Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

Archive for 25 luglio 2018

UNICEF Italia: Francesco Samengo eletto nuovo Presidente. Paolo Rozera confermato Direttore generale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 luglio 2018

Roma. L’UNICEF Italia ha un nuovo Presidente: è Francesco Samengo, eletto oggi dal nuovo Consiglio Direttivo, riunito per la prima volta a Roma, alla presenza del notaio Vincenzo Lino. Nella stessa riunione Paolo Rozera è stato riconfermato Direttore generale. Carmela Pace è stata nominata Vice Presidente del Comitato.
Il Nuovo Consiglio Direttivo dell’UNICEF Italia, nominato dall’Assemblea del Comitato lo scorso 7 giugno, è composto, oltre che dal Presidente Samengo e dalla Vice Presidente Pace, dai seguenti membri: Alberto Baban, Eleonora Baltolu, Brunello Cucinelli, Matteo De Mitri, Ginevra Elkann, Giovanni Malagò, Anna Miccoli, Carmela Pace, Claudia Sella, Patrizia Surace, Diego Vecchiato e Walter Veltroni.“Oggi, come ogni giorno, 7.000 neonati moriranno prima di compiere il loro primo mese di vita: è a loro che va il mio primo pensiero. Come UNICEF lavoreremo affinché ogni mamma e ogni bambino, soprattutto i più vulnerabili, ricevano assistenza sanitaria di qualità a prezzi accessibili”, ha detto il neo Presidente Samengo. “Lavoreremo anche per aiutare i 200 milioni di bambini colpiti nel 2017 da malnutrizione cronica e acuta. Il mio impegno, inoltre, sarà rivolto ad assicurare i diritti di tutti i bambini che vivono in Italia, molti dei quali ho incontrato in decenni di appassionato impegno come volontario. Tenendo come riferimento la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, vogliamo costruire un mondo più a ‘misura di bambina e di bambino’. Un particolare ringraziamento va a Giacomo Guerrera, che ha guidato con saggezza e lungimiranza l’organizzazione negli ultimi 6 anni, e che continuerà a servire come Past President”, ha concluso Samengo.
Francesco Samengo è volontario UNICEF da oltre venti anni; già componente del Consiglio Direttivo, dal 2001 ha ricoperto la carica di Presidente del Comitato Regionale Calabria per l’UNICEF, riuscendo a sviluppare ed incrementare molte attività e iniziative, tra cui: stipula di protocolli d’intesa con i due Tribunali per i minorenni dei distretti di Reggio Calabria e Catanzaro, gli accordi con le Prefetture provinciali, le intese con le Università della Calabria e Mediterranea di Reggio Calabria, le convenzioni stipulate con il Garante Regionale per l’Infanzia e l’Adolescenza, con vari Ordini professionali, con l’Ufficio Scolastico regionale, con il CONI.Francesco Samengo è nato a Cassano Jonio (CS), ma vive a Roma da molti anni. Laureato in Economia e Commercio, iscritto all’Albo dei Dottori Commercialisti e dei Revisori Contabili, ha ricoperto importanti ruoli manageriali ed apicali in numerose aziende pubbliche.
Il Presidente Francesco Samengo – insieme con tutti i membri del Consiglio Direttivo – rimarrà in carica per i prossimi 4 anni.

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Marchionne: Una morte fulminea e inattesa

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 luglio 2018

Dichiarazione del presidente dell’Aci presidente Angelo Sticchi Damiani: “Oggi, purtroppo, siamo stati raggiunti da una notizia dolorosa. Una notizia che non avremmo voluto sentire: Sergio Marchionne è morto. Una morte fulminea e inattesa, come fulminea e inattesa fu la sua comparsa alla guida del Gruppo Fiat e fulminea e inattesa è stata la creazione di Fca. Per me personalmente, per l’Automobile Club d’Italia e per l’intera famiglia non solo italiana dell’auto, è difficile accettare la scomparsa così prematura di uomo tanto forte nella sua umanità e personalità, quanto capace e innovatore.Per il manager industriale, parlano le realizzazioni, i prodotti, i numeri, ed è lunga la lista dei modelli Fiat, Ferrari, Alfa Romeo, Lancia, Maserati, Abarth, Jeep, Ram, Chrysler e altri che hanno avuto luce e successo sotto il suo impulso e grazie alla differenza fatta della sua visione e dalla sua caparbietà. Per l’uomo parlano la speranza e le certezze ridate a decine di migliaia di lavoratori degli stabilimenti FCA, in Italia e nel mondo, come l’umiltà senza mediocrità del suo modo di affrontare la vita, le donne e gli uomini che incontrava.Noi piangiamo entrambi: il manager e l’uomo. E ci stringiamo alla sua famiglia, ai suoi cari e a tutti coloro i quali hanno avuto il privilegio di conoscerlo e collaborare con lui.A noi mancheranno entrambi e, con ACI, saremo al fianco di John Elkann e di Michael Manley, sicuri che sapranno proseguire, senza incertezze, sulla grande strada tracciata da Sergio Marchionne”.

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Cordoglio per la scomparsa di Sergio Marchionne

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 luglio 2018

Da italiana ho contestato tante delle sue scelte in tema di delocalizzazione dell’industria automobilistica italiana ma le sue capacità manageriali sono indiscusse. La mia vicinanza e quella di FdI alla sua famiglia e ai suoi cari». È quanto ha scritto su Twitter il presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni. Da Forza Italia: Su iniziativa del deputato di Forza Italia, Giorgio Mulè, le Commissioni Affari costituzionali e Traporti riunite congiunte hanno osservato un minuto di silenzio in apertura di seduta per ricordare Sergio Marchionne. “Un uomo – ha affermato Mulè aprendo i lavori – che è destinato a lasciare un’impronta indelebile nella storia industriale di questo Paese”. (n.r. la Fidest si associa condividendo le parole della Meloni)

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Il ruolo dell’uomo nel mondo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 luglio 2018

Non sono certo le tendenze integraliste e isolazioniste di quanti vedono, in chiave etnica e razziale, il ruolo dell’uomo nel mondo. Il terreno per misurarci e competere può essere un altro. E’ un aspetto dalle molte “facce”: da quella culturale e turistica all’economica e sociale. E’ un discorso, dopo di tutto, non nuovo. Abbiamo un passato che dovrebbe aiutarci a capire poiché le vicende del nostro presente ci accomunano con i tempi andati. Oggi, se ammiriamo le bellezze architettoniche della Spagna o se seguiamo con un certo interesse alcune manifestazioni folkloristiche in Sicilia o in Calabria, possiamo richiamarci alla cultura araba che ne ha lasciato l’impronta.
Noi credo che da tutto ciò non possa provenire un messaggio indicativo soprattutto se ritorniamo in quei paesi del Molise, della Puglia, della Calabria, della Lucania e della Sicilia, dove restano quasi immutate, nel tempo, la lingua e le tradizioni ora albanesi, ora greche, ora arabe. Persino nei tratti somatici delle nostre genti noi a volte scorgiamo il passaggio di questi “conquistatori” che dal Sud al Nord hanno percorso la penisola italica, la Spagna e i paesi Slavi. Furono amati e odiati, furono temuti e attesi come liberatori, furono l’anima dei primi commerci, furono i portatori di novità di grande rilievo e che ancora oggi ne assaporiamo i frutti: pensiamo all’uso della carta e alle tecniche per la sua produzione importata in Europa dagli arabi che a loro volta ne carpirono i segreti dai cinesi. Mi riferisco ai tempi nei quali si affermava che “La cristianità era come un’isola circondata dai flutti minacciosi della barbarie e dell’Islam.”
Da allora, dalla metà del nono secolo in poi, con il declino dell’impero cristiano carolingio, il “mare nostrum”, non inteso in senso latino, nel suo concetto di conquista, divenne sempre più un crocevia per stimolare altri interessi. Divenne un ponte costruito più per la condivisione che per rinfocolare gli opposti interessi o sogni di rivalsa e di dominio. Tutto ciò a dispetto delle numerose iniziali incursioni e infiltrazioni dei saraceni lungo le coste italiche: Piraticam exercentes!
Oggi su questo Mediterraneo noi vorremmo che si consolidasse un nuovo “polo” economico, commerciale, culturale e sul quale costruire la società del post 2000 in un’area che ne ha tutte le premesse e i precedenti storici per farlo. Farlo a dispetto degli integralismi che possono guastarne il rapporto, le incomprensioni che possono ritardare la realizzazione del progetto, le gelosie di chi teme che il primato di una grande alleanza sia di altri, e non la propria, e di chi procede come una “talpa” e non riesce a vedere oltre il proprio naso. L’Italia e la Spagna sono, d’altra parte, i paesi del bacino del Mediterraneo che, a mio avviso, meglio identificano la loro capacità di edificare un costruttivo dialogo tra le varie parti. Proprio per questo motivo incomincio a parlare della Spagna. Lo faccio per affermare che tra i paesi europei la Spagna è stata quella che conserva i ricordi più vivi del mondo arabo. (Riccardo Alfonso)

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AURAK Enters into a Memorandum of Understanding with Al-Farabi Kazakh National University

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 luglio 2018

The American University of Ras Al Khaimah (AURAK) President, Professor Hassan Hamdan Al Alkim, and the Al-Farabi Kazakh National University (KazNU) Rector, Professor Galimkair Mutanov, of the Republic of Kazakhstan, signed a Memorandum of Understanding (MoU), agreeing to exchange students, faculty, and research.In the spirit of fostering a close international relationship between the Republic of Kazakhstan and the United Arab Emirates, developing bilateral relations in educational and scientific fields, and wishing to make their own contributions to the development of cooperation between the two institutions, AURAK and the Al-Farabi Kazakh National University signed an MoU.
The memorandum of understanding aims to promote educational and scientific cooperation, which would be facilitated through the exchange of students and faculty, as well as collaboration in research. The newly-signed agreement also provides a basis for cultural exchange between the United Arab Emirates and the Republic of Kazakhstan, as well as the possibility for even closer academic ties between the two institutions, through dual degree programs.Dr. Lee Waller, AURAK Dean of Student Success and Enrollment Management, was overjoyed with the opportunity to solidify cultural connections this partnership enables, “The celebrated signing between Al-Farabi Kazakh National University and American University of Ras Al Khaimah will increase collaboration between these two highly respected international universities and open the door of opportunity for the peoples of both nations.”Assuredly, both AURAK and Al-Farabi Kazakh National University will experience student success fostered from the collaborations of this partnership. Prof. Hassan asserted, “In Al-Farabi Kazakh National University we have an esteemed collegiate cohort which will bolster the educational experience for our students with ample opportunities to advance them both in their studies and in making international connections.”At present AURAK has a range of international partners across Africa, Asia, Europe, and North America, opening a wide spectrum of possibilities to students including exchange and study abroad programs for up to one year, as well as shorter summer sessions.

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Commercio: Campidoglio, “made in Rome” alla conquista del web

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 luglio 2018

Prodotti “made in Rome” alla conquista del web. Via libera alla memoria di Giunta che inaugura la promozione on line di artigianato, manifattura e gastronomia locali. Scopo del provvedimento, quello di valorizzare, sostenere e incentivare lo sviluppo territoriale delle produzioni d’eccellenza.Protagoniste dell’iniziativa, saranno le aziende del tessuto produttivo capitolino, che l’amministrazione intende supportare agevolandone il lancio e la presenza su piattaforme e-commerce leader di settore, massimizzandone promozione e diffusione in ambito internazionale.
“In fatto di commercio, ‘visibilità’ e ‘presenza’ delle imprese sui mercati internazionali sono determinanti. Il fatturato nazionale dell’e-commerce è in crescita, con una previsione che nel 2018 il Consorzio del Commercio Digitale Italiano stima sui 27 miliardi di euro. Un’occasione imperdibile per l’artigianato d’eccellenza romano. Il nostro obiettivo è quello di creare un reale punto d’incontro fra produttori e pubblico internazionale, in modo da stimolare la domanda di tipicità territoriali e incentivare lo sviluppo delle imprese locali. Qualità come punta di diamante del nostro export nel mondo, vetrine virtuali per potenziarne competitività e successo”, dichiara la Sindaca di Roma Capitale Virginia Raggi.Tenuto conto della natura strategica dell’e-commerce, soprattutto in relazione alla domanda di articoli di nicchia, produzioni tipiche o particolarmente pregiate, Roma Capitale coinvolgerà le associazioni di categoria più rappresentative del commercio e della produzione locali, in un dialogo con gli operatori di vendita on-line, per la realizzazione di specifici spazi vetrina dedicati al “made in Rome”.“Lo standard qualitativo delle nostre produzioni è elevatissimo, riconosciuto a livelli internazionali. Stando all’ICE, nel 2017 l’export italiano è cresciuto del +7,4% per un totale di 448 miliardi, con picchi nei settori dell’alimentare (+7,5%), della moda (4,7%), della conceria (5,9%) e dell’artigianato in generale. Tutte produzioni che a Roma – dalla sartoria alla gastronomia, passando per l’artigianato – si valgono di una tradizione senza precedenti, con un’incidenza significativa sul turismo di settore. Ma dobbiamo innovare: le nuove frontiere del commercio e dello sviluppo sono la digitalizzazione dell’offerta, la disponibilità on line, la facilitazione dei contatti b2c. Il web moltiplica le opportunità e velocizza le risposte, ottimizzando costi e benefici. La nostra eccellenza ne ha bisogno”, aggiunge Carlo Cafarotti, Assessore allo Sviluppo economico, Turismo e Lavoro di Roma Capitale.

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Scuola – Precariato eterno, forse siamo alla svolta

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 luglio 2018

Arriva in Parlamento una richiesta di modifica al decreto Dignità con la quale i partiti di maggioranza intendono superare il tetto massimo di mesi di supplenza dei docenti e del personale Ata della scuola imposto dalla riforma Renzi: il divieto attuale, che ribalta le indicazioni UE, è stato introdotto dalla Legge 107/2015, la cosiddetta Buona Scuola, e decorre dal 1° settembre 2016, con effetti di mancata possibilità di potere accettare supplenze di lunga durata già dal 2019. Ora, però, l’emendamento al dl dignità presentato dalla maggioranza vuole dire basta a quell’ingiusto limite dei 36 mesi, previsto a decorrere da settembre 2016. La presentazione dell’emendamento, sostenuta dai due partiti che compongono la maggioranza dell’attuale esecutivo, è stata accolta con soddisfazione da parte del sindacato Anief, il quale non è un caso che a sua volta abbia predisposto proprio in questi giorni una richiesta analoga ai parlamentari, all’interno del pacchetto emendamenti allo stesso decreto Dignità che martedì prossimo, 24 luglio, arriverà in Aula. Marcello Pacifico (Anief-Cisal): Approvare la cancellazione del comma 131 della Legge 107/2015 è una tappa fondamentale, perché il governo precedente è riuscito nell’impresa di ribaltare quanto indicato dai giudici di Strasburgo nel 2014, quando la Corte di Giustizia Europea stabilirono che i 36 mesi di servizio svolto vanno considerati come soglia d’accesso e non come motivo di respingimento dalla stabilizzazione

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I flussi migratori e il futuro demografico dell’area mediterranea

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 luglio 2018

Le proiezioni fino al 2025 indicano la forte tendenza emigratoria, dei paesi arabi, legata a due importanti fattori: l’aumento della popolazione e la mancanza di sbocchi lavorativi. Una situazione che stride con la stabilità demografica degli europei e la ricerca di uno sviluppo tecnologico omogeneo che genera maggiori opportunità d’impieghi qualificati.
Va tuttavia precisato che per i paesi arabi le proiezioni prevedono, dal 2020 in poi, una riduzione sensibile dei tassi di natalità rispetto alla crescita odierna. Se questo dato non fosse confermato il mondo arabo registrerebbe, con le attuali potenzialità, una percentuale delle nascite superiore al 40%. I problemi più scottanti riguardano l’alimentazione e l’occupazione. Seguono, subito dopo, l’ordine pubblico e la compatibilità ambientale. Nel frattempo dobbiamo attenderci una mobilità crescente dei flussi migratori e l’Italia, in particolare, dovrà subire pressioni di ogni genere sia di ordine interno sia esterne.
Non credo, in effetti, che sia facile rabbonire l’opinione pubblica nazionale dinanzi a fenomeni di sbarchi in massa lungo le coste calabresi, siciliane e pugliesi. Non è di certo la soluzione del problema migratorio se noi non ci adoperiamo ad andare all’origine delle cause scatenanti che le provocano. Un primo aspetto è indubbiamente quello della natività.
Siamo in troppi sulla terra e per giunta le risorse disponibili sono mal distribuite.
Oggi, ad esempio il 10% della popolazione italiana assorbe il 50% del fabbisogno dell’intera nazione.
Questo significa che a fronte di grandi ricchezze sempre più “sfacciate e arroganti” si contrappone una massa di persone sempre più povere ed emarginate.
Se noi non riusciamo a determinare una svolta radicale a quest’andazzo che, per altro, rischia di provocare grossi guasti culturali e sociali, si corre il rischio di brutalizzare la stessa convivenza umana e di rendere i vari sistemi paese ingovernabili.
Già ora il Santo padre Francesco paventa la possibilità che a provocare una guerra non vi siano ragioni umanitarie ma legate all’accaparramento di risorse energetiche, sottraendole agli stessi legittimi detentori, e alla vendita delle armi per far prosperare le aziende che le producano e che possono trovare dei compratori solo da parte di chi scatena le guerre.
Con quest’andazzo persino parole come democrazia, giustizia e libertà, che l’Occidente da un paio di secoli si è appropriato a parole ma si è guardato bene da concretarle, hanno perso il loro significato originario ma sono diventate solo una scusa per gettare fumo negli occhi di chi realmente ci crede.
Dobbiamo altresì prevedere che esiste un’alta percentuale d’immigrati incapace di adattarsi al nuovo ambiente che ha scelto in tempi brevi e che i loro spazi lavorativi, data la scarsa qualificazione professionale, sono molto limitati per cui è facile pensare che una parte di costoro verrà alla fine irretito dalla malavita locale. Inoltre ci troviamo in un Bacino Mediterraneo, dove da qualche tempo esistono due culture, per grandi linee, così diverse tra di loro e se il contrasto non è esploso con violenza, è perché sono vissute a “distanza”. Ora si tratta della ricerca di una supremazia territoriale dettata da ragioni vitali di spazio e di lavoro che li avvicina di certo, ma ci fa correre anche il rischio di renderli conflittuali.
Per evitarlo dobbiamo impegnarci, sin da oggi, di creare le condizioni più idonee al supera-mento di tali impedimenti, attraverso una maggiore e migliore conoscenza delle due culture e alla ricerca, anche seguendo percorsi diversi, di un modus vivendi. (Riccardo Alfonso)

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Il nemico “ideale”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 luglio 2018

Il nemico “ideale” per un terrorista medio orientale non è l’Europa, ma gli U.S.A. E’ quella che ritengono il crocevia di una civiltà, dove alberga un sentimento contrastante che va dalle logiche consumistiche allo sfruttamento dei più deboli. Gli Stati Uniti sono destinati a non essere amati perché hanno il potere ma anche l’arroganza che ne deriva. E’ il luogo ideale dove si possono “piazzare” le bombe biologiche sulla metropolitana di New York, del tipo progettato di recente da due neonazisti: William Leavitt e Larry Wayne Harris.
Oggi è stato possibile sventare la trama, ma un domani chi ci dirà che non ci riusciranno o a farlo saranno altri di opposto segno? Significa procurare la morte a centinaia di migliaia di persone. Significa sconvolgere un ordine costituito. Significa incrinare dalle fondamenta una civiltà costruita dall’uomo e per l’uomo, sia pure con tutti i suoi limiti. Oggi l’Italia è immersa, volente o nolente, in questa realtà. E’ al centro di molti interessi: logistici, politici, economici e malavitosi. La mafia russa lo sta dimostrando e non è la sola.
Esiste un’internazionale del terrore che attraversa come un viatores, la nostra Penisola e, per nostra fortuna, non vi sosta a lungo.
Da qui dobbiamo fare in modo che parta un nuovo tipo di messaggio per evitare il peggio. Un modello che sappia opporsi a un’escalation inevitabile poiché esiste un rapporto incompreso e sempre più accentuato tra chi è e chi ha.
Penso ai suk delle città medio-orientali, grandi e piccole, dove si lavora come nel Medioevo. Che senso può avere, per costoro, vivere all’ombra dei pozzi di petrolio che ci fanno progredire e favoriscono le tecnologie del mondo occidentale, mentre si muore di fame e si vive come schiavi nella loro terra?
Segni di rivolta per questo genere di situazione sono già apparsi in Tunisia, Libia, Egitto e Siria. Abbiamo così avuto la “Primavera araba” ma i moti popolari non si sono spenti con la caduta dei rispettivi dittatori. In Siria, nello specifico, la guerra civile è tuttora in corso e sono già sei anni nei quali abbiamo avuto ben centomila morti e circa mezzo milione di feriti e altri milioni di profughi.
Tutto questo per non parlare delle centinaia di migliaia di profughi che cercano rifugio per ogni dove e rischiano persino la vita e danno fondo ai loro miseri risparmi pur di trovare un passaggio per mare o per terra nell’intento di trovare uno spazio vitale. Sono migliaia di persone che ogni giorno dall’Africa occidentale alla Turchia giocano i loro destini come in una sorta di roulette russa per raggiungere le coste italiane. Essi ci pongono un problema che investe non solo il nostro Paese ma anche la Germania, l’Austria e gli altri stati dell’Europa occidentale.
E a queste migrazioni dal sud dobbiamo aggiungere quelle dei paesi dell’Est dalla Jugoslavia, all’Albania, dalla Romania alla Bulgaria. (Riccardo Alfonso)

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Il Mediterraneo questo sconosciuto

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 luglio 2018

Il Mediterraneo lambisce le terre di tre continenti: l’Africa, l’Europa e l’Asia. L’Italia, con il suo stivale, vi s’immerge a tutto campo. E’ un ponte ideale tra il Nord e l’Europa centrale e il suo Sud più profondo costituito da tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo.
Sono luoghi che hanno visto passare grandi civiltà e subito immani stragi. Ci siamo trovati al cospetto di notevoli conquiste congiunte a enormi miserie e brutture d’ogni genere. Sono anche i Paesi che ospitano tre grandi religioni monoteiste: la cristiana, l’islamica e l’ebraica. Da esse dovrebbe partire un “solido” messaggio di pace e invece sono capaci di trasformarsi in strumenti di lotta, di divisione e di eccidi, assurdi e crudeli. L’esempio è dato dal vicino oriente e, sull’altro versante, dalla Libia e dall’Egitto.
Lungo l’uno e l’altro capo del filo vi è un’Africa settentrionale che soffre una propria crisi d’identità tra l’integralismo islamico e un potere politico, che non sa o vuole essere democratico, liberale, aperto a una cultura del rinnovamento. In questo miscuglio di posizioni non ben definite, ma che spesso sfumano in violenze inaudite, probabilmente si gioca l’avvenire del mondo.
Questo rischio lo dobbiamo al fatto che la “rabbia” degli oppositori non ha confini. Le gesta dei terroristi arabi, giapponesi, irlandesi, baschi e i risvegli revanscisti di talune ideologie del passato, quali la nazista e la marxista-stalinista, lo dimostrano. Vi è, tuttavia, una grossa differenza rispetto al passato. Non è più la “cronaca” degli anarchici con le loro “bombette” piazzate sotto la carrozza del re o del suo erede a cavallo tra il XIX e il XX secolo, ma è qualcosa d’altro e notevolmente più grave. Il terrorista oggi vorrebbe ragionare solo con le bombe atomiche, con il gas nervino e con le armi batteriologiche. E’ “Il giorno del cobra” come è stato raccontato da Richard Preston (edito in Italia da Rizzoli).
Posso dire che in questi casi è la fantasia ad anticipare la realtà. Ed è, ancora una volta, lo scenario europeo e medio orientale a creare le basi per una violenza senza precedenti.
Da lì partono i gruppi di terrore, sponsorizzati da taluni governi, e in quei Paesi si producono veleni d’ogni genere e si coltiva il seme dell’odio e della distruzione. Ma sia chiaro: il mondo è stato edificato su una montagna di soldi sempre più posseduti da una ristretta cerchia di persone e se queste non intendono avere ragione nel sostenere la logica dell’equa ripartizione delle risorse significa che dobbiamo convivere con la brutalità, il genocidio e le distruzioni e nolenti o volenti farcene una ragione. (Riccardo Alfonso)

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Ecologia della vita

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 luglio 2018

Non è necessario essere un buon osservatore per constatare il lento ma inesorabile depauperamento della crosta terrestre dalle montagne ai mari, dagli iceberg ai deserti. Pensare che le mie passeggiate nei boschi, inerpicandomi sui viottoli di montagna diventeranno ben presto un ricordo confuso mi spinge a soffermarmi sulla natura come ad una sorta di finestra che mi permette di affacciarmi alla vita e di gustarne i colori, i sapori, gli effetti speciali finché sono in tempo. Incomincio con il farlo prendendo a prestito un commento a margine di un “Seminario Internazionale sull’Agricoltura biologica e sostenibile nel Mediterraneo” svoltosi ad Acireale anni fa.
Ricordo che il successo dell’iniziativa stimolò i promotori a un nuovo meeting internazionale a Catania avvenuto nel dicembre dell’anno successivo. In entrambe le occasioni si sono seduti, intorno allo stesso tavolo, studiosi e tecnici e agricoltori di tredici paesi: Francia, Spagna, Portogallo, Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, Palestina, Israele, Libano, Turchia, Grecia, Italia. Tra le istituzioni internazionali leggo che vi hanno partecipato l’IFOAM (l’organismo mondiale di coordinamento delle associazioni biologiche) e la Fao. Si è parlato, in questi incontri, ad altissimo livello, d’agricoltura biologica. Non disponendo, allo stato, degli atti dei due convegni non mi è possibile entrare nel merito degli argomenti trattati, ma li ritengo, sia pure a scatola chiusa, di grande interesse e con implicazioni pratiche di notevole portata.
Posso considerare, in estemporanea, un altro aspetto caratterizzante, per questo genere di convegni. Mi riferisco, in particolare, alla fase tecnica preparatoria di una formazione culturale sul tema agricolo, di cui l’umanità ha un gran bisogno.
La terra non si coltiva a caso, né per interposta persona. Nel corso dei miei lavori ho più volte richiamato tali peculiarità sia viste con l’occhio del “produttore” sia del consumatore.
Significa anche che le produzioni mondiali, nel loro complesso, tendono a specializzarsi e l’agricoltura non è da meno, per la parte che le compete. Il precetto è d’offrire ai consumatori una merce valida sia sotto l’aspetto esterno sia nel sapore.
In tale frangente devo compiacermi dell’interesse riposto da questo Seminario internazionale sulla qualità delle produzioni e l’importanza annessa soprattutto dai Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Il fatto, poi, che esista un’agricoltura mediterranea ben caratterizzata, nei confronti delle altre, per la forza e la ricchezza dei suoi elementi naturali, per la sagacia degli operatori e per la ragione di una cultura preparata al confronto e al rispetto reciproco è un altro motivo di che compiacersi. Vi sono, dunque, tutte le premesse per ambire a un progetto che apra la strada a una cooperazione più intensa, più costruttiva e laboriosa e non solo in campo agricolo. E’ questo l’aspetto che m’interessa più da vicino tanto da avermi spinto, già da qualche tempo, a un’iniziativa che ho concretata in un “Progetto” che ho chiamato Mediterraneo per meglio definirne i contorni e indicare nei paesi, che si affacciano su questo mare, i naturali destinatari del mio pensiero. I dettagli possono essere visionati nel mio libro: “Progetto Mediterraneo” (Edizioni Fidest). Qualche cenno lo riporto in questa sede per rilevare l’importanza di alcuni atteggiamenti e scelte che ritengo importanti per lo stesso futuro dell’umanità.
Incomincio con il fare la “conta” della popolazione perché prima di tutto si tratta di “popoli e popolazioni”. Sono costoro che nei millenni passati hanno lasciato un’eredità fatta non solo di lotte e di martiri, ma anche d’opere frutto di un fiorente risveglio culturale.
Oggi noi siamo gli eredi, nel bene e nel male, di questo messaggio. Siamo ancora noi, nella nostra saggezza, a doverne raccogliere i frutti affinché il comune denominatore si trasformi nella PACE e nella concordia a dispetto dei “venti di guerra” che si annidano un po’ ovunque e agitano, nello specifico, le acque del nostro “mare comune”. (Riccardo Alfonso)

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La lettura dei nostri padri per i nostri figli nella catena del pensiero

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 luglio 2018

La lettura è stata, per molte generazioni lo stile di vita di chi riempiva la propria solitudine con la meditazione e l’immaginazione. Quante volte, infatti, i personaggi erano soliti uscire dalle pagine di un libro e diventare reali? Era un modo per materializzare una prosa a tratti arida e che pure faceva muovere i personaggi che descriveva a volte sin nei minimi particolari e metteva a nudo i loro più riposti segreti.
Forse così è nato il teatro con il guitto che scendeva nell’arena e si immedesimava nella parte del narratore recitante e chi l’ascoltava ritornava al racconto e gli dava un senso, lo vedeva materializzarsi sotto gli occhi e lo seguiva ancor meglio mentre le parole uscivano dalla loro prigione nel chiuso di una pagina tra le tante che ispessivano la pubblicazione.
Oggi questa trasposizione in alcuni casi è impraticabile per via del ritmo che abbiamo imposto al nostro vivere tra il lavoro, le piccole faccende casalinghe, gli affetti familiari che richiedono tempo e attenzioni e quant’altro.
Nell’ecclettismo spaventevole del pensiero contemporaneo è sterile pretesa quella di rincantucciarsi in un angolo e di là occhieggiare umile e incapace di liberi voli perché una lettura può diventare un lusso che non possiamo più permetterci.
Mi riferisco, ovviamente, ai libri letterari, a una letteratura colta, al riaccostarsi ai classici, a farne un motivo di personale appagamento nella maturità e non certo in quel tempo dove si studia e si legge per imposta necessità e non per libera scelta.
E’ un discorso che non è rivolto solo agli altri ma include anche me. Ora credo di essere giunto a qualche pratico risultato usando razionalmente un metodo che molti praticano, ma non tutti bene. Mi servo, cioè, di una sorta di diario quotidiano, non fatto di date, di titoli e di appunti, ma di cose intime e personali, di tutto quel mondo fuggevole di impressioni e di meditazioni e di desideri e di sogni che sorge e s’illumina nelle nostre ore più inerti.
Del libro letto e del sentimento provato, non mi curerò di catalogare il tempo e la durata e l’origine ma la intensità, la forza di gaudio o di sofferenza. Avrò come un termometro graduale e ogni giorno ascendente del mio spirito.
Allora ogni più fugace e labile lettura troverà modo di mutarsi in elemento della mia cultura e della mia intelligenza. Acquisterò una sempre più interiore abitudine all’analisi, alla scelta, alla riflessione, alla sintesi, in quel cercare e sognare ciò che più vicino mi è e più utile, e insieme una sempre più industre facilità nel rendere per iscritto i miei più minuti pensieri. Da qui parte la voglia di dare contenuti rappresentativi che permettano di comunicare, di spiegare, di dare un senso alla vita, di saggiare i sentimenti e di renderli ove possibile condivisibili.
E qui entro immancabilmente nel suggestivo mondo dell’arte e dove ogni arte manifesta il desiderio di accostarsi all’arte sorella. I pittori introducono gamme musicali, gli scultori del colore della pittura, i letterati dei mezzi plastici nella letteratura e gli altri artisti calcano le scene e danno corpo alle nostre fantasie. (Riccardo Alfonso)

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La commedia dell’arte e l’arte nella commedia nei suoi maestri

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 luglio 2018

Quando si parla o si scrive di teatro vi sono personaggi della letteratura che non possiamo ignorare o semplicemente soprassedere alla loro citazione. Ma questo implicherebbe un lunghissimo elenco e con sempre latente il rischio di qualche illustre omissione. Ragione per cui non mi soffermo ad annotarli, uno per uno, ma mi limito a fare solo qualche nome non perché fosse il più grande in tutta la storia della letteratura e del teatro, ma per il semplice motivo che non scrivo una storia ma intendo limitarmi a un particolare della stessa.
E questo personaggio che intendo citare per primo è Molière ovvero Giovanni Battista Poquelin. Egli nacque a Parigi nel 1622 in via Saint-Honoré dove suo padre aveva una bottega di tappezziere. Pur essendo di umili natali padre e figlio avevano in comune la passione per il teatro. Ne erano assidui frequentatori e nel figlio si aggiunse la voglia di dedicarsi allo studio per fare del teatro una sua creatura creando personaggi e situazioni nelle quali si sarebbero mossi. Inizialmente prevalse nel padre l’aspetto pragmatico allorquando mandò per cinque anni il figlio nella scuola dei gesuiti e poi ad Orléans per studiare legge, ma alla fine il figlio l’ebbe vinta cercando nello studio un suo personale percorso.
Iniziò con il formare una piccola compagnia di dilettanti e dove esordì come scrittore. In seguito, animato dagli applausi e dal successo aprì un teatro pubblico assumendone la direzione sotto il nome di Molière, timoroso di disonorare il cognome del padre. Passò di città in città per rappresentazioni artistiche insieme con la sua compagnia e fu in questo suo peregrinare che nella città di Lione rappresentò nel 1653 la prima sua opera “Lo stordito”. Tanto generale si fece all’improvviso la sua fama che il Re non sdegnò di udirlo e si compiacque tanto per l’ottima scelta del suo repertorio che gli destinò in premio una sala per rappresentazioni nel Palais-Royal e assegnando alla compagnia il titolo di “Commedianti di Corte.
Da quel momento Molière passa da un successo all’altro e la sua fama divenne universale. E proprio al cospetto di un pubblico affollatissimo esordì con le “Preziose ridicole”, una satira squisita contro le ridicolaggini di cui si compiacevano gli iscritti al circolo Rambouillet.
Sui lavori di Molière il Paganini osservava: “Il Molière prendendo sul serio la sua arte, nelle relazioni con il pubblico e soprattutto con la Corte, alla quale interveniva come cameriere del re, non cercava che tipi adatti alla scena. Giorno e notte non pensava che al suo teatro, di cui sino alla morte fu saggio amministratore e principale autore.
Pare quasi impossibile come in tanta attività egli trovasse ancora il tempo di scrivere un così gran numero di commedie. La sua inesauribile vena comica lo rese il più fecondo e prolifico commediografo e non solo del suo tempo.”
Ma tutto il teatro sin dai suoi esordi nell’antichità greco-romana e ancor prima ha risentito gli effetti di una continuità storica di cui Giovanni La Fontaine ne è stato il felice mentore. Egli con lo studio dei classici latini e greci e degli antichi francesi, prediligendo il Marot e il Rabelais, dimostrò che l’impronta del passato aveva un trascorso quasi sempre ripreso e attualizzato dai posteri. Converrebbe risalire alla storia dell’apologo per parlare diffusamente dell’arte del La Fontaine. L’Apologo si perde nella più lontana antichità: già a Omero o a qualche suo contemporaneo rimonta la Batracomiomachia, uno dei più remoti esempi.
Nel secolo VI prima di Cristo, le favole di Esopo raccolte due secoli dopo la sua morte acqui-starono una grande popolarità, rendendo celebre il loro autore che le derivò, probabilmente, dalla letteratura orientale.
Nel secolo di Augusto Fedro tradusse in latino le favole di Esopo: ma Esopo aveva dato alle sue favole oltre a uno stile impeccabile una concisione particolarmente soverchia e rispondente senza dubbio alla classicità greca. Il La Fontaine le ridusse in lingua francese con squisita maestria artistica, adattandole al gusto e allo spirito moderni. Egli trattò gli argomenti di Esopo e di Fedro con sobria eleganza molto di suo e facendo in modo che ogni favola assumesse indiscutibili caratteri di verità e di naturalezza: Risultò così che ogni favola diventasse un gioiello letterario, un vero capolavoro. Non si trattava di certo d’abbondare nell’ornamento ma nel concorrere a rendere più perfetta la finzione, a completarla mirabilmente, a renderla più che verosimile, veridica. L’abilità del La Fontaine si spiega in ogni favola con grande trasparenza e non intende ad altro se non a rischiarare l’azione e a condurre l’immaginazione al segno prestabilito. Il sentimento della natura e la penetrazione acuta dello spirito degli animali gli sono stati di grande aiuto per dimostrare la profonda conoscenza che egli aveva del cuore umano. E come tutto non dice, pure il sottinteso lascia meravigliosamente indovinare. Sa colpire dove è più nascosto il male, ma sa colpire con squisita bonarietà congiunta a un malizioso sorriso. Limpido e agile è il suo stile e di semplicità singolare. Ul verso duttile indica che egli può con grazia passare dal serio al lepido senza sforzi e senza contorsioni, dal sostenuto all’ingenuo, talora raggiungendo una efficace e direi sublime eloquenza.
Il modo di trattare il verso è in La Fontaine un eminente segno della sua squisitezza di poeta. Infinitamente vario nel ritmo, ogni strofa è a se stessa un cardine su cui poggiano sia l’armonia sia il sentimento e la verità. Per quanto i meriti di La Fontaine siano grandi non sembrano bastevoli per compensarlo del suo valore di poeta e di filosofo. Forse non basta nemmeno la popolarità delle sue favole e non c’è favola che i bambini non prediligano e non c’è bambino che non appassioni ancora alle favole del La Fontaine come non c’è adulto o vecchio che non si diletti nel leggerle, rileggerle, commentarle e narrarle.
L’opera di La Fontaine è fonte inesausta di ricreazione per lo spirito e scuola amorosa di verità e di bene per il cuore e per lo spirito. Fu scritto che: “Il Moliere e La Fontaine furono due geni della stessa tempra e si distinsero da tutti gli altri scrittori loro contemporanei in quanto essi hanno molta affinità con i loro predecessori che come Villon, Régnier e Marot, subirono in minor grado l’influenza dei classici e conservarono più vergine il colore del loro paese. Del resto l’uno e l’altro sono impareggiabili e non hanno rivali.” Essi sentono sdegno contro la mediocrità ma pare sia un comune denominatore che è solito presentarsi in tutte le epoche se non avesse il merito di farci riconoscere e ammirare di più i grandi personaggi.

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Il racconto nei suoi frenetici intrecci nella letteratura spagnola e ai suoi richiami orientaleggianti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 luglio 2018

Confesso di non essere stato capace di leggere per intero Le mille e una notte per via di quell’intrecciarsi frenetico di una storia dentro un’altra e che finiva per farmi smarrire il filo iniziale del discorso. Solo il cinema e qualche rappresentazione teatrale mi ha permesso di riavvicinarmi a questa storia fantastica e a provare, sia pure a tratti, alla sua lettura. Questa premessa la faccio pensando alle origini della letteratura spagnola e a quel mix che ne è derivato tra l’elemento letterario latino e l’influenza araba.
Non vi è dubbio che il popolo musulmano, per otto secoli dominatore della penisola iberica ha influito grandemente allo sviluppo dell’arte e della scienza spagnole prevalendo con la fresca e vasta sua lirica, con l’abbondanza delle composizioni didattico-morali, con la dottrina derivata dai greci, con le ricerche filosofiche, matematiche, fisiche. Basterebbe consultare il lessico castigliano per convincerci con i molti vocaboli introdotti dall’arabo nel glossario militare, agricolo e nell’amministrazione della giustizia.
Eppure la stessa Spagna vinta dall’Islam non dimenticò la gloria che ebbe dal suo Quintiliano, il quale aveva legiferato e dominato nella prosa di Roma come critico e come oratore, dall’epica di Lucano, dalla satira di Marziale, dalla filosofia di Seneca e tutti generati dal suo suolo.
La viva tradizione romano-spagnola è derivata dal vasto e importante contributo che ancora oggi gli spagnoli portano al mondo cattolico latino. In proposito il Sanvisenti osservava: “Aquilino Juvenco rinchiude in esametri sonanti l’istoria evangelica e l’ingemma di reminiscenze virgiliane. Damaso celebra nelle epigrafi i trionfi dei martiri cristiani e primi tra gli spagnoli ascende la cattedra di San Pietro. Eugenio di Toledo ospita le muse atterrite dalla invasione dei Goti. Orosio assurge al concetto d’una filosofia della storia, soggiogando a un solo principio la svariata e affannosa successione degli eventi umani. Isidoro di Siviglia apre con la sua enciclopedica opera ampi orizzonti a tutte le genti dell’Occidente, avide di soddisfare la loro ansia di sapere infinita e tumultuosa,” Va anche precisato che i primi monumenti della letteratura spagnola risentono di una influenza venuta dalla Francia. Sulle prime manifestazioni letterarie spagnole campeggia la poesia epica rappresentata dal Poema del Cid. Il prezioso poema tratta le imprese dell’eroe spagnolo durante l’esilio, nonché il matrimonio delle sue due figlie con gli Infantes de Carriòn, dimostrando nella robusta semplicità della narrazione una felice intuizione del carattere eroico, nonché dei sentimenti spontanei dell’anima umana, e un ben delineato vivo senso di nazionalità. Inevitabile è il parallelo tra questo primo poema spagnolo e il primo francese la Chanson de Roland.
Così è possibile identificare dei tratti comuni per una ricerca appassionata nel trarre dalle esperienze vissute la vis vitale per una creazione artistica che ebbe i suoi inevitabili risvolti nel teatro e a dimostrare l’intensa simpatia per i misteriosi prodigi della sensibilità. (Riccardo Alfonso)

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Il teatro è imitazione del vero

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 luglio 2018

Una realtà che si riempie di meraviglia allo sbocciare di un fiore, al sorgere del sole, alla contemplazione delle notti stellate, alla ricerca di un fraseggio che sappia dare vita e significato alle cose che facciamo e ai rapporti che intratteniamo con i nostri simili. Nel racconto delle cose vissute o osservate negli altri il nostro animo si educa alla comprensione che si ripone nella dominazione armonica della natura.
L’essere umano diventa così un investigatore psichico raffinatissimo che non solo osserva e commenta, raffronta e critica, ma cerca l’imitazione presentando ai suoi simili ciò che siamo, ciò che vorremmo essere, ciò che le nostre più intime suggestioni e la mutevolezza dei nostri sentimenti possono disvelare.
Così il pensiero cerca una forma attraverso la quale manifestarsi e al tempo stesso esorcizzare le sue paure, il terrore delle cose tenebrose e l’idea stessa della morte. In questo modo cerca d’allontanare l’amaro calice riducendo l’angoscia che lo pervade e cercando di portare la sua mente alle cose belle e all’armonia della propria anima. Questa è la predisposizione più efficace per allontanarci dalle tenebre e presentare ai nostri occhi il sorriso dolcissimo di una primavera di luci e di tinte e che il poeta ci ha richiamati con questi versi:
Quali i fioretti del notturno gelo
Chinati e chiusi, poi che il Sol gli imbianca,
si drizzan tutti aperti in loro stelo:
tal mi fec’io di mia Virtute stanca
Così la mente richiama le belle immagini, le armonie dell’anima e allontana le lugubri cose e le sue dissonanze. E questo frutto del pensiero trova la sua maturazione nell’agire umano sia nel modo d’interpretarne la parte nella vita reale sia nella finzione teatrale.
In entrambi i casi la nostra opera è imperitura e esclusiva e maggiormente si esalta se riusciamo ad ispessirla con la fedeltà alla sapienza acquistata con l’occhio sensibile e indagatore pur lasciando libera la fantasia di assurgere al più alto lirismo.
Non sono, ovviamente, solo pensieri pittorici, sempre trasmutati in visioni ritmiche e colorite, sotto l’impeto dell’estro e le potenze creatrici del genio, ma sanno anche cogliere l’amaro della vita nelle pieghe meno osservate, nel tratteggio delle feroci ire impastate sovente di vanità, di orgoglio, di miserie e di grettezze.
Sono sentimenti connaturati alla natura umana senza escludere alcuno perché ci asserviamo alle nostre miserie che ci prendono e ci tengono alla gola.
Ma abbiamo, per nostra fortuna, la capacità di prenderci in giro, di ridere sulle nostre debolezze, e questo esercizio lo affidiamo alla commedia e alla satira e siamo capaci di proporli in uno spettacolo teatrale con un copione nel quale abbiamo riversato tutta la nostra saggezza e sagacia. Sono le poche cose che ci consolano perché sono molte quelle che ci affliggono e facciamo dell’eternità un nulla e del nulla una eternità. E ciò ha così vive radici in noi che tutta la nostra ragione non può rimediare. (Riccardo Alfonso)

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Dall’uomo osservatore al saggio che medita: non c’è primato ma solo continuità

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 luglio 2018

E’ un discorso che ci porterebbe molto lontano. Talune scoperte e invenzioni hanno avuto, infatti, più autori e c’è chi l’ha spuntata rispetto al “concorrente” solo per un’incollatura.
D’altra parte, mi faceva osservare un noto pianista, le note musicali sono solo sette e da quando la musica ha incominciato ad accompagnarci nella vita, sono state composte centinaia di migliaia di melodie e non si può dire che talune non risentissero la cadenza, la tonalità e il ritmo di altre già udite.
Mi sembra quasi di riandare a quei filmati che hanno la caratteristica di tenere aperto il finale lasciando al lettore di trovarlo secondo i propri gusti e personali intuizioni. Persino la storia, per la quale molti critici si affrettano a ricordarci che non si ripete, mostra chiari segni di un replicare sconcertante sia pure sotto “mentite spoglie”.
Certo non vi sono gli stessi protagonisti e le situazioni ambientali sono mutate, ma taluni passaggi restano invariati.
In proposito in un altro mio libro ho fatto l’esempio delle scuole militari di guerra in Europa e non solo, dove s’insegnava, tra l’altro, la tattica nelle operazioni militari e il modo di spostare gli eserciti sui campi di battaglia per contrastare l’avversario o per difendersi. Facevo notare, in proposito, che l’insegnamento non differiva di molto da una scuola militare all’altra. E le grandi e impreviste vittorie che si conseguivano erano solo il frutto di azioni militari compiute da condottieri non provenienti dall’apparato militare tradizionale come fu il caso di Napoleone Bonaparte e le “intuizioni” di Hitler nella seconda guerra mondiale. La stessa campagna di Russia condotta dai tedeschi e suoi alleati, nella prima e nella seconda guerra mondiale, fu persa mettendo a confronto, nel primo caso, la tecnica militare tradizionale con una logorante guerra di posizione e dove le sortite dei rispettivi eserciti raggiungevano il misero risultato di una conquista di pochi metri di terreno e al prezzo di enormi perdite in vite umane. Nel secondo conflitto mondiale, invece, si partì molto bene con una guerra di movimento con l’obiettivo di neutralizzare la tattica sia degli eserciti franco-britannici a occidente sia dei russi che era quella di ritirarsi per costringere il nemico di penetrare rapidamente nel suo territorio e con il solo intento di separarlo dalle fonti di rifornimento che, per loro natura, procedevano più lentamente.
I tedeschi in questa circostanza avevano pensato d’ovviare l’inconveniente cercando d’impossessarsi dei vettovagliamenti nemici in termini alimentari, di forniture militari e di risorse energetiche.
L’errore fatale fu, invece, quello d’impantanarsi, a un certo punto del conflitto, in una “guerra di posizione”, nella ridotta russa di Stalingrado, e qui lo sbaglio, a onore del vero, non fu degli stati maggiori tedeschi ma dipese dalla cocciutaggine di Hitler. L’esercito tedesco, infatti, nel tentativo di sbloccare Stalingrado costrinse la quarta armata corazzata a intraprendere una battaglia difensiva a Sud del Don. La logica avrebbe voluto, e gli stati maggiori tedeschi erano dello stesso avviso, che s’imponesse un ripiegamento per due precisi motivi:
1. Mancava il necessario collegamento tra la prima e la quarta divisione corazzata per contenere la forte pressione russa nell’area;
2. il clima rigido dell’inverno russo congelava e paralizzava un’armata costituita per una guerra mobile nelle regioni temperate dell’Europa centrale.
Solo davanti alle evidenti difficoltà riscontrate dall’esercito tedesco Hitler decise di far ripiegare il gruppo di armate, ma oramai la frittata era fatta e la ritirata rischiò di diventare una completa disfatta.

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Le date che fanno la storia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 luglio 2018

Quanto ho avuto modo di rilevare, leggendo le tecniche militari da quelle dei romani ai giorni nostri e che ho ben descritto nel mio recente libro “Le date che fanno la storia”, ha un indubbio riscontro in altre vicende umane dalla politica all’economia e al mondo degli affari e finanziari. A volte ci meravigliamo, ad esempio, come possa essere riuscito un uomo come Berlusconi a entrare di “getto” in politica e al primo colpo ottenere un consenso elettorale importante. Taluni hanno osservato che non sarebbe stato possibile se non avesse messo in campo il suo impero mediatico-televisivo e della carta stampata.
Eppure abbiamo continuato a meravigliarci con un altro “magico exploit” di Grillo con il suo movimento Cinque Stelle. Stessa tecnica ma, questa volta, a differenza del suo ingegnoso predecessore lo ha fatto sul web dove la comunicazione è efficace e si spende poco. E la scelta non è stata casuale ma studiata sapientemente a tavolino. Sono stati, infatti, ricoperti spazi comunicativi non sfruttati dagli avversari condizionati, com’erano dal fascino mediatico dei talk-show in specie se amici. Grillo si è servito, in sostanza, di ciò che gli altri hanno disdegnato.
L’hanno fatto pensando che i comizi in piazza fossero un retaggio del passato ma non ripetibili al presente. L’hanno fatto ritenendo la televisione “un mostro sacro” alla cui vista ben pochi italiani si sarebbero sottratti e in questo senso bene ha scritto Davide Scala nel suo libro “L’alba delle 5 stelle” con un suo indovinato parallelismo con la “rana bollita” dove il teledipendente è destinato ad essere cotto a sua insaputa drogato dai messaggi subliminali.
Così la tecnica berlusconiana di avvalersi di numerose emittenti televisive e satellitari, di alcuni quotidiani asserviti alla sua causa, poco è mancato che facesse flop davanti a un avversario debole economicamente e poco noto ma che ha dimostrata che la logica della “rana bollita” non si attaglia molto agli italiani e che in qualche modo sono capaci di staccare la spina e rivolgersi a un monitor senza dubbio di dimensioni più modeste ma capace di farli interagire e ritrovare nuove intese e validi strumenti alternativi. Potremmo dire: E’ stato il trionfo della ragione? E’ stato un risveglio delle coscienze, dal torpore in cui erano state relegate? E’ stata la consapevolezza che il proprio destino e quello dell’umanità non è delegabile agli altri senza dotarsi di adeguati strumenti di verifica? O no? (Riccardo Alfonso)

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Dal libro della natura la sua identità spirituale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 luglio 2018

“Comprendevo, attraverso l’esperienza dei vincoli, che lega la vita del cielo e della luce a quella delle acque e della terra, e queste alla vita dell’umanità, l’errore di chi pretende di dividere il mondo interno da quello esterno, l’individuo dalla società, l’intelligenza dalla fede, l’uomo da Dio. Seguivo in quella lettura del libro della natura non solo la maestà esteriore ma l’unità interiore e l’ordine dell’universo, fondato sui principi e valori eterni.
Era un dono della grazia che resuscitava in me sempre più viva anche la coscienza, che all’uomo non è lecito dimenticare di essere chiamato a vivere fra gli uomini, che il primo dovere è di dare con amore, di prodigarsi per il prossimo, anche se questa dedizione sia, per avventura, ricambiata per l’incomprensione e per l’ingratitudine e accompagnata da tristezza e dolore. E’ che solo in questa pratica del bene possono trovarsi la pace e la quiete dello spirito.
Questi i pensieri sui quali, nella calma della notte si fermavano sempre più a lungo, insistente le mie meditazioni. Questo è il frutto di un’esperienza maturata nella solitudine dei monti, nella contemplazione del loro splendore, nell’ascolto delle loro voci. Lassù i cieli anche quando sono corsi da nubi, dietro le quali, eterni, stanno sempre l’azzurro e il sole, si effonde nell’anima il calore di un soave, edificante conforto, che suscita la speranza e rinnova il coraggio”.
Questo è quanto scriveva De Francisci e avrei voluto che a farlo fosse toccato a me. Questo mi ha offerto, tuttavia, l’opportunità di una prima considerazione, di certo ovvia per molti, ma per me è stato e resta motivo di riflessione. Non poche volte, infatti, ho ritrovato i miei scritti in quelli degli altri e non perché li avessi letti in anticipo e rubate le idee e il modo di rappresentarle. La verifica l’ho avuta soprattutto quando la lettura era successiva al mio elaborato.
Ciò m’induce a credere che esista una continuità storica ideale nella quale ogni essere umano s’interfaccia non tanto per la ricerca del nuovo, che è pur sempre nell’intelletto di tutti noi, ma nel trovare nel pensiero altrui un’identità di vedute, un passo comune con il quale incamminarci lungo i sentieri della vita spesso accidentati, spesso sofferti, spesso posti nelle condizioni fisiche non ideali per affrontare una qualsiasi fatica.
Abbiamo, in altre parole, bisogno di un aiuto, e un conforto che possiamo trovare nelle letture e nel condividerle con chi si sofferma con noi a considerarle. Penso, ad esempio, agli scritti di Calvino, le cui opere trovano estimatori nelle più disparate regioni del mondo. E’ il classico filo d’Arianna che ci permette di non disperderci nei dedali della vita e rende agli stessi nostri conversari il collante per ritrovarci in taluni gesti tipici e nel trarre un utile insegnamento attraverso l’osservazione dei comportamenti altrui e la comparazione con i propri in determinate circostanze ed eventi. Era ed è tutto un formicolio d’idee che non scorgevo del tutto, e non sempre comunque, come il frutto esclusivo del mio pensiero ma piuttosto di quello più universale e intangibile della mente umana nella sua totalità. (Riccardo Alfonso)

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Dal libro di Pietro De Francisci su “La Montagna”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 luglio 2018

E’ un libro scritto alcuni anni fa ma che non manca nella mia libreria. Riprendo alcuni passi che mi hanno più colpito e che sono indicativi dell’amore per la montagna che ogni riga del suo lavoro lascia trasparire e coinvolge il lettore: “Generose sempre d’incommensurabili doni le montagne, fra le quali l’uomo può vivere, assorto nel fascino della risplendente grandezza, in cui si manifesta la potenza della creazione, consolato da una sempre varia e allucinante visione di bellezza, che fa dimenticare le miserie e le brutture che avvelenano la vita quotidiana.
Generose, soprattutto, verso colui, che non si accontenti di guardarle e di percorrerle, ma ricambi d’amore, si apri alla loro magia illuminante, ne ascolti le voci e le accolga con umile fervore nel proprio spirito. Avido di solitudine avevo cercato la mia salvezza nell’alta valle Anzasca, a circa duemila metri, in una casetta sperduta a più di un’ora di cammino dagli ultimi abitati di Staffa. Il modernissimo rifugio giaceva in una ristretta conca formata da un’ansa della morena destra del ghiacciaio del Belvedere, in un punto in cui roccia e detriti, ormai coperti da un tappeto erboso, avevano consentito che nei loro interstizi si radicassero pochi larici ed alcuni cespugli di rododendri. Me ne andavo vagando sul vastissimo ghiacciaio, dimenticando me stesso nell’immensità di quel teatro, cinto, a settentrione, dalla minacciosa muraglia del monte Rosa, che si stende dalla cima di Jazzi attraverso la Nordend e la Dufour, fino alla punta Gnifetti, proseguita, a occidente, dalla giogaia che unisce questa alla cima delle Loccie, e a sud dell’altra che da quest’ultima corre verso il pizzo Bianco e le cosiddette Loccie: un teatro solenne che ha per volta il cielo e per platea il ghiacciaio del Belvedere, verso il quale precipitano quelli della Nordend, del monte Rosa e delle Loccie, e dal quale si parte, verso oriente, una rudimentale scalea formata dai massi del pietrame, dalle ghiaie, che il peso delle nevi sospinge verso la valle”.
“Quello era il mio regno – soggiunge De Francisci – sempre popolato da incantesimi: sia nelle sere di luna, quando la luce di questa trasfigurava le languide nebbie azzurrine vaganti sui ghiacciai d’argento in fantasmi ondeggianti lungo le pareti che si stagliavano con l’oggetto poderoso dei loro rilievi sui fondi cupi dei canaloni; sia, nelle prime ore del mattino, quando all’algido e fermo lucore dell’alba subentrava l’ardore delle aurore, che infuocava le vette sfavillanti; sia, quando il sole già alto trasformava tutto il quadro in un grandioso mosaico di turchini intensi e di candori abbacinanti, incastonati nella durezza rugginosa dei costoni di roccia; sia, ancora, quando, dopo il tramonto, e prima che apparisse la luna, il paesaggio pareva si raggelasse in un malinconico grigiore d’acciaio. Da quel mondo, quanto più lo frequentavo le immagini diventavano non solo più chiare e familiari, ma con esse i moti e le voci. E queste erano tante! Ora il lacerante schianto delle lavine di pietre, lungo i rapidi scoscendimenti; ora il rimbombo sordo delle valanghe di neve; ora lo schiocco quasi metallico degli scracchi crollanti. Tuttavia più forte attenzione esercitava su di me lo sviluppo sonoro del canto delle acque, che s’iniziava, cresceva e si risolveva secondo il cielo della luce.
Quando, di notte e sul far del giorno, mi aggiravo nel mio regno, così alto era il silenzio che esitavo quasi a violarlo col mio passo, pur guardingo e leggero. Ma, non appena il sole percuoteva le cime e cominciava a sciogliere la neve e vetrato, vedevo colare a valle innumerevoli rivoletti scintillanti, che ingrossavano quanto più il sole saliva e, cantando, s’infilavano tra le rocce e nei ghiacci, s’insinuavano tra le ghiaie, penetravano sino al fondo della morena. E allora, anche entro i crepacci, al sommerso accompagnamento delle acque correnti, si aggiungevano le note di un gocciolio quasi di grosse lacrime, uno stillare lento e cadenzato, che sveglia-va spesso in me il ricordo di musiche più volte ascoltate. Atti d’estasi che, nel meriggio, erano sopraffatti dal fragore delle acque, cresciute col calore del sole, nelle quali non era più possibile distinguere il gioco dei ritmi e l’eco delle note, tutte confuse in un tumulto di suoni che si sovrapponevano, si urtavano, s’incrociavano.
E, se discendevo, verso la fonte del ghiacciaio, ne scorgevo fluire verso un torrente limaccioso e burbanzoso, che si scagliava rapido e violento verso la piana con uno stupito e assordante rumore simile al gridio di una folla agitata: un torrente ignaro di precipitare verso la propria fine, destinato a perdersi nell’alveo di un fiume e a sboccare con questo, dopo lungo viaggio, nel mare, dove tutte le acque si smarriscono e si confondono, dopo che gli uomini le hanno asservite, sfruttate, inquinate. Quella costante comunione, o meglio, fraternità con le cose create, suscitava in me una crescente chiarezza: intuivo la verità contenuta nelle parole dei mistici medievali, quando assicuravano che, se il cuore è puro il creato diventa uno specchio della vita ed un libro sano di dottrina”.

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La montagna nel racconto di chi l’ama

Posted by fidest press agency su mercoledì, 25 luglio 2018

Riprendo una bella pagina scritta da Pietro De Francisci su “La Montagna”. La ritengo in tono con entrambi i miei precedenti lavori: Vulnus e la Terra dei padri. Vi è, altresì, un richiamo alla solitudine che riecheggia il ricordo de “Le Ombre”. Nel loro insieme indicano una strada che mi è familiare. Mi accomuna, con De Francisci, l’amore per la montagna. Se avessi potuto, da giovane, avrei scelto di fare il guardaparco, pur di restare a contatto con la natura, per andare lungo i sentieri di montagna, fin sulle cime e per camminare, arrampicandomi, ma non scalando.
Avrei potuto difendere la fauna che amo, comprenderla meglio, amarla.
Avrei potuto accarezzare un petalo di fiore che si sporgeva sul dirupo, ardito e temerario.
Avrei potuto pensare e sognare ad occhi aperti mentre calpestavo l’erba e l’acciottolato, schivavo una pozzanghera e lasciavo fuggire una serpe nascosta sotto un masso e distolta, dal suo raccoglimento, dal rumore dei miei passi e da quello del mio bastone che ritmicamente appoggiavo sul terreno.
Avrei potuto rivivere lo spirito de “Le ombre” che ho visto riflesso dai fusti possenti degli alberi che svettano verso il cielo e inondano la terra con i loro rami e i loro fogliami. Avrei avvertito solo i rumori provenienti dai cespugli e dai rami degli alberi: un battere d’ali o il movimento scomposto e frettoloso degli abitatori della foresta disturbati dalla mia presenza e che si ritraevano nel sottobosco nasco-ndendosi alla mia vista ma non senza lasciare che le piccole piante, che calpestavano, si agitassero urtandosi tra loro e fino a svelarmi il loro passaggio.
Forse è questo ciò che ha stimolato la fantasia dei creatori di favole popolando i boschi e le foreste di folletti e di gnomi. Forse è questo il vero passaggio che ci porta all’eternità. (Riccardo Alfonso)

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