Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 289

Archive for 30 luglio 2020

Così va il mondo: Quanto vale la “caduta di un muro?”

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 luglio 2020

Ma cosa avvenne in Russia dopo il disfacimento politico e ideologico del comunismo che fu già di Lenin e di Stalin? Il tutto incominciò nel 1992. Il tentativo fu quello di voler mantenere l’influenza globale nonostante le sue difficoltà economiche e la svolta nell’operare le necessarie riforme per adeguare il paese al superamento della propria antiquata struttura industriale. Questo processo di transizione da un’economia di tipo comunista a una simil-capitalista non fu indolore anche sotto l’aspetto della sua leadership politica e istituzionale. In questo contesto non dobbiamo dimenticare che la Russia restava e resta un paese molto sviluppato nei settori chimico, petrolchimico, militare e meccanico, aero-mobile e spaziale e se il suo gap nel settore alimentare si fece sentire, costringendola ad importare grandi quantità alimentari, restò, comunque, tra i maggiori produttori al mondo di cereali e tra i mercati ittici più abbondanti. Da qui partì la rimonta della Russia e la liberalizzazione e stabilizzazione della sua economia secondo un modello occidentale ma con stile russo e con essa il nuovo processo politico e di leadership del Paese con una nuova costituzione e una “presidenza” forte. Ma la fase che fu in grado di avviare il processo di stabilizzazione della Russia avvenne dopo la crisi finanziaria del 1998. Si susseguirono i primi ministri Evgenij Maksimovič Primakov Sergej Stepašin e per finire, si arrivò a Vladimir Putin. Questi era uomo dell’apparato, già direttore dei servizi segreti (Fsb ex Kgb) sconosciuto ai più ma capace di ricucire l’unità del paese, nel tenere a bada gli stati più recalcitranti della Federazione russa e nel tessere una solida trama di amicizie e alleanze che se in apparenza innocue, come quella con Silvio Berlusconi, si rivelò, ai più attenti osservatori, come un progetto capace di riallacciarsi alla visione che era stata abbozzata in quel lontano 1989 in un appartato ufficio di una torre del Cremlino.
Putin seppe accrescere notevolmente, e continua a farlo, il suo prestigio internazionale e la sua economia riportando la Russia al rango di potenza globale. È stato il primo passo per far acquistare affidabilità al ruolo di un paese guida per una nuova svolta negli equilibri internazionali del potere stabilendo nuove alleanze e nel tentare di sfaldare quelle esistenti per incrinare sempre di più il predominio capitalistico degli U.S.A. e dei suoi alleati, ovunque essi si trovassero. (Riccardo Alfonso)

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Scuola e dipendenti pubblici: Riapertura a settembre, firmato il protocollo per la sicurezza negli uffici

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 luglio 2020

E’ stato firmato il protocollo per la sicurezza: la ministra per la pubblica amministrazione, Fabiana Dadone, e i rappresentanti delle organizzazioni sindacali hanno trovato un punto d’incontro sulle regole per la prevenzione e la sicurezza dei dipendenti pubblici sui luoghi di lavoro rispetto all’emergenza Covid-19. I dirigenti scolastici del sindacato UDIR esprimono un fortissimo disagio che interessa al presente l’attività professionale della categoria e chiedono alle Istituzioni chiarezza nelle disposizioni di funzionamento delle scuole per l’auspicata riapertura in presenza di settembre. Il disagio acuto ed esplicito è dovuto ai contenuti, alla modalità e ai tempi di trasmissione degli adempimenti richiesti per l’adozione di misure di sicurezza volte a evitare il verificarsi di eventi infettivi presso le istituzioni scolastiche.Ai Dirigenti Scolastici, agli staff di dirigenza e alle segreterie scolastiche è stato chiesto di rispondere, in tempi eccessivamente stretti e perciò in affanno, a reiterate rilevazioni, formulate con criteri di volta in volta diversi. Tutto ciò ha creato stanchezza e incertezza per l’esplicito travaso improprio di competenze e compiti sanitari nelle istituzioni scolastiche che, attuate tutte le prescrizioni di legge e normative, tuttavia rimangono luoghi deputati esclusivamente alla didattica e alla formazione. Si registra una tendenza a delegare alle scuole la risoluzione improbabile di tutti i problemi sociali: familiari, relazionali, sanitari, delle devianze e delle dipendenze e molto altro ancora, si è consolidata nei corso degli ultimi decenni ed è diventata pratica complessa, spesso prevedibilmente inefficace, ed è alla base del rischio di svilire il nucleo fondante dell’attività delle istituzioni scolastiche. Riteniamo che in questa situazione possa farsi chiarezza delimitando i compiti della scuola a ciò che le appartiene propriamente e definire i contorni di una professione, quella del dirigente scolastico, che è volta esclusivamente all’organizzazione di eventi didattici e formativi, compito già di per se arduo e dai contorni molto ampi.Il dirigente scolastico Vito Lo Scrudato, presidente regionale per la Sicilia Udir, afferma che “in conseguenza di ciò i dd.ss. chiedono, con altrettanta forza, una esplicita tutela penale legislativa che li metta nelle condizioni di assicurare tutte le misure di sicurezza, potendo nel contempo operare con la serenità ed il consueto senso di responsabilità che ne ha sempre caratterizzato l’agire, in condizione cioè di rispetto per il loro ruolo e di attenzione da parte di tutte le componenti sociali, soprattutto da parte delle Istituzioni”. Il disagio dei presidi viene acuito dall’annuncio di inesistenti aumenti di stipendi propalati strumentalmente da mezzi di informazione farlocchi, laddove invece questa evenienza straordinaria dimostra ancora una volta che sono inaccettabili le disparità di trattamento con tutte le altre dirigenze del settore pubblico maggiormente remunerate e certamente non gravate dalle multiformi responsabilità cui hanno da sempre fatto fronte i dd.ss. e dovranno, con ogni evidenza, far fronte in futuro per la sopraggiunta ingovernabile pandemia.

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L’UE è fuori dal gioco?

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 luglio 2020

È netta l’impressione di quanti nutrono il ragionevole dubbio che le contese a livello geopolitico, che di volta in volta coinvolgono i cosiddetti big mondiali pro tempore: Trump, Xi Jinping, Ram Nath Kovind, Vladimir Putin altro non sono che una prova generale della lotta intestina che si sta sviluppando tra le nazioni del mondo. Dove vogliono andare a parare? Credo che la spiegazione si possa trovare nell’ansia di accaparrarsi le fonti energetiche del pianeta a vantaggio dei rispettivi paesi consapevoli che l’abnorme crescita della popolazione mondiale, il loro impoverimento e la saturazione della produzione industriale, e i danni provocati all’ecosistema ci porteranno ad una lotta disperata per la sopravvivenza.
A questo punto è vitale prepararsi anzitempo, ammesso che ve ne sia. E sarà anche una lotta tra continenti dove l’Europa appare sempre più in posizione subalterna al gioco dei “grandi del mondo” non riuscendo ad offrire di sé un’immagine coesa, determinata e lungimirante. Lo abbiamo constatato con la recente manfrina del Consiglio europeo che dopo quattro giorni di estenuanti trattative è riuscito a partorire un’idea unitaria che già è posta in discussione nel tentativo di volersi rimangiare il tutto. È che l’Ue ancora ragiona a livello di nazione dove prevalgono gli interessi dei singoli stati a danno degli altri. Non hanno una politica estera comune. Non hanno una giustizia comune. Non hanno una politica industriale comune. Un sistema fiscale comune e giocano a rimpiattino per propiziarsi i favori delle grandi multinazionali a colpi di sconti fiscali che alla fine penalizzano gli altri paesi. Dire che in questo senso l’Ue è sotto attacco è un semplice eufemismo. Quando capiremo che i piccoli stati che si chiudono a riccio per tenersi le loro ricchezze saranno prima o poi spazzati via con un sol colpo di ramazza, sarà troppo tardi. (Riccardo Alfonso)

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Cultura tra passato e presente

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 luglio 2020

Esiste un problema di ordine culturale e psicologico non meno grave dei problemi posti dallo sviluppo della scienza contemporanea e della critica storica. Il dramma del nostro presente sta tutto qui con giovani che non riescono più a volgere lo sguardo al passato ma che si crogiolano con il loro presente e persino negando un ruolo chiave al loro futuro. Vivere e godere i frutti del presente sembra essere una parola d’ordine che ha un suo innegabile fascino. Con ciò si vogliono spezzare i legami con un passato e disconoscerne il suo primato nella continuità, prima ancora che nella tradizione, per affermare quei valori deformanti del capitalismo e del consumismo che rendono, in pratica, più aspri e conflittuali i rapporti non solo generazionali ma di vita in comune. Mi riferisco, nello specifico, a quei giovani dell’abbandono scolastico, che si stordiscono con le droghe leggere o pesanti che siano, che si abbandonano a gesti teppistici, a violenze di genere. Cosa essi possono sapere della cultura moderna, delle libertà civili, degli ordinamenti democratici? E’ un ritorno all’analfabetismo di nuova formulazione che non s’identifica con il non saper scrivere e leggere ma nel non conoscere o riconoscere i sentimenti che sono generati da un vivere comune fondato su determinati valori che trovano la loro continuità dal passato proprio perché non sanno di vecchio, ma semmai di eterno. Sono deformazioni che taluni giovani se le portano nel loro DNA non sapendo più distinguere un evento sportivo sano a uno deformato dalla violenza e dal teppismo, dall’istruzione come base per una ricerca sistematica del sapere a vantaggio di una devianza aberrante degli stessi insegnamenti. E’ una strada che si trasforma in un vicolo cieco di là del quale, ovviamente, non vi sono sbocchi possibili. (Riccardo Alfonso)

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Che ne vogliamo fare dei pensionati?

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 luglio 2020

È evidente che tra i pensionati esiste un’area di povertà molto elevata: poveri, rassegnati, frustrati. Eppure, cercano di stringere i denti e di vivere dignitosamente. Lo fanno, sovente, togliendosi il pane di bocca per infilare qualche banconota di 50 euro nelle tasche dei nipoti, studenti, precari, disoccupati, con famiglia monoreddito.
I pensionati, in Italia, sono circa 18 milioni e diventeranno qualcosa di più tra qualche anno. Molti di loro riescono a star bene in salute ma con solo qualche acciacco alle ossa, per lo più. Altri sono meno fortunati. Altri, ancora, risentono l’abbandono dei familiari o vivono soli perché non hanno figli e nipoti per via di fratelli e sorelle. Li troviamo seduti sulle panchine dei giardini pubblici, a discutere per strada con i loro coetanei a fare la spesa, a portare a spasso i nipotini, a frequentare la parrocchia, a cercarsi qualche hobby. Sono ancora una risorsa ma loro non sembrano rendersene conto. Lo Stato con le imposte, con le addizionali degli enti locali, con le tasse su tutto non fa altro che erodere le loro modeste rendite. Si sentono assediati, si sentono a volte inutili. Non sono più i nonni di un tempo che attiravano i loro nipoti raccontando storie di vita e si riscaldavano intorno al camino e i loro volti s’illuminavano alle fiammate che aggredivano il ciocco posto sulla brace. La memoria non è più la stessa. Restano solo i ricordi lontani, belli e tristi di giovani vogliosi di crescere, di lavorare, di trovare un posto nella vita, un amore che riscaldasse i loro cuori. Poi si cede il passo ai più giovani e gli anni l’età diventa un peso a volte insopportabile per sé e per gli altri. Possibile che si debba fare tanto per allungare la vita e poi con questa vita allungata si diventa superflui? Possibile che non vi è un’opportunità d’uscire da questo mondo con dignità? (Riccardo Alfonso)

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Corsi e ricorsi della storia

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 luglio 2020

Ha scritto Luana De Rossi anni fa: “Da settimane assistiamo ad una insistente campagna che individua nei cosiddetti costi della politica o, se è consentito, dell’assetto istituzionale dello Stato, la causa maggiore dei mali del nostro Paese. Premetto che sono convinta che ci sia bisogno di un nuovo sistema istituzionale per una moderna democrazia che riformi Istituzioni nazionali e locali, anche riducendo il numero dei rappresentanti, ma la spinta abolizionista, che in modo sbrigativo punta a sopprimere aule parlamentari, province e comuni, mi preoccupa solo per il fatto che l’Italia questa deriva l’ha già vissuta e non ha prodotto nulla di buono. Mi preoccupa che su questo tema, senza un progetto organico di riforma dello Stato ci sia chi, a destra come a sinistra, senta quotidianamente il bisogno di segnare un punto in più rispetto alla sparata del giorno precedente. Ricordo che abbiamo già visto (1924) approvare una legge elettorale che dava i due terzi dei seggi alla lista che avesse ottenuto la maggioranza dei voti. Poi, non credo per semplificare il quadro politico, furono dichiarati illegali tutti i partiti tranne uno (1925). Quasi contemporaneamente (1926), anche se i motivi forse non furono esattamente quelli della riduzione dei costi della politica, gli organi democratici dei comuni furono soppressi e tutte le funzioni in precedenza svolte dal sindaco, dalle giunte e dal consiglio comunale furono trasferite ad una nuova figura: il podestà. In questo contesto, e non credo per dare un contributo al lavoro del Parlamento, fu istituito un Gran Consiglio (1928) che decideva, tra l’altro, la lista dei deputati da sottoporre al corpo elettorale. La Camera dei deputati, chissà per quale slancio innovativo, (1939) divenne camera dei fasci e delle corporazioni. Non voglio farla troppo lunga, ma sappiamo come quella storia è andata a finire.
Per non drammatizzare ricordo che Marx diceva che la storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa, anche se gli Italiani un biglietto di questa mediocre commedia lo stanno pagando a caro prezzo… e se le cose dovessero peggiorare, almeno ricordiamoci che nemmeno l’asino cade due volte sullo stesso punto”. Che dire di più? Certo è, con i tempi che ci ritroviamo, che passare dalla tragedia alla farsa non è sicramente consolante. Tutt’altro. (Riccardo Alfonso)

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Crisi: La trappola

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 luglio 2020

Scriveva Altero Matteoli: “Il governo deve dare risposte immediate a una situazione finanziaria internazionale difficile che ha riflessi anche sull’Italia oltre che su tutta l’Europa. Auspichiamo che in particolare il Pd, assuma adesso un atteggiamento collaborativo come meriterebbe il Paese e come i cittadini si aspettano. E’ un modo, rifacendoci all’attualità, di rappresentare il caso Italia dove ci appare sempre più chiaro che il vero problema non sta nello spremere le esangui casse dei lavoratori e pensionati, che hanno già dato, ma di rivolgersi a quanti hanno già lucrato in passato e pensano che crisi o non crisi debbano continuare a tenere il loro tenore di vita e a incrementare i loro profitti. E se ai poveri italiani si dice loro che è una grave crisi e che tutti dobbiamo rimboccarci le maniche allora perché non incominciamo a debellare gli sprechi? Ricordo in proposito che la Corte dei conti ha quantificato gli sperperi intorno ai 70 miliardi di euro, le evasioni fiscali sui 300 miliardi di euro, gli scialacqui della politica con altri 14 miliardi di euro. Un tempo si diceva quando si parlava di guerra: armiamoci e partite. Tradotto nel linguaggio odierno, dovremmo dire: spennateci ma salvaguardate le ricchezze di chi ha e dei loro lacchè. (Riccardo Alfonso)

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Così va il mondo: diamo uno sguardo al nostro recente passato

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 luglio 2020

L’Unione Europea non era di certo gradita alla Russia di Putin e ancor più guardata con sospetto con una Germania che, avvalendosi del ventre debole dell’Unione Europea, tendeva ad assumere la guida economica e politica sotto il tallone di una moneta unica che, elargita con il contagocce, non faceva altro che deprimere le stesse economie degli altri paesi con un modesto standard di sviluppo a vantaggio della propria.
Ed ecco far capolino il nuovo ordine mondiale dove l’Italia avrebbe potuto assumere il “doble paso” dell’alleato che rompe e si apre verso i nuovi scenari geopolitici. Mancava, però, una guida certa e i comunisti italiani si resero conto che la loro scalata al potere, da decenni sognata, li avrebbe costretti a convivere con un Paese ai limiti dell’ingovernabilità se non si permetteva la ricostruzione di una classe politica capace di assicurare al sistema l’ascesa al potere. Fu in tal modo aperto il cantiere della politica e misurato sul campo, con il voto elettorale, la possibile capacità di tenuta del sistema bipolare. Si arrivò in questo modo a una governabilità “assistita” nella quale il sogno Moro-Berlinguer di un compromesso storico riaffiorò e s’infranse, questa volta, per la litigiosità delle sinistre estreme ancora fortemente ideologizzate su una posizione che per altri era già antistorica e arcaica. Finì, alla fine, con il prevalere una guida diversa e si ebbe l’era berlusconiana sia pure con qualche ritorno di fiamma (governi Prodi). Così, anno dopo anno, la politica italiana ingessata dai soliti veti incrociati dei vari gruppi di potere esterni alla politica non permise di fare il tanto auspicato balzo in avanti generando una classe dirigente al passo con i tempi. Forse ci sarebbe voluto un uomo forte come Putin? Non poteva essere di certo Berlusconi con la palla di piombo legata al piede dei suoi interessi di bottega e le cui fortune erano fatalmente dipendenti dai grossi interessi nazionali industriali ed economici che si incrociavano con una dialettica affaristica di caratura europea. Era semplicemente l’uomo dello status quo. Così fu e, oggi, fatalmente potrebbe continuare ad esserlo con altri uomini o donne, ovviamente, ma con la stessa musica. (Riccardo Alfonso)

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Financial Times: L’Aquila e la ricostruzione sul quotidiano finanziario del Regno Unito

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 luglio 2020

Scrive il sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi in risposta ad un servizio giornalistico pubblicato sul Financial Times di Londra: Per il Financial Times, L’Aquila è l’emblema dell’Italia che, sostenuta nell’emergenza e nella ricostruzione con fondi pubblici, non sa come spenderli. Da aquilano e sindaco degli aquilani, e con alle spalle 11 anni di esperienza alla guida di un piccolo comune duramente colpito dal sisma 2009, mi sento in dovere di chiarire alcune cose.La ricostruzione dell’Aquila non è stata sostenuta dall’Europa, se non per una quota di circa 500 milioni su un totale, a oggi, di oltre 18 miliardi degli italiani: 11,2 stanziati dal governo Berlusconi, 1,8 dal governo Letta e 5,1 dal governo Renzi. Per la ricostruzione dell’Aquila servono ancora 4 miliardi e ci stiamo battendo come leoni, in tutte le sedi, per ottenerli e consegnare al Paese un esempio di bellezza, sicurezza, innovazione e – con un po’ di romanticismo – coraggio. La ricostruzione privata dell’Aquila è al 76% del totale e i suoi abitanti sono rimasti 70mila e sono tutt’altro che fantasmi.L’Aquila è una delle poche città in Italia in cui l’attività artistica è ripresa, in cui non sono stati annullati eventi. Chiedete alle nostre imprese culturali e ai tantissimi attori o musicisti di fama nazionale e internazionale che si alternano ogni sera sui nostri palchi.All’Aquila esiste un’Università ambita, due premi Nobel (Carlo Rubbia e Barry Barish) sono attivi nel Gran Sasso Science Institute, i laboratori nazionali di fisica nucleare sono sede di esperimenti di caratura mondiale.Ai detrattori, vorrei dire che mentre un popolo fiero e operoso, ricostruisce il suo territorio e la sua identità, c’è una parte della politica e dell’apparato burocratico che, a tutti i livelli, invece di sostenere questa velocità, ha solo ed esclusivamente messo le catene ai nostri piedi, con leggi e leggine, adeguamenti e revisioni, che ci hanno condannato – nel nome di un deformato principio legalitario – a una lentezza elefantiaca nella ricostruzione pubblica. Quella sì, fa male all’Italia. E soprattutto all’Europa. Che alle aziende aquilane, oggi, chiede la restituzione delle tasse sospese subito dopo l’emergenza sisma.

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Giorgia Meloni sfiducerà il sindaco di Catania come a Erice?

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 luglio 2020

«Apprendiamo da un suo post su Facebook che il sindaco di Catania, al quale auguro ovviamente di dimostrare nei successivi gradi di giudizio la propria innocenza, ha deciso di rimanere in sella lasciando la città senza sindaco. Mi aspetto adesso da parte di Fratelli d’Italia, suo partito, la stessa mozione di sfiducia sbandierata in altri comuni in presenza di situazioni processualmente meno gravi». A dirlo è Antonio Ferrante della direzione regionale del partito democratico in Sicilia in relazione alla recente condanna del sindaco di Catania Salvo Pogliese di rimanere in carica nonostante la sospensione in conseguenza della condanna in primo grado nell’ambito del processo per le spese pazze all’Ars. «Rispetto alla scelta del sindaco Pogliese – continua Ferrante – saranno i Catanesi a valutarne la natura, ciò che mi preme è verificare, davanti all’opinione pubblica siciliana, la coerenza di Fratelli d’Italia, partito cui milita il sindaco, al quale chiedo sin da subito se intende presentare una mozione di sfiducia nei confronti di Pogliese come già fatto ad Erice dove, lo voglio ricordare, la sospensione è stata predisposta in seguito ad una misura cautelare e non ad una condanna». «Nel rispetto della presunzione di innocenza – conclude Ferrante – ripropongo a Giorgia Meloni ed ai suoi parlamentari la stessa sfida di coerenza che ci hanno lanciato ad Erice, presentino una mozione di sfiducia nei confronti del sindaco di Catania. In caso contrario, oltre alla nota incapacità di essere forza di governo già mostrata in Sicilia, mostreranno ancora una volta di guardare ad interessi di partito prima che a quelli dei cittadini».

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Scuola: Record di supplenti

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 luglio 2020

A settembre si supereranno i 250 mila contratti annuali a termine, con scadenza 30 giugno o 31 agosto 2021: un numero impressionante, praticamente un insegnante italiano su tre sarà precario. L’argomento viene affrontato da Marcello Pacifico, leader del sindacato Anief, in un’intervista ad Orizzonte Scuola: “Sul precariato le posizioni col ministro Azzolina restano distanti. Chi lavora nella scuola per anni, sia docente che personale Ata, deve avere riconosciuto il servizio a tempo indeterminato presso lo Stato. Questo non vuol dire che non si debbano fare i concorsi”. Certamente, ricorda il sindacalista, “i concorsi si devono fare, è giusto che ci sia una selezione. Però non ci si può dimenticare del personale che ha lavorato a tempo determinato, svolgendo un servizio per i cittadini”. Come non si possono imporre delle nuove graduatorie sulla base di tabelle di valutazione completamente diverse da quelle che valevano da 13 anni.Ha fatto bene la ministra Lucia Azzolina a bandire i concorsi per assumere 78 mila nuovi docenti meritevoli nella scuola pubblica, ma ve ne sono ancora di più che dovevano essere assorbiti con le modalità automatiche indicate da tempo dall’UE e anche la gestione con le nuove graduatorie provinciali lascia molto a desiderare. Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, spiega, in un’intervista rilasciata ad Orizzonte Scuola, i motivi del consenso e del dissenso rispetto alle scelte fatte dall’attuale dicastero dell’Istruzione sul reclutamento e sui precari storici.Il rappresentante sindacale chiede a chi governa la scuola di adottare più coerenza: “O a priori non si utilizza il personale oppure se lo utilizzi per parecchi anni poi non si può dimenticare che esista”, aggirando qualsiasi tipo di soluzione richiesta per mantenere in vita dei diritti professionali costituzionalmente protetti e contrastando ancora una volta la stabilità del corpo insegnante e quindi la continuità didattica da tanti invocata ma mai realmente perseguita.

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Mostra: Oltre la profezia di Sergio Vacchi

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 luglio 2020

Siena, fino al 1 novembre 2020 Complesso Museale Santa Maria della Scala Piazza del Duomo, 1 Ingresso gratuito tutti i giorni dalle ore 10.30 alle ore 18.00 una selezione di lavori esposti durante la mostra Oltre la profezia Sergio Vacchi 1952- 2006.Esposizione che purtroppo ha coinciso quasi esattamente con il periodo di restrizione dovuto alla pandemia. Per questo motivo, dopo un prolungamento della mostra fino al 5 luglio, il Comune di Siena d’accordo con la Fondazione Sergio Vacchi, ha deciso di adattare una sala all’esposizione di una parte di quella mostra.Questa selezione di grande tele, mostrano ancora una volta le tappe della vita artistica di Vacchi, che ha conosciuto periodi di notorietà ampi e brillanti tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Sottolineano soprattutto la sua capacità combinatoria e citazionista dell’artista, che frequenta la cultura del XX secolo con una disinvoltura tipica di un personaggio che si sente a proprio agio solo conversando con Pablo Picasso, Marcel Proust, Mikhail Bulgakov, Greta Garbo e Giorgio De Chirico.
Nato a Cartenaso di Bologna nel 1925, Sergio Vacchi, senza seguire studi regolari si accosta inizialmente ad una pittura influenzata dal post cubismo e da Picasso. Dopo un breve periodo in cui tenta di recuperare, come lui stesso afferma, la lezione di Cézanne, dipingendo boschi, paesaggi e scene di vita emiliana, alla fine degli anni Cinquanta si avvicina, per qualche anno, all’informale. La svolta stilistica si compie nel 1959 quando si trasferisce a Roma, dove la sua pittura, benché ancora informale si va sempre di più accostando a quella figuratività che è propria del suo operare.

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Conti correnti: quasi 6 milioni di italiani ne ignorano i costi

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 luglio 2020

Secondo un’indagine condotta per Facile.it da mUp Research e Norstat su un campione rappresentativo della popolazione italiana adulta, i titolari che, a luglio 2020, hanno ammesso di non conoscere i costi del proprio conto corrente sono quasi 6 milioni, vale a dire circa il 15% dei possessori. Tra marzo e giugno 2020 il 4,8% dei correntisti, pari a più di 1,9 milioni di individui, ha dichiarato di aver cambiato conto. Dall’analisi delle motivazioni che hanno portato alla scelta di muoversi verso un altro istituto emerge un dato interessante; il 27% di chi ha cambiato lo ha fatto perché la propria banca non forniva un servizio di home banking, ma anche se la banca forniva il servizio, non sempre lo faceva in maniera tale da soddisfare il cliente, tanto è vero che, sempre fra chi ha scelto di abbandonare il vecchio conto a favore di uno nuovo, il 23% ha preso la decisione perché riteneva inadeguato l’home banking offerto dal suo istituto.

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ICA Group, fatturato a 123 milioni di euro

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 luglio 2020

Quando la crescita parla italiano, non può mancare il nome di ICA Group. L’azienda marchigiana della famiglia Paniccia, leader mondiale nel mercato di vernici per legno, conferma, anche nel 2019, il trend con il segno più.Il fatturato sale a 122,8 milioni: merito di una bilancia delle esportazioni che tocca quota 57% e di una posizione nazionale che si consolida sensibilmente. Sono oltre 28 milioni i kg di vernice prodotta, quattro impianti produttivi e più di 15mila i clienti su scala mondiale.
Il centro di Ricerca & Sviluppo si è rivelato preziosissimo durante il periodo di lockdown per il coronavirus, in cui ICA ha scelto di mettersi a disposizione del territorio. L’impresa marchigiana, la cui sede centrale si trova a Civitanova, ha adottato immediatamente misure di sicurezza straordinarie per tutelare la salute dei dipendenti e dei collaboratori, prima ancora del decreto dell’otto marzo, tra cui lo smart working per oltre 100 persone, l’attivazione di polizze assicurative gratuite e i test sierologici ad adesione volontaria (tutti negativi). Nei mesi di marzo ed aprile il laboratorio ha formulato gel e spray igienizzante e, dopo una ricerca da parte dell’ufficio acquisti di materie prime necessarie e del packaging adatto, è partita la produzione. La famiglia Paniccia ha scelto di donare tutti gli igienizzanti prodotti agli ospedali dell’Asur Marche Area Vasta 3 che, dopo Milano ha realizzato un centro Covid proprio a Civitanova Marche.
L’azienda, è presente anche all’estero con sei società. L’accorta e dinamica policy della compagnia, infatti, ha consentito un proficuo percorso di internazionalizzazione, in grado di guadagnare considerevoli successi oltre confine e di conquistare i mercati più floridi. Infatti, dopo l’apertura dello stabilimento produttivo in India nel Gujarat, nato dalla joint venture con la Pidilite (un investimento di 11 milioni di euro), nel 2019 si è registrato l’avvio della controllata ICA North America, con sede a Toronto in Canada. http://www.icaspa.com/

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Dal bosco, a Chioggia, riaffiorano le batterie antiaeree della Grande Guerra

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 luglio 2020

“Dopo un lungo periodo di studi posso affermare che quella rinvenuta da me nel Bosco Nordio a Sant’Anna di Chioggia che è una frazione del Comune di Chioggia è una batteria anti – aerea della Grande Guerra, nelle retrovie del fronte italiano”. Lo ha affermato Luciano Chiereghin, storico di guerra, per passione, non nuovo a queste scoperte. Negli anni scorsi Chiereghin era riuscito a scoprire anche reperti bellici riportati alla luce dalla ritirata del Po.“Io sono anche sulle tracce del sistema di telegrafia che sarebbe stato realizzato dalla Ditta Marconi di Genova– ha proseguito Chiereghin – ed il Covid ha solo rallentato le ricerche ma sono ad un buon punto. Intanto è arrivata questa scoperta nel bosco. La storia dei bombardamenti aerei e delle prime sperimentazioni di contrattacco iniziò anche nel Bosco di Sant’Anna di Chioggia già nella fase iniziale della Prima Guerra Mondiale, quando l’aereonautica Austro – Ungarica eseguiva bombardamenti aerei su obiettivi militari italiani. Ovviamente, in quel periodo, i bombardamenti erano ancora primordiali ma costrinsero la Regia Marina a servirsi del Regio Esercito per edificare manufatti in cemento atti ad accogliere artiglierie come i cannoni campali da 75 mm con affusto su ruote, costruiti dalla Armstrong di Pozzuoli nel 1906 e che non si prestavano assolutamente a colpire gli aerei nemici in volo e dunque vennero adattati. Furono edificati sul terreno dei pozzi circolari in calcestruzzo non armato avente una profondità di circa un metro e un diametro di 3,30 metri. La corona era circolare e graduata. Il cannone era completo di ruote con asse portante sostenuto e rialzato con un pilastro di cemento a tronco di cono conficcato nel terreno al centro del pozzo. C’erano vari sistemi per alzare il cannone. Nel caso del Bosco di Sant’Anna ad esempio sono stati usati il pilastro centrale ma anche dei travetti lignei disposti a raggiera che avevano il compito di attutire i colpi del cannone, scaricandoli sulla corona circolare del pozzo. Dal piano di difesa, redatto dall’Ammiraglio Taon di Revel, risulta che tale batteria antiaerea era composta da 4 pozzi identici allineati con direzione Nord – Ovest, Sud – Est e distanti 11 metri l’una dall’altra e tutti individuato dallo stesso Chiereghin. Per il rilevamento dei velivoli in avvicinamento si utilizzava un sistema di ascolto degli aerei in volo. Mediante autofoni si ascoltavano i rumori dei motori degli aerei in avvicinamento. Nel caso specifico del Bosco di Sant’Anna, il centro di ascolto era sulla a Loreo sulla vecchia Torre e ad Adria sul campanile della Cattedrale, assieme alla stazione radiotelegrafica la quale inviava, alle singole batterie, i messaggi di allarme”.Nel 2016, Luciano Chiereghin scoprì alcune Fortificazioni sul Delta del Po ed ancora nel 2017 ha scoperto a Rosolina una postazione radar della seconda guerra mondiale, nel 2018 riuscì ad individuare il relitto della nave San Giorgio nelle acque del Po, notizia che ebbe notevole risalto mediatico.Numerose sono state le sue scoperte e spesso Luciano Chiereghin viene accolto nelle scuole ed incontra studenti.
Per questa scoperta vuole ringraziare il Signor Gabriele Citro di Cà Lino per avergli segnalato una strana edificazione in calcestruzzo nel Bosco S. Anna.” (by Luciano Chiereghin – storico di guerra)

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The Economist’s best writing on the pandemic

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 luglio 2020

Our cover this week is about the profound shift taking place in economics as a result of covid-19. It will be characterised by government borrowing, money-printing and intervention in capital markets—all underpinned by low inflation. Each era of economics confronts a new challenge. After the 1930s the task was to prevent depressions. In the 1970s and early 1980s the holy grail was to end stagflation. Today policymakers must learn how to manage the business cycle and fight financial crises without a politicised takeover of the economy.In our coverage of the pandemic we report on new speculation that the virus may have started spreading many years ago across the border from China, in Vietnam, Laos or Myanmar. In the rich world nearly half of all deaths from the coronavirus have taken place in care and nursing homes, even though they contain less than 1% of the population. We draw some lessons for the elderly. Elsewhere, we dig into the causes of America’s runaway caseload of covid-19—and how it depends on geometric growth. Our correspondents in Israel and Central Asia write about how, in their own way, both places are struggling with the disease. We catch up with recent progress in vaccines and treatments. And our data journalists take the chance offered by crowd-free football games to answer an age-old question: what explains home advantage?Our mortality tracker uses the gap between the total number of people who have died from any cause and the historical average for the time of year to estimate how many deaths from the virus the official statistics are failing to pick up. And we have plotted the march of covid-19 across America and Europe , exploring which places are successfully battling the disease.
We have also been focusing on the pandemic in Economist Radio and Economist Films. This week we have a film on its impact on American stockmarkets, and why they have enjoyed a record-breaking streak even though the country faces the deepest recession in living memory.Almost seven months into the pandemic there is still so much to learn about the virus and its impact. (By Zanny Minton Beddoes Editor-In-Chief The Economist)

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Il gioiello della corona di Paul Scott

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 luglio 2020

In libreria dal 17 settembre Collana Le strade. Paul Scott, vincitore del Man Booker Prize paragonato a Tolstoj e Proust, torna dopo molti anni nelle librerie italiane con Il gioiello della corona, il primo volume della sua opera più celebre, The Raj Quartet, definito il Guerra e Pace anglo-indiano. Amori, segreti, rivolte e complotti sullo sfondo di un affresco storico di grande impatto che mostra in maniera dirompente il razzismo, l’ingiustizia sociale ma anche la forte crisi politica e identitaria di due Paesi dai destini intrecciati: India e Inghilterra, gioiello e corona, stretti nel soffocante abbraccio imperiale.

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Il criminale pallido di Philip Kerr

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 luglio 2020

In libreria dal 3 settembre Collana Darkside. Dopo Violette di marzo, è in arrivo Il criminale pallido, secondo capitolo della trilogia berlinese di Bernie Gunther, l’iconico detective antinazista. Con la trilogia sulla Berlino nazista di Philip Kerr prosegue il fortunato filone del poliziesco di ambientazione storica sulla scia di Chandler, Hammett, Malet, Simenon.

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Potenza e bellezza di Elido Fazi

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 luglio 2020

In libreria dal 24 settembre Collana Le strade. Il nuovo libro di Elido Fazi ricostruisce un periodo decisivo per l’Italia e per la storia dell’Europa. Il racconto dei fatti – dall’occupazione da parte di Napoleone alla sua caduta – è intrecciato alle vicende di due famiglie marchigiane che si ritroveranno a fare i conti con la grande Storia. Un ritratto intimo e appassionato dell’Italia e degli italiani.

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Il grande me di Anna Giurickovic Dato

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 luglio 2020

In libreria dal 10 settembre Collana Le strade. Dopo il sorprendente romanzo d’esordio con La figlia femmina, finalista al Premio Brancati 2018 e tradotto all’estero in cinque paesi, Anna Giurickovic Dato torna con una storia forte e a tratti destabilizzante su una giovane donna che si confronta con il dolore di una grande perdita. Un libro vero, capace di emozionare e far riflettere, scritto con una penna cruda e sincera e uno stile diretto, cifra caratteristica della scrittura dell’autrice.

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