto di una inchiesta necessaria senza la cui soluzione, vacillando il concetto stesso di libertà, la filosofia perderebbe il suo valore guida. Questo sembra essere il grande problema verso la conoscenza dal più basso sino al più alto grado. Cavarsi d’impaccio rinnegando la ragione, somiglia piuttosto a una fuga che a una vittoria. L’unico possibile sistema della ragione è il panteismo, e questo è inevitabilmente pessimismo. Quando per un sistema si è trovato il nome giusto, il resto viene da sé e si è dispensati dalla fatica di ricercare più esattamente ciò che ha in proprio. Anche l’ignorante può, appena gli si da quel mezzo, servirsene per giudicare le opere più meditate. Nondimeno nel fare una così straordinaria affermazione, quel che importa è determinare più precisamente il concetto. Si potrebbe, infatti, non negare che se il panteismo non designasse altro che la dottrina della immanenza delle cose di Dio, si dovrebbe riferire a questa dottrina ogni veduta della ragione in un certo senso. Il senso, però, fa qui la distinzione. Che si possa ammettere il senso fatalistico è innegabile. I più, se fossero sinceri, confesserebbero che, nel modo come sono rappresentate le loro organizzazioni le libertà individuali siano in contraddizione con quasi tutte le qualità di un essere supremo, per esempio con l’onnipotenza. Con la libertà si viene ad affermare, accanto e fuori della potenza divina, un influsso secondo il suo principio incondizionato che è indispensabile in base a quei concetti. Come il sole nel firmamento estingue tutti gli splendori celesti, così e ancor più l’infinita potenza su ogni altra finita. La casualità assoluto nell’essere uno lascia agli altri solo una pas-sività incondizionata. Si aggiunge la dipendenza di tutti gli esseri mondani da Dio, e che anche la loro persistenza è sempre una sola rinnovata creazione, in cui l’essere finito è prodotto, non come una generalità indeterminata, ma come questo essere determinato, simbo-lo, con certi e non altri pensieri e atti. Dire che Dio tenga indietro la sua onnipotenza affinché l’uomo possa operare, o che egli conceda la libertà, non spiega nulla. Se Dio ritirasse per un istante la potenza l’uomo cesserebbe di essere. (Riccardo Alfonso)

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L’arca degli animali di Franco Matticchio alla Casa di Rigoletto a Mantova

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

Mantova. Dall’avvio del Festivaletteratura, una mostra curata da Melania Gazzotti ripercorre la carriera del celebre illustratore attraverso tavole originali e lavori inediti. Franco Matticchio è uno dei più conosciuti illustratori italiani. Nel corso della sua straordinaria carriera, iniziata alla fine degli anni Settanta, ha disegnato per i maggiori quotidiani italiani e ha collaborato con numerosi editori, come autore di copertine e di fumetti. Il suo tratto e il suo immaginario visivo sono altamente riconoscibili e fanno di lui una delle voci più originali del panorama dell’illustrazione editoriale italiana. Per questo si è scelto di presentare la sua mostra “L’arca” nel corso del Festival della Letteratura di Mantova. L’esposizione, a cura di Melania Gazzotti, aprirà l’8 settembre alla Casa di Rigoletto, sede che ha già ospitato, sempre in occasione del Festival, le personali degli illustratori di fama internazionale. Lorenzo Mattotti (settembre 2019) e Gianluigi Toccafondo (settembre 2020). Con “L’arca” Mantova vuole rendere omaggio allo stile inconfondibile di Franco Matticchio e al suo personalissimo sguardo sul mondo, che può essere a volte poetico e discreto, altre volte ironico e surreale, ma sempre caratterizzato da una grande curiosità per la natura umana. L’idea è quella di ripercorrere la carriera dell’autore e la sua vastissima produzione dando risalto a uno dei soggetti da lui più amati: gli animali, che sono sempre stati una fonte inesauribile di ispirazione. Le creature che animano l’universo matticchiano possono provenire direttamente dal mondo animale, che siano domestiche, selvatiche o esotiche, oppure essere il frutto della sfrenata fantasia dell’autore, che spesso gli attribuisce tratti o atteggiamenti umani. Possono essere protagoniste di singole tavole, alcune cupe, altre enigmatiche, altre ancora esilaranti, o di intere saghe, come quella del gatto Jones, un felino in camicia, pantaloni e bretelle e con niente meno che una benda sull’occhio sinistro, star di numerose strisce pubblicate su “Linus” e del volume “Jones e altri sogni” (Rizzoli Lizard, 2016). Altrettanto emblematici sono i bestiari surreali raccolti nei volumi “Animali sbagliati” (Vanvere, 2016) e “Animali sbagliati 3” (Vanvere, 2020), nei quali Matticchio ha dato vita a una serie di esseri fantastici, nati da estrosi giochi di parole. E non può mancare a quest’appello a salire sull’arca di Matticchio il vorace bull terrier bianco con l’occhio nero, disegnato dall’autore per i titoli di testa del film “Il mostro” di Roberto Benigni (1994). Alla Casa di Rigoletto saranno esposte una serie di tavole originali – acquarelli, chine e matite – realizzate per libri, fumetti e giornali, ma anche lavori inediti, provenienti dall’archivio dall’artista e da collezioni private. La mostra, promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Mantova e dall’Associazione Flangini di Milano, potrà essere visitata a ingresso libero fino al 3 ottobre e sarà accompagnata da un catalogo. All’inaugurazione, che avrà luogo martedì 7 settembre alle ore 18, sarà presente l’artista.

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Transizione dall’era fossile a quella rinnovabile nell’industria chimica

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

I membri della Renewable Carbon Initiative (RCI) (www.renewable-carbon-initiative.com), fondata nel settembre 2020, hanno unito le forze per dare forma alla transizione dall’era fossile a quella rinnovabile nell’industria chimica e dei materiali. Questo significa diffondere il concetto di carbonio rinnovabile e sviluppare nuove catene di valore basate sul carbonio rinnovabile come materia prima.Nel frattempo, sono iniziate diverse attività di cui possono beneficiare anche i membri futuri. La prima e più importante è l’avvio di un’analisi politica ad ampio raggio. Quali saranno gli effetti della prossima regolamentazione dei prodotti chimici, della plastica e di altri materiali? Quando e dove è opportuno enfatizzare e citare l’idea del carbonio rinnovabile? L’analisi politica esaminerà le politiche attuali nell’Unione Europea – ed è prevista una successiva espansione anche in America e in Asia. Verrà posta un’attenzione particolare alle politiche e alle regolamentazioni in via di attuazione e sul loro impatto sul carbonio rinnovabile. I membri stanno attualmente decidendo da dove iniziare esattamente, ma le questioni che possono essere prese in considerazione sono: cosa significa la nuova legge sul clima e il “Fit for 55-Package” per le sostanze chimiche e i materiali? Cosa ci si può aspettare dal regolamento REACH e dalle restrizioni sulle microplastiche? Quanto è rilevante la “Sustainable Products Initiative” e le prossime restrizioni per i Green Claims? Economia circolare, inquinamento zero e finanziamento sostenibile sono parole chiave del futuro panorama europeo, che nei prossimi anni potrebbero diventare molto concrete per la chimica e i materiali. Fino a che punto il concetto di carbonio rinnovabile per i materiali è già stato considerato nelle politiche attuali e come potrebbe essere ulteriormente introdotto nella legislazione futura, sono due dei temi principali su cui indaga il gruppo di lavoro “Politica”.A questo gruppo di lavoro possono partecipare tutti i membri dell’RCI. Gli esperti di politica forniscono la loro analisi come base, organizzando discussioni tra i membri del gruppo di politica e pianificando incontri con i responsabili politici per introdurre il concetto di carbonio rinnovabile Sono stati creati altri gruppi di lavoro, uno dei quali si concentra sulla comunicazione e l’altro sullo sviluppo di un marchio per il carbonio rinnovabile. All’inizio di settembre verrà introdotta una comunità del carbonio rinnovabile come punto di partenza per un’interazione ancora maggiore tra i membri, per discutere strategie, creare nuove catene di valore e avviare consorzi di progetto. La Renewable Carbon Initiative (RCI) è un gruppo dinamico e ambizioso di parti interessate. Da quando è stato formato, quasi un anno fa, il numero dei membri è più che raddoppiato e ora fanno parte dell’RCI 25 membri, 6 partner e oltre 200 sostenitori. L’iniziativa accoglie tutte le aziende che hanno intrapreso il percorso di trasformazione della loro base di risorse da fossili a rinnovabili.

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Master in “Manager delle imprese culturali e creative” attivato dalla Scuola di Giurisprudenza di Unicam

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

Camerino. La Scuola di Giurisprudenza dell’Università di Camerino propone un innovativo master altamente professionalizzante in “Manager delle Imprese Culturali e Creative”. Il master di primo livello, diretto dal prof. Francesco Casale, si propone di formare manager, professionisti e consulenti delle ICeC, promuovere la crescita delle stesse attraverso strumenti innovativi, sviluppare reti nazionali e internazionali di ICeC, opportunità commerciali, di partnership e scambio di esperienze. Il tutto nell’ambito di un percorso formativo sia fisico che digitale altamente qualificato che assicura una formazione mirata da parte di docenti universitari, professionisti, manager e imprenditori di valore, anche attraverso l’accesso a expertise tecniche e manageriali, la visita ad imprese di eccellenza del territorio marchigiano, con possibilità di stage formativi presso le stesse nonché la creazione di una community specificamente vocata alla riattivazione culturale ed imprenditoriale dei territori colpiti da eventi avversi locali o globali. “Le imprese culturali e creative – sottolinea il prof. Casale, docente della Scuola di Giurisprudenza di Unicam – avranno un ruolo di primo piano nell’Italia della ripresa post- pandemica. A maggior ragione nelle zone interne del paese o già colpite da eventi traumatici come catastrofi naturali, deindustrializzazione, emigrazione. Unicam lancia quindi la sua sfida: formare i nuovi managers delle imprese culturali e creative per valorizzare il meglio che abbiamo nei nostri territori: un patrimonio culturale, naturalistico, enogastronomico unico al mondo”. “I percorso formativo che sta avviando la Scuola di Giurisprudenza – sottolinea il Rettore Unicam – si inserisce nell’ambito di tematiche che l’Ateneo ritiene prioritarie, tra le quali il sostegno allo sviluppo economico e culturale del territorio, mettendo a disposizione le competenze dei nostri ricercatori e delle nostre ricercatrici”. La scadenza per le iscrizioni è fissata al 15 settembre 2021. Tutte le info sono disponibili nel sito http://www.unicam.it, sezione Avvisi

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Interrogazione parlamentare sul trattamento del personale militare di rientro dai teatri operativi

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

Qualche settimana fa il SIAM era intervenuto per denunciare il pessimo ed indecoroso trattamento riservato al personale militare dell’Aeronautica di rientro dai teatri operativi, in particolare dal teatro Afghano. Ora, anche il Parlamento è intervenuto sulla tematica con una interrogazione al Ministro della Difesa da parte della Deputata Emanuela Corda del Gruppo Misto – L’alternativa c’è. Ai nostri militari, al loro rientro, era stato riservato un trattamento vergognoso con obbligo di quarantena (non previsto dalle circolari di igesan) in licenza straordinaria e a centinaia di kilometri di distanza dall’aeroporto di arrivo, procurando loro enormi disagi dovuti al trasporto in bus dall’altro capo dell’Italia e senza la minima attenzione al benessere psicofisico, specie dopo un lungo e scomodo viaggio con aerei militari. Ci auguriamo che il Ministro Guerini risponda in tempi brevi per chiarire cosa non abbia funzionato nella catena di comando e nell’organizzazione logistica laddove, nell’ultimo periodo, l’Aeronautica ha dimostrato molto presappochismo specie quando si è trattato di gestione del personale militare. Non è accettabile che la Forza Armata enfatizzi mediaticamente la propria efficienza ed efficacia nel suo porsi a servizio del paese, quando poi nella realtà tocca constatare il protrarsi di una scarsa (e, talvolta, inesistente) attenzione per la componente umana impiegata nei teatri operativi esteri. Riteniamo urgente un serio esame di coscienza da parte del Vertice dell’Arma Azzurra e un repentino cambio di rotta nella gestione delle diverse fasi organizzative del personale impiegato in OFCN, per il cui rispetto è necessario che la discrezionalità nelle decisioni, affinché non scada in arbitrio e approssimazione, sia sempre più collegata al principio di legalità.

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Scuola: Classi troppo affollate

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

Il sindacato Anief spiega perché occorre mettere mano alle classi scolastiche, aumentando lo spazio fisico delle aule e riducendo il numero di allievi. “Ci dicono – spiega il leader, Marcello Pacifico – che quella che abbiamo è una organizzazione scolastica normale, ma la legislazione vigente sulla sicurezza impone anche che per stare nelle regole bisognerebbe avere in aula almeno 1,80-1,90 metri quadrati di spazio ad alunno: questo, di norma non avviene perché nella maggior parte dei casi le nostre aule sono più piccole di 35 metri quadrati. Inoltre, uno studio del Politecnico di Torino realizzato in questo periodo di Covid, proprio sul distanziamento da mantenere negli ambienti chiusi, ci dice che in un’aula di quelle dimensioni non possono stare più di 15 individui, sommando insegnanti e alunni”. Ancora di più in tempo di Covid, con le scuole che potrebbero trasformarsi in focolai. “Cambiano i governi, ma il risultato – incalza Pacifico – è sempre quello di non avere la revisione delle regole sul dimensionamento scolastico e sul rapporto alunni-classi. E non importa che oggi la maggior parte del personale, oltre il 90%, si sia vaccinato, come pure il 40% degli studenti tra i 12 e 16 anni ed il 63% dai 16 fino a 19 anni. Perché” da settembre nelle scuole “il virus si continuerà a diffondere, quindi chiuderemo le scuole, manderemo tutti in quarantena e riattiveremo la dad. A quel punto – conclude il presidente del giovane sindacato -, visto che si tornerà alla didattica a distanza, qualcuno dovrà spiegare per quale motivo stiamo obbligando tutto il personale ad avere il Green Pass”.

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Se la verità dorme la menzogna signoreggia

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

Lichtwehr ci narra l’origine della favola con il seguente aneddoto: “Un giorno – era l’ultimo dell’età dell’oro – la Menzogna sorprese la Verità addormentata, la spogliò della sua veste bianca la indossò e divenne subito la dea della terra. Sedotte tutte le genti dal falso splendore, in pochi giorni si videro decadute dalla prima innocenza rinunciarono, quindi, a ogni saggezza e a ogni probità. La Verità fu scacciata e misconosciuta e fu reso alla Menzogna, che aveva preso il nome di quella, il culto che a quella era dovuto. Tutto ciò che la verità diceva era considerata fandonia e tutto ciò che faceva era ritenuto una stravaganza. Se la Verità protestava, le si rideva in faccia, se supplicata era considerata un’importuna. Essa batteva invano di porta in porta e quando si presentava per entrare, le gridavano di proseguire oltre. Vi fu anche chi osò d’incolparla di libertinaggio per la sua nudità. E a lei che fuggiva le gridò: “Ritirati, disgraziata, non troverai qui certo facile modo di esercitare i tuoi fascini.” La Verità proseguì la corsa spaventata. Madida di pianto si rifugiò e si nascose in un deserto. Ma era appena giunta che trovò in una siepe le sue vesti logore che la Menzogna aveva lasciato. Non esitò a indossarle e con quelle vesti rimase sempre Verità, si, ma rivestita dalle apparenze della menzogna. In quel camuffamento riapparve tra gli uomini, i quali l’accolsero con piacere e quelli che prima si erano scandalizzati per la sua nudità l’accolsero in casa propria e la salutarono con il nome di Favola, un nome che da quel giorno essa volle assumere.” A conti fatti cos’è la favola? O meglio la vera favola? E’ una verità necessariamente camuffata di Menzogna per ammaestrare alla virtù e al bene l’uomo. E ancora una volta ci pensa il Fénelon a offrirci un esempio di favola dimostratrice facendo agire con rara sapienza il lupo e il montone. “Parecchi montoni – scrive – si ritenevano in sicurezza nel loro parco: i cani dormivano e il pastore, all’ombra di un grande olmo, si divertiva sonando la zampogna insieme con i pastori suoi vicini. Un lupo famelico si aggirava nei pressi. Un piccolo montone, senza esperienza e che nulla aveva fino allora veduto attaccò discorso con il lupo. “Che venite a cercare qui?” gli chiese. “L’erba tenera e fiorita” rispose il lupo e soggiunse: “Voi sapete che nulla è più dolce quanto pascolare in un verde prato punteggiato di fiori per placare la fame e spegnere la sete nel limpido ruscello. Io ho trovato qui tutto ciò che desideravo. Che posso pretendere di meglio? Io amo la filosofia che insegna a contentarci di poco.” “E’ dunque vero – rispose il montone – che voi non mangiate la carne degli animali e che un poco d’erba soddisfa il vostro appetito? Se così è viviamo insieme e pascoliamo insieme.” Non appena il piccolo montone lascia il parco per il prato, il sobrio lupo lo assale, lo sbrana e lo divora.” Nel commento Fénelon ammonisce: “Diffidate delle belle parole di chi si vanta di essere virtuoso. Giudicate non dalle loro proteste di virtù ma dalle loro azioni.” Il Fénelon rappresenta nel lupo il finto virtuoso e nell’inesperto montone l’animo semplice e trasparente che soccombe dinanzi alla scaltrezza del suo interlocutore. La colpa è forse del lupo scaltro che divora o del montone credulo che si lascia divorare? La risposta è difficile. Di lupi e di montoni è piena la vita sociale e se sono quasi sempre i primi a trionfare sui secondi è così vero che in proposito si suole dire che “chi si fa agnello il lupo lo divora”. Dobbiamo quindi evitare di farci agnelli e cercare quanto più possibile di riconoscere il lupo sin dalle sue prime battute. D’altronde sarebbe inutile condannare il lupo solo perché trae profitto della credulità dell’agnello. Si potrebbe osservare a questo punto che il lupo dà prova di viltà perché non si misura con forze uguali. Non parteggio certo con chi sostiene d’essere del più forte il diritto di vita e di morte, nei confronti del più debole, perché non vedo con simpatia che il forte debba debilitarsi con il debole. Sta di fatto che nella società vi sono lupi e agnelli e la brutta fine, purtroppo, la fanno sempre gli agnelli. (Riccardo Alfonso)

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Non omnis moriar

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

Questo monito è un fervido incitamento come quello che stimola a una morale sopravvivenza o, almeno, al desiderio di una morale sopravvivenza. Non voglio morire del tutto ripete tra sé chi guarda la vita come fecondo campo di lotta nel quale tanto più si vince quanto più si combatte. È se vogliamo, la molla che stimola a vivere nonostante le possibili avversità che incombono e ci possono opprimere sino a portarci alla disperazione e alla rinuncia della stessa vita. Non solo. Vogliamo sentirci detentori di un messaggio che vada oltre il proprio tempo. In proposito Cicerone argomentava: “Terribile è la morte a coloro, per i quali, insieme alla vita, tutto si estingue, non a quelli, di cui sopravvive al mondo la lode.” E di che altro è fatta la lode che sopravvive se non del bene operato nella vita? Né va inteso per bene la so-la azione di un vivere onesto o di un sentimento altruistico per cui continuamente abbiamo agito beneficando. No. È bene e sommo bene la nobiltà dell’ideale di cui siamo portatori, che abbiamo nutrito con fervore e per cui la vita ha assunto nella nostra coscienza un valore che abbiamo saputo manifestare o nell’espressione dell’arte, o nelle speculazioni della scienza, o nella tenacia dello studio, o nella perseveranza di una virtù sempre mantenendoci conformi ai voleri di quelle etiche superiori che sono i cieli sereni della vita morale. In ciò consiste la vera continuazione della vita “poiché a noi si nega vivere lungamente – osserva Cicerone – lasciamo almeno qualcosa che faccia testimonianza dell’essere noi vissuti.” (Riccardo Alfonso)

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Quoties inter homines fui, minor homo redii

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

La sentenza è di Seneca, il grande cinico. Ma dobbiamo ritenere ispirata a cinismo questa sentenza dato che rispecchia il volto di un’amara verità? Sembra che essa consigli di tenersi lontano dagli uomini, quindi sembra dettata da un profondo sentimento di misantropia. Da una prima lettura sembra anche un paradosso inaccettabile sotto ogni rapporto, ma se andiamo più a fondo dobbiamo ritenerla assolutamente vera. Di certo è che non tutti possono approvarla senza curare che lo spirito superiore sdegni la folla: “Odi profanum vulgus” – dice Orazio -. Non è tuttavia necessario ritenersi spiriti superiori per comprendere come trovandosi tra gli uomini se ne esca peggiorati. Non faccio questione di morale. Quante volte ci siamo trovati a contatto con i nostri simili ed è accaduto, di avvertire, in alcune circostanze, un senso se non proprio di disgusto di certo di rammarico? È che lo spirito superiore, aduso al raccoglimento e alla meditazione, si sente defraudato dalla comunicazione con uomini abituati a vani e insulsi cicalecci. Dice bene Socrate che quante volte fu tra gli uomini “minor homo redii” e significa non aumentato ma diminuito. E in che riconosciamo la diminuzione se non nello spirito? La volgarità poco si cura dello spirito intenta più alla vita grossolana che traffica di sentimento come di merce. Nessuna cosa dispiace di più allo spirito che il contatto con la volgarità. Alla volgarità lo spirito superiore non s’impone, come non s’impone luce agli occhi di chi non vede. Vivere giova allo spirito superiore tra uomini che lo comprendano e lo assecondino. Oltre questa cerchia non c’è per esso la sofferenza morale, la diminuzione. Meglio dunque la solitudine, madre feconda d’intensa vita spirituale, creatrice di un mondo senza confine al quale si può riversare tutto il sentimento di cui disponiamo e siamo capaci. (Riccardo Alfonso)

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Il mondo è degli operosi?

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

Scriveva Cesare Balbo nel “Sommario della Storia d’Italia”: “Il mondo è di chi sei prende; cioè degli operosi, cioè di chi opera per sé, cioè degli indipendenti.” Se riduco in estrema sintesi l’osservazione del Balbo, ne ricaverei questa prodigiosa sentenza: “Il mondo è degli indipendenti”. L’indipendenza è un valore che si oppone alla servitù. Nella vita sociale non dovrebbe essere per l’individuo altra servitù all’infuori di quella per la quale ci sentiamo costretti al compimento del proprio dovere, ammesso che il dovere che dobbiamo sempre compiere per noi stessi possa talora apparire come servitù. Non sembri, a questo punto, un paradosso l’affermazione: “Chi è dolcemente e continuamente servo fedele e pronto del proprio dovere è più che mai libero e indipendente.” Nella fattispecie, però, si tratta di ben altro. L’indipendenza morale di cui vogliamo indicare, è già una diretta conseguenza del dovere compiuto tranquillamente e assiduamente, conseguenza che determina uno stato di spirituale sicurezza per cui ci sentiamo liberi in noi e, quel che più importa, liberi al cospetto del mondo. Chi opera servo non della propria coscienza ma dell’altrui, non opera più per sé e contravviene al fecondo spirito d’indipendenza che è spirito rinnovatore e conquistatore. La servitù è sempre un attributo dei deboli come la gruccia un sostegno per chi non può reggersi. Dalla sicurezza di sé lo spirito d’indipendenza e quindi il carattere motore del vero indipendente è che tutto fa per sé e sempre fa, anche quanto tutto quello che fa è per gli altri. “Il mondo è di chi sel prende” non di chi consente che altri lo prendano perché non sanno superare sé stessi e si prestano ai sottili servigi altrui eliminando a poco a poco la propria azione. È il caso quindi di dire che i più grandi indipendenti sono quelli che hanno saputo abilmente spiazzare gli altri. Il tema trattato è per me avvincente. Credo che le parole del Balbo riassuminino il pensiero prevalente dell’Ottocento dove l’opera dell’uomo deve essere improntata a “operosità”, a inventiva, a impegno solidale con i propri simili. Sta di fatto che oggi riusciamo a vedere le cose un tantino diverso. Manca all’uomo la libertà di scelta. Fin dalla nascita è oppresso dai suoi stessi natali: può essere stato generato da famiglie povere o ricche, può essere procreato nel profondo sud e mi riferisco soprattutto all’Africa nera e all’America meridionale ed essere figlio delle bidonville. E oggi ce lo ritroviamo agli angoli delle strade dell’opulento occidente a stendere una mano per elemosinare una monetina per sopravvivere. Come potrà essere operoso? E che senso può avere in questo caso l’operosità? (Riccardo Alfonso)

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I dolori innominati

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

Fu Pietro Verri, per quanto ne so, a chiamarli per primo “dolori innominati”. È un modo di esistere doloroso senza che ci accorgiamo di quale natura sia e da quale parte di noi trae origine. Per Verri ogni uomo ha con sé, quasi sempre, qualche dolore di questo genere, perché ogni uomo ha qualche difetto fisico o ansia spirituale che lo assilla. I “dolori innominati” possono essere il tedio, la noia, l’inquietudine, la malinconia. Sono dolori non forti, ma decisi che ci rendono addolorati senza darci un’idea locale del dolore e formano alla fine il nostro malessere. Questi mali sono la sorgente di tutti i piaceri più delicati della vita. Se esaminiamo l’uomo in cui è veramente allegro, contento e vivace, lo troveremo insensibile alla musica, alla pittura, alla poesia e a ogni espressione artistica a meno che non sia abituato a riflettervi meccanicamente e la vanità lo spinga a mostrarsi sensibile ipocritamente. Per contro se un uomo è triste presterà maggiore attenzione all’armonia, gusterà con delizia la melodia di un bel concerto, godrà un piacere fisico reale che gli farà cessare il suo dolore innominato. La musica, è bene ricordarlo, è una forma di comunicazione molto forte e incisiva e sa esprimere parecchie cose provocando in ciascuno di noi sensazioni anche diversissime. Uno la troverà sommamente semplice e innocente, l’altra tenera e appassionata, il terzo la troverà armonica e ripiena e così via. L’idea che si possa apprezzare meglio la musica quando si è tristi non mi convince del tutto. Sembra quasi che sia un predisposizione necessaria per una lettura di un certo genere. Per quanto possa essere limitata la mia esperienza, posso dire che la musica mi piace in ogni occasione e se sono lieto e ben disposto non mi lascio di certo distrarre da questa mia condizione per divagare con la mente altrove. E questo discorso vale sia per la musica classica sia per quella concertistica ma non certo per quella da camera e questo mi fa pensare che non è il mio dolore innominato a fare la sua scelta ma, semmai, il mio modo di recepire il messaggio musicale, a prescindere. (Riccardo Alfonso)

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L’insegnamento che proviene dalla mitologia: Pallade, Atena

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 agosto 2021

Dal cervello di Giove balzò questa dea che è la più decisa delle divinità elleniche. Ma non aveva Giove inghiottito la sua prima moglie Meti? In proposito vale una precisazione. Meti (il cui nome significa “prudenza” o, in senso cattivo “perfidia”) è una divinità della prima generazione. È figlia d’Oceano e di Teti. Passava per essere stata la prima moglie (o la prima amante) di Zeus. Proprio lei gli diede la droga grazie alla quale Crono dovette rivomitare tutti i figli che aveva divorato. Poi essendo Meti incinta, Gaia e Urano fecero sapere a Giove che dopo avergli dato una figlia, sarebbe nato un figlio, ma costui, più tardi, lo avrebbe spodestato, come lui aveva fatto con Crono. Allora consigliato da Gaia (o dalla stessa Meti) inghiottì Meti e così mise alla luce Atena. Nacque baldanzosa, pronta e armata di tutto punto con tanto di asta, scudo e l’egida della Gorgone. Il tutto incominciò quando un giorno il re degli dèi si sentì dolere fortemente il capo. Chiamò Vulcano e lo pregò di dargli sulla fronte un colpo con il fendente dell’accetta. Vulcano obbedì e dalla larga fessura vide saltar fuori con un acuto grido una bella guerriera con l’elmo d’oro e un giavellotto, che ballò davanti agli dèi attoniti una danza di guerra. Minerva manifestò subito il suo carattere guerriero aiutando il padre nella lotta contro i Titani. Si suppone che prese il nome di Pallade proprio dal nome di uno dei Titani più membruto e feroce degli altri che aveva atterrato. Quando Cecrope ebbe fondata Atene, si trattò di dare il nome a quella città. Nettuno e Minerva si fecero avanti, accampando ciascuno il proprio diritto. Gli dèi, radunati da Giove stabilirono di consacrare l’Attica e d’intitolarla a chi, fra i due, avesse fatto all’umanità il dono più utile. Nettuno batté con il suo tridente la riva del mare, e si vide balzar fuori uno sbuffante cavallo. Minerva colpì il suolo con il ferro della lancia, ed ecco sorgere un albero dai rami contorti, dalle foglie aguzze e grigie, dal tronco rude e nodoso e dalle piccole bacche brune: l’olivo. La sentenza degli dèi, che rivela la loro saggezza, fu la seguente: “Atene sia sacra a Pallade, perché l’umanità ha più da guadagnare dal mite ulivo, simbolo di pace, che dal cavallo, destinato a tirare i carri di guerra e a spandere la morte nei campi di battaglia.” Atena è la dea della guerra, ma differisce molto dal suo sanguinario fratello Marte. Essa combatte non per l’amore della zuffa e della strage, ma per il trionfo della giustizia. Il senso naturalistico della dea è evidente. Dal cielo in bufera balza il raggio luminoso che tutto vede, tutto schiarisce e tutta l’ombra affronta e uccide. Pallade è il fuoco dell’anima e dell’intelletto. Incoraggia gli eroi e li illumina. Li guida all’assalto. È l’amica di Achille, di Ulisse, di Diomede, di Calcante e di altri eroi. È an-che la dea della perseveranza, della misura, della fatica e quindi dell’industria, dell’agricoltura. Ella incoraggia la costruzione di città e la formazione degli stati, agevola la coltura, inventa l’olivo, tempra l’aratro e perfeziona il telaio. Pallade era adorata ad Argo, a Corinto, a Sparta in Tessaglia, in Beozia, a Rodi e specialmente nell’Attica ad Atene, che aveva vinto a Poseidone con l’offerta dell’olivo. Due templi erano nell’Acropoli, l’Eretteo e il Partenone, a lei dedicati, l’uno a settentrione, con tre celle destinate ad Atene, a Poseidone, a Pandroso, l’altro il Partenone interamente dedicato al culto di Atena vergine e scolpita da Fidia.Le più notevoli feste che si celebravano in onore di Pallade erano le panatenee dell’anno terzo di ogni olimpiade con varie manifestazioni di corse, giochi, offerte e processioni. Con Pallade Atena presto venne identificata dai romani la loro Minerva, senonché in origine la Minerva romana non fu guerriera, ma soltanto pacifica protettrice del lavoro. Dopo le grandi conquiste soltanto Pompeo prima e Augusto poi le eressero dei templi. Con Giove e Giunone Minerva era anche adorata nel tempio del Capitolino. Come le panatenee in Grecia e così a Roma molte feste avevano luogo in onore di Minerva. La più grande fu quella che si celebrava a marzo a cui tutto il popolo prendeva parte straordinaria ed entusiastica. Altre feste minori si celebravano nel giugno. Minerva o Pallade Atena ha di sé lasciata impronta profonda e indelebile in tutte le arti. I poeti da Omero a Pindaro l’hanno in tutte le fogge esaltata. Figure di legno o di bronzo, chiamati appunto Palladi, si tenevano accanto al focolare e si fissa-vano sulle mura delle città per allontanare i nemici. Rappresentata da una miriade di scultori, essa fu in eterno fermata e immortalata dallo scalpello di Fidia nella statua che si adorava nella cella di Atena Parteno. Il Gentile in merito scrisse: “Rappresentava la vergine dea protettrice di Atena, nella serena maestà della pace dopo la vittoria. Ritta con il piede destro leggermente in avanti, la copriva un semplice chitonche a larghe pieghe. Le scendeva ai piedi, nuda le braccia e il collo, il petto coperto dall’egida, nel cui mezzo effigiato il capo anguicrinito della Medusa, la testa difesa con l’elmetto attico, adorno sul davanti da una figura di sfinge, e sui lati da due grifoni in alto rilievo, simbolo quello della imperscrutabile sapienza della dea. La mano sinistra posava leggermente sull’orlo superiore dello scudo e insieme reggeva l’asta che come abbandonata le si reclinava alla spalla. Di sotto allo scudo ergeva il collo un serpente accovacciato. La mano destra era protesa in avanti sostenendo sulla palma una statuetta della vittoria alata.” Tutte le figurazioni posteriori alla dea sono ispirate a questi tre tipi. E gli scultori non hanno dimenticato mai di porle accanto la civetta e il serpente, che, come l’ulivo, le sono sacri. (Riccardo Alfonso)

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Dal passato remoto all’attualità: La lezione che viene da Tito Livio

Posted by fidest press agency su domenica, 29 agosto 2021

Scriveva Tito Livio: “Questa è l’indole della moltitudine o servilmente si sottomette o ferocemente signoreggia; non sa né misuratamente spregiare, né possedere la libertà che è nel mezzo.” Nel commento si legge: “La storia di tutti i tempi e di tutte le genti ci offre larga messe di esempi per dimostrare la profonda verità di questa sentenza. In ogni popolo sempre la libertà è divenuta anarchia, la sommissione cesarismo.” Cosa s’intende dire? Dobbiamo forse considerare che la grande massa, la parte più vitale di una nazione, finisce con l’essere governata più dall’istinto che dalla ragione, più dall’impeto che non conosce confini ed è inerte, grave, brutale? Quante volte assistiamo alla parola che riesce a provocare e ad abbagliare chi ascolta, ma trascorso il momento magico la stessa parola sarà trascinata nel fango, dall’irrisione e annegata nella gora della volgarità. Come la foresta ora il piano ora il dorso mostra delle foglie a seconda che vada o venga la raffica, e così la moltitudine ha entusiasmi e odi, a seconda di illogiche e fugaci variazioni. Dobbiamo, quindi, arguire, che quando più ferreo e insoffribile il giogo tanto più chi lo subisce lo tollera paziente e rassegnato? Ma fino a quando? Finché arriverà un imbonitore di turno che cavalcherà la speranza di una riforma, chiederà una rivoluzione, parlerà di una rinnovazione e si arriverà alla guerra? E dopo? Penso alla “Enciclopedia” che aveva preparato alla rivolta filosofica e che condusse alla Rivoluzione Francese e al Marxismo che aveva costruito le premesse per la Rivoluzione d’ottobre in Russia. Segue, logica e ineluttabile, la personificazione di questa rivolta che è sedata con la vittoria ma è pagata con l’arbitrio e già si pensa ad un’altra rivoluzione. E via di questo passo. La mia riflessione a questo punto s’incentra su un personaggio di mia creazione: Vulnus. Un uomo che ho collocato intorno al tremila d.C. ma con una dote particolare che gli ha permesso di ricordare il tempo in cui aveva vissuto nel XX secolo. Ciò mi consentì un parallelismo tra una società come la mia, in una crisi profonda d’identificazione, e quella possibile che avrebbe potuto scaturire un millennio dopo. L’interrogativo di fondo resta quello di chiedersi se fosse stato possibile costruire un modello di società in cui non vi fosse un popolo da sottomettere e un altro da sollevare in armi per spezzare il giogo che lo tiene imprigionato. La risposta che ho trovato è positiva ma a quale prezzo? E Vulnus sta lì a raccontarcelo in tutti i dettagli. (Riccardo Alfonso dal libro “Io scrivo”)

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“Chi biasima la pittura biasima la natura”

Posted by fidest press agency su domenica, 29 agosto 2021

Vi sono alcune cose nelle quali è insopportabile la mediocrità: la poesia, la musica, la pittura, i discorsi pubblici, ecc. Così la pensava La Bruyère. Come immaginare un mediocre in poesia, in quest’arte eletta di pensiero, che varca i limiti dell’individuazione e si ricongiunge ad altissimi cerchi di eternità? Così la musica, si può definire il linguaggio inespresso e inesprimibile dell’universo. A chi se non agli eletti essa prodiga la virtù dei suoi prodigiosi tesori? E gli eletti sono coloro che dell’arte hanno un sacerdozio, e servono in adorazioni assidue, si-lenziose, logoratrici, coloro per cui l’arte non è più godimento, ma sofferenza. I mediocri vi portano invece le loro consuetudini inerte e meschine. Il mediocre in arte si riconosce appunto dal suo agevole adattamento alle costrizioni della vita e le reputa necessarie e ineluttabili. Scrivendo i miei otto volumi sulla Storia della pittura non ho considerato in questo, come in altri campi, che vi possa essere stato una mediocrità. Si può accettare o respingere un’opera d’arte, una poesia, un’espressione musicale, ma tutto questo fa parte della personale sensibilità, della capacità o meno di recepire un segnale. D’altra parte, la creazione artistica di chi osserva un dipinto con occhio eccessivamente critico dovrebbe considerare, come argomenta Leonardo, che “Chi biasima la pittura biasima la natura, perché l’opera del pittore rappresenta la stessa natura e per questo il biasimatore ha carestia di sentimento.” Ne consegue che se l’opera del pittore rappresenta la natura il pittore deve essere convinto di studiare ciò che è la “natura”, non il deforme che pure è in natura ma non è la natura. In altri termini: “Il pittore disputa e gareggia con la natura”. E la natura, si sa, è equilibrio e armonia ed è quella che regge l’Universo. La pittura interpretando in tal modo la natura “ha il suo fine – a detta di Leonardo – comunicabile a tutte le generazioni dell’Universo, perché il suo fine è subietto della virtù visiva, e non passa per l’orecchio al senso comune con il medesimo modo che vi passa per il vedere. Questa non ha dunque bisogno d’interpreti di diverse lingue, come hanno le lettere, e subito ha soddisfatto all’umana specie, non altrimenti delle cose della natura. E non alla specie umana, soltanto, ma anche agli altri animali come avvenne di una pittura alla quale fecero carezze li piccioli figlioli che ancora erano nelle fasce e similmente il cane e la gatta della casa. Era cosa meravigliosa considerare tale spettacolo.” È perché la pittura è arte per eccellenza, Leonardo che non commentava certo per rivelarsi, come si suole dire, “Cicero pro domo” né per far emergere l’opera propria osserva: “La proporzione è dall’immaginazione all’effetto qual è dall’ombra al corpo ombroso, e la medesima proporzione è dalla poesia alla pittura. Perché la poesia pone le sue cose nell’immaginazione mentre la pittura riceve dall’occhio le similitudini come se fossero naturali. La poesia le dà senza similitudini e non passano all’impressione per la via della virtù visiva come la pittura.” E prosegue asserendo: “La pittura rappresenta al senso con più verità e certezza, le opere di natura, che non facciano le parole e le lettere, ma le lettere rappresentano con più verità le parole che non faccia la pittura. Ma diremmo essere più mirabile quella scienza che configura l’opera di natura che quella che rappresenta l’opera dell’operatore, cioè l’opera degli uomini che sono le parole, come della poesia e simili che passano per l’umana lingua.” Io non so se si possa in tutto convenire intorno all’eccellenza della pittura su tutte le arti, ma certo che potrei dinanzi all’armonia muta dei colori, chiedere se non prevalga sul sentimento umano e non giovi meglio all’educazione l’armonia vibrante della musica. Il discorso vale anche quando apriamo un libro e incominciamo a leggere o ascoltare chi lo legge. La prima cosa che cerco di fare è quella d’entrare in armonia con l’autore, di comprendere il suo intimo messaggio. Solo in questo modo posso mettere in attiva commozione il mio sentimento votato, per lo più, alla semplicità per disporre l’animo all’accoglienza. In tutto questo, a differenza di Leonardo, non cerco primati riconoscendo ad ogni espressione artistica e letteraria un suo predominio in sé che è volto alla sete del sapere, del conoscere e del riconoscerci con la natura e a cercare d’entrare con essa in simbiosi con la propria sensibilità percettiva.Ogni libro deve, quindi, attingere e profondamente agitare qualche, sia pur piccola, parte di noi, per conquistare ogni giorno una vetta e renderci coscienti di queste graduali conquiste. Di solito leggo un libro senza tener conto dei giudizi della critica convinto, come sono, che i libri non vanno considerati attraverso il parere altrui e così vale per tutte le altre espressioni artistiche compresa, ovviamente, la pittura. Come lettore cerco di mettere nella lettura qualcosa di me. Leggere, tuttavia, ha tanti significati quanti possono essere i lettori. Perciò se una lettura eccita in noi l’entusiasmo, l’angoscia, il dolore, qualunque insomma delle squisite e sterili emozioni dell’arte, non guardiamo sottilmente indagatori se qua vi è un refuso, là una manchevolezza e più in là una ripetizione o un madornale errore grammaticale o sintattico. Chi ama il libro che legge è certo capace d’amare molte altre cose belle nella vita e porterà nelle sue adorazioni la stessa dote di interesse e di raccoglimento e che va, indubbiamente, oltre la forma. Come esercizio e pratica di vita, la lettura è la più rapida preparazione culturale e la più efficace. Perché ci abitua a guardare entro le cose e ce le mostra in luce di purezza e di poesia. Del resto, non è ancora dimostrato che sia male penetrare nella vita con un poco di illusioni. Abituiamoci a non pretendere da un libro la perfezione e la cura del particolare. È uno sforzo che non è dell’uomo. Flaubert, giunto a sana e fisica maturità d’ingegno, impazziva intere giornate nella ricerca di un aggettivo. E questa malattia dell’aggettivo fu proprio di tutta un’età letteraria. Penso al Baudelaire e al Verlaine. (Riccardo Alfonso)

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L’ape è quel meraviglioso insetto assunto dall’arte a simboleggiare l’industria

Posted by fidest press agency su domenica, 29 agosto 2021

Con il suo lavoro veramente assiduo, non solo edifica cellette ceree che costituiscono un vero reame ordinato e regolato sotto la reggenza di un’ape, detta regina, ma trae dai fiori con pazienza esemplare sotto ogni rapporto il succo che si tra-sforma in miele. Lavoro istintivo, senza dubbio, ma che noi eleviamo a simbolo per eccellenza. Se confrontiamo la sua attività con quella, ad esempio, del ragno entrambi possono essere considerati industriosi ma con la differenza che quest’ultimo costruisce la sua produzione con l’insidia. Anche se volessimo trascurare il miele che è la produzione industriale dell’ape dovremmo mettere in conto pure l’altro suo prodotto: la cera. Che vediamo nella cera se non un meraviglioso simbolo di luce? L’ape, dunque, ci ammaestra come il lavoro possa solo volgere in dolcezza e in luce ogni più amara e oscura fatica. Al contrario della formica l’ape nelle favole è rappresentata come simbolo spietato di vendetta. Eppure, nel pungere l’ape lascia il proprio pungiglione e muore. Essa muore per difendersi e nessuna morte è tanto grande quanto quella di questo insetto che dinanzi all’insidia sacrifica la sua vita. Il Fénelon proponeva l’esempio delle api al duca di Borgogna, suo allievo, il quale morì prima di essere re. Ecco l’esempio: “Un giovane principe all’apparire della primavera, quando tutta la natura si rianima, passeggiava in un delizioso giardino. Come udì un forte ronzio scorse un alveare. Si avvicinò per godere di quello spettacolo nuovo per lui, e con sorpresa vide l’ordine, la cura e il lavoro di quella piccola repubblica. Le cellette cominciavano a formarsi e ad assumere aspetto regolare. Le api in parte le riempivano con il loro dolce nettare, altri portavano fiori scelti tra la ricchezza della primavera. L’ozio e la pigrizia erano prescritti da quel piccolo stato, tutto era in moto ma senza confusione e senza tumulto. Tra le api, le più esperte guidavano le altre, le quali obbedivano senza rammarico e non nutrivano gelosia per quelle che erano le proposte. Mentre il giovane principe contemplava quella cosa, un’ape, che tutte le altre riconoscevano regina, si avvicinò a lui e disse: “La vista dell’opera nostra e della nostra condotta vi consola, ma essa deve ancora meglio istruirvi. Noi non soffriamo mai, nel nostro stato, né disordine né altro. Nel nostro ambiente si è autorevoli se gioviamo al benessere della nostra organizzazione. Il merito è l’unica via che elevi ai primi posti.” “Noi non ci occupiamo d’altro notte e giorno se non di cose dalle quali l’uomo trae ogni utilità. Possiate voi pure un giorno essere come noi e condurre nell’umana società l’ordine che tanto ammirate nel nostro piccolo stato. In questo modo voi lavorerete sia per la vostra felicità sia per quella degli uomini e adempirete così l’ufficio che il destino vi ha assegnato senza però sentirvi maggiore degli altri, se non per proteggerli, se non per impedire i mali che li minacciano, se non per procurare loro tutti i beni che hanno diritto di aspettare da un governo vigile e paterno.” La sapiente ape regina di Fénelon ignora il machiavellismo e si offre esempio vivente di senno e di generosità. C’è quindi una morale? Certo. Quante vespe umane dovrebbero da questo insetto imparare che cosa sia dignità di vita? E di questo ho trovato sufficiente materia per scrivere un libro per ribadire un concetto semplice nella definizione ma difficile nel volerlo realizzare e che posso riassumere in quello che è il diritto alla vita e a vivere. Abbiamo sostenuto, e a ragione, che il diritto alla vita è sacro mentre abbiamo reso molto sfumato l’altro diritto a vivere. È come dire noi ti garantiamo la vita ma al resto devi provvedervi personalmente. È senza dubbio un modo egoistico per affrontare la situazione. A mio avviso sono due diritti inscindibili tra loro. Che senso può avere, infatti, darsi tanto da fare per assicurare la vita se poi ce la riprendiamo non offrendo ai nascituri l’assistenza necessaria per crescere, maturare e prosperare nella vita a prescindere dai propri natali ma in nome di una solidarietà universale che si può anche chiamare dignità e diritto a voler spartire equanimemente le risorse disponibili sulla terra. (Riccardo Alfonso)

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